Afghanistan, il ritorno dei talebani minaccia il futuro dei diritti delle donne

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La presa del potere dei talebani in Afghanistan minaccia i diritti conquistati dalle donne rischiando di condannarle all’invisibilità.


Il triste scenario che all’indomani dell’annuncio del ritiro delle truppe occidentali in Afghanistan si temeva potesse verificarsi è ora realtà. Sono ormai trascorsi dieci giorni da quando i talebani, con una repentina avanzata tra le diverse province afghane, sono giunti nella capitale di Kabul riconquistandone il potere e segnando il definitivo tramonto del rispetto dei diritti umani nel Paese.

Il rapido e fallimentare ritiro delle truppe internazionali dopo una ventennale guerra dai costi esorbitanti, sia in termini economici sia in termini di vite umane, rischia adesso di far ripiombare il paese nella situazione di partenza. 

Lo sa bene il popolo afghano i cui sentimenti di speranza e fiducia, nutriti in questi 20 anni, hanno immediatamente lasciato il posto a disperazione, terrore e paura, alimentando una folle fuga verso l’Occidente nel tentativo di mettere in salvo sé stessi e la propria famiglia.

Sono immagini strazianti quelle che, dalle scorse settimane, telegiornali, social e giornali passano ininterrottamente in rassegna:  il volto disperato delle madri disposte a tutto, anche alla separazione dai figli, pur di assicurare loro un futuro libero e lontano dal terrore così come la tragica corsa verso l’aeroporto di chi accetta deliberatamente il rischio di essere ucciso dai talebani, che ormai controllano tutti i confini, nella speranza di poter salire su uno degli aerei militari in partenza che li condurrà verso la libertà. 

Non è difficile immaginare cosa si nasconda dietro il terrore delle madri e dei padri sul futuro dei loro figli d’ora in avanti in Afghanistan. I bambini verranno cresciuti a immagine e somiglianza dei talebani e saranno essenziali per portare avanti la loro missione politica e sociale, mentre le bambine saranno costrette a diventare mogli e madri asservite ai comandi e al volere dei loro mariti

Eppure, durante una delle prime conferenze stampa, il portavoce dei talebani ha provato a rassicurare il popolo afghano e le forze internazionali rendendo note le loro intenzioni di non punire quanti abbiano collaborato con le forze occidentali e di garantire i diritti delle donne, ma sotto la sharia.

Rassicurazioni che sembrano essersi dissolte nello stesso momento in cui sono state pronunciate, così come si teme che le promesse di un governo inclusivo e moderato siano destinate ad infrangersi non appena il livello di attenzione della comunità internazionale inizierà a scemare.

Lo dimostrano, infatti, le numerose esecuzioni di ufficiali appartenenti al governo appena caduto, come quella del capo di polizia, Haji Mullah Achakzai, di cui si è appresa la morte tramite un brutale video che circola sul web; ma anche gli appelli disperati di donne e ragazze che chiedono l’aiuto degli occidentali o le crudeli testimonianze di violenze già consumatesi sulle donne.

La soppressione dell’identità femminile

Si teme, dunque, per il rispetto dei diritti umani. Soprattutto per quelli delle donne, le cui restrizioni non si sono fatte attendere, rischiando di condannare le stesse, ancora una volta, a una vita di isolamento, ignoranza e inesistenza. I primi segnali si sono manifestati fin dall’inizio con la cancellazione, in via preventiva, di tutte le immagini su banner pubblicitari o insegne di attività commerciali di immagini di donne che emulavano uno stile di vita occidentale.

In altre province, è stata la furia stessa dei talebani a distruggere e cancellare ogni segno inneggiante alla moda e al nuovo stile di vita che era stato abbracciato in Afghanistan. È quanto accaduto alla moglie di un collaboratore degli italiani a Kabul che, nel suo appello di aiuto alle autorità italiane, racconta con quanta violenza i talebani hanno distrutto il suo negozio di abbigliamento e la sua palestra, obbligandola a chiudere.

Alla notizia dell’avanzata dei talebani moltissime donne si sono rinchiuse in casa evitando di circolare per le strade mentre molte altre sono corse alla ricerca del burqa di cui ormai si erano disfatte e il cui uso è, invece, obbligatorio sotto il governo dei talebani.

Si ha già avuto, infatti, notizia di una donna uccisa dai talebani nella provincia di Takhar poiché sprovvista di burqa. Di conseguenza, il prezzo del burqa è aumentato di 10 volte, passando dai due euro a circa 21-31 euro. 

Le donne, soprattutto quelle nubili, sono consapevoli che rinchiudersi in casa non le proteggerà dal pericolo imminente e concreto. Infatti, in alcune province, alle donne è già vietato uscire se non accompagnate da un parente di sesso maschile; in altre zone del Paese i talebani hanno dato l’ordine di perquisire le case, una ad una, e individuare tutte le donne non sposate o vedove dai 16 ai 45 anni, obbligando le famiglie a farsele consegnare poiché destinate a diventare loro mogli, in qualità di prede di guerra.

La disperata fuga verso la salvezza

I talebani si pongono come obiettivo cardine il disconoscimento dei diritti delle donne considerando come bersaglio principale le attiviste che si sono impegnate nella lotta per l’affermazione dei loro diritti e che hanno collaborato con gli occidentali.

Ed è per questo che molte di loro stanno disperatamente tentando di mettersi al riparo in Occidente. È il caso di Nahal, una ex dipendente della cooperazione italiana che venerdì scorso, insieme alle sue tre sorelle, ha provato invano a raggiungere l’aeroporto. Dopo aver gioito di fronte alla notizia di trovarsi nella lista di evacuazione emessa dall’ambasciata italiana, ben presto le quattro ragazze si sono rese conto del pericolo che stavano per correre.

Infatti, le forze occidentali riescono a garantire a chi fugge protezione solo all’interno dell’aeroporto, lasciando ai singoli il compito di raggiungere incolumi gli ingressi, ormai completamente presi d’assalto dai talebani. Giunte di fronte all’ingresso, le ragazze hanno compreso che la via d’uscita per la loro salvezza non era così vicina come immaginavano. La folla urlante e accalcata davanti agli ingressi e le violenze subite dai talebani che picchiavano e frustavano quanti provavano disperatamente a fuggire, ha impedito loro di raggiungere l’aereo che le avrebbe condotto alla libertà.

L’abolizione delle classi miste

Non ha tardato neppure ad arrivare il primo provvedimento in netto contrasto con la promessa di garantire alle bambine e ragazze la possibilità di studiare, ovvero la prima fatwa, un parere vincolante espresso dai mullah, che impone la segregazione scolastica.

Ciò comporta l’abolizione delle classi miste: femmine e maschi non potranno più andare in classe insieme. A ciò si aggiunga che le insegnanti non potranno più impartire lezioni ad alunni di sesso maschile ma potranno esclusivamente insegnare alle alunne. A giustificare un siffatto provvedimento, l’idea che “la promiscuità è il male”. 

Nonostante il provvedimento sia al momento vincolante soltanto per il distretto provinciale di Herat – interessando circa 40mila studenti – ci si aspetta purtroppo che ben presto la sua efficacia venga estesa: questo comporterà la chiusura di numerose scuole private, sprovviste di mezzi e aule per garantire la diversificazione delle classi, con l’ovvia conseguenza che molte studentesse saranno private del diritto all’istruzione.

Privare le ragazze del diritto allo studio, anche per mezzo della violenza, è il modus operandi del regime talebano e, in generale, dei regimi fondamentalisti. Questo perché l’istruzione è vista dalle forze estremiste come un pericolo alla stabilità dei loro domini: istruzione ed educazione sono, infatti, gli unici mezzi per le donne per emanciparsi, e opporsi, a un regime che le vuole ridotte al silenzio, condannate all’inesistenza.

Tutti ricorderanno la storia della giovane pachistana, Malala Yousafzai, attivista per il diritto delle bambine all’istruzione. Proprio a causa del suo impegno a sostegno dell’istruzione di tutte le bambine, nel 2012 fu vittima di un attentato, quasi fatale, da parte dei talebani pachistani che la colpirono alla testa mentre usciva da scuola. Malala è, oggi, intervenuta in difesa delle sue sorelle afghane chiedendo ai governi occidentali di non abbandonarle, aprendo i confini per accoglierle, e impegnarsi nella tutela dei loro diritti.

Non è sempre facile spiegare la ragione per cui i diritti delle donne siano l’obiettivo comune a tutti i regimi totalitari. Come ha spiegato la scrittrice iraniana, Azar Nafisi, le donne, la loro cultura e la loro storia rappresentano un mondo di cui i talebani, strenui sostenitori delle tradizioni locali, intendono negare l’esistenza perché rappresentano una visione alternativa delle loro identità. 

Ed è per questo che molte donne, impegnate nello sport, nell’arte o, semplicemente, nella carriera professionale di avvocato, amministratore locale o giornalista stanno disperatamente cercando di fuggire dal loro Paese. Ma non mancano, poi, storie e testimonianze di donne che, invece, non hanno alcuna intenzione né di rassegnarsi né di fuggire, rinnegando i valori di libertà a cui hanno dedicato le loro intere vite e  aspettando l’ora in cui i talebani giungeranno ad ucciderle. È il caso di Crystal Bayat che, in occasione della giornata dell’Indipendenza, lo scorso 19 agosto ha organizzato una protesta contro le crudeli imposizioni dei talebani, scendendo in piazza a viso scoperto e sventolando la bandiera nazionale.

Alla luce di una tale degradazione dei diritti e delle libertà delle donne, non si può certo credere alle promesse di inclusività e moderazione fatte dal regime talebano perché, come la stessa Azar Nafisi considera: «se vuoi sapere quanto è libera e aperta una società, guarda quanto sono libere le sue donne».


Immagine in copertina di Woman and Children

Mimma Randazzo

Appassionata del diritto in tutte le sue forme. Strenua sostenitrice dei diritti umani, trascorro il mio tempo libero studiando e scrivendo di diritti delle donne e di parità di genere.

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