Il senso del «patriottismo» nel mondo odierno

Ha senso, ancora oggi, parlare di patria? La polivalenza del termine mette in luce come, alle nostre spalle così come nel presente, vi siano esempi lampanti di cosa ha portato questa idea.


È curioso come una stessa parola possa determinare lontane e discrepanti azioni e interpretazioni nel corso della storia. Il termine patria, oggi innocuo o, al massimo, utilizzato in richiami alla mobilitazione popolare – perlopiù a destra – un tempo, è stato persino pericoloso e sovversivo. Andando indietro fino all’Ottocento napoleonico, nei proclama austriaci della Casa d’Asburgo bisognava evitare di menzionare la patria per favorire lo Stato e la famiglia reale che, in quanto fortemente reazionari, osteggiavano l’utilizzo di terminologie rivoluzionarie provenienti dalla Francia preimperiale. Combattere sì, morire anche, ma non per la patria ma per i “padroni”, per lo Stato. 

Il significato di “patria” – classicamente, la propria terra, il proprio credo e la storia del proprio popolo – fu presto sconvolto a cominciare dalla stessa Francia rivoluzionaria che lo trasformò rapidamente in aggressiva negazione delle patrie degli altri. Il senso della patria si riversa quindi nel nazionalismo, ideale capace di infiammare le masse, scatenare violenze e, andando avanti nel XX secolo, dare forza all’instaurazione di totalitarismi e regimi dittatoriali.

Non bisogna avere paura di parlare di patriottismo

Esistono una cosiddetta “patria chiusa” e una patria aperta al mondo. Se il significato nazionalista della patria ha assunto (e assume oggi) tinte quasi inquietanti, va ricordato come il termine, seppur rievocante l’orgoglio e la difesa della nazione, fosse suggerito positivamente da autori come il preromantico tedesco Herder, per il quale ogni nazione, ogni patria, sono i rami, le foglie, i fiori e i frutti di «un grande albero», l’umanità. Un’immagine senza dubbio affascinante. 

Il poeta polacco Czesław Miłosz, invece, ricorda come il vero patriottismo sia sicuramente «il dovere di difendere la propria nazione minacciata», ma anche quello di «impedire che questo valore venga assolutizzato e sovrasti quelli più alti, universali e umani». 

In Italia abbiamo un’espressione simile e cosmopolitica se citiamo la patria di Mazzini, che è un’Italia inseparabile dall’Europa e dall’umanità. Non per caso, il patriottismo repubblicano, mazziniano, è stato in prima linea nella lotta antifascista

Insomma, l’immagine della patria può essere bella, soprattutto quando non rappresenta quello spazio fisico in cui, di fatto, non si è neanche scelto di nascere.

Afferma correttamente l’accademico Claudio Magris sulle pagine del Corriere della Sera: «Strumentalizzato o vilipeso, involontariamente ridicolizzato dalla retorica patriottarda o irriso con petulanza ideologica, il giusto senso di Patria è minacciato dalla sua abietta caricatura nazionalista e dalla puberale regressione particolaristica a presunte radici etniche, dal micronazionalismo di campanile incapace di vedere il paese vicino e il mondo».

Se la patria è solo veicolo di odio

In occasione della parata russa del Giorno della Vittoria, il presidente Vladimir Putin ha parlato con i soldati incitandoli a «combattere per la madrepatria e per il suo futuro». Tralasciando il senso “protettivo”, nello specifico, del termine madrepatria, stiamo assistendo all’ennesima consacrazione dell’idea di patria come origine e ragione per uno spargimento di sangue senza sosta

“Per la patria” si sono commessi i peggiori crimini, o per meglio dire, per l’inganno della patria. Il nostro inno recita «Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò», quasi a sottolineare quell’ideale dovere di difesa, inevitabilmente identificato, paradossalmente, in attacco, a maggior ragione su questioni di confini. Proprio i confini, oltre che geografici, sono quelli su cui si è sempre giocato il precario equilibrio del patriottismo, costantemente sospeso tra orgoglio e atti discriminatori e violenti. 

La patria, per diversi schieramenti di destra in Europa, a partire dalla patria secondo Giorgia Meloni in Italia, è vista come un valore sacro, insieme a Dio e Famiglia che, seppur rivendicati dalla stessa leader di FdI come mazziniani, trovano la sponda decisiva nel Ventennio fascista che ha riesumato lo slogan «Dio, Patria e Famiglia». Il perché? Perché di mazziniano, il discorso da cui è partita la recente querelle politica, non aveva assolutamente niente. Tra l’altro, sorvolando su Dio (che, per carità, non amerebbe aggressioni o posizioni politiche in nome suo), anche la Famiglia è un nucleo che, come la patria, serve ad aprire gli individui sul mondo, è la prima palestra di socialità.

Il valore sacro, però, dovrebbe convivere con le considerazioni delle altre patrie come sacre. Il corto circuito è immediato: essendo il patriottismo nazionalista estraneo all’accezione di una “patria-mondo” e di una pluralità nel concetto stesso di patria, si staglia all’orizzonte un luminosissimo paradosso che non tramonta mai. Scrive George Bernard Shaw nel 1893: «Il patriottismo è, fondamentalmente, la convinzione che un particolare Paese è il migliore del mondo perché ci siete nati». Il riassunto del (quasi) secolo e mezzo successivo, evidentemente non ancora risvegliatosi dal sogno patriottico. 

Il milite ignoto sacrificato per la propria nazione – omaggiato, inoltre, proprio in occasione della Festa della Repubblica italiana del 2 giugno – racconta sostanzialmente un “dovere di morte” nei confronti della patria. Solo una patria-mondo, nel 2022, può essere accettata, non solo per cancellare alla radice le facili strumentalizzazioni e il bagno di sangue che avviene, regolarmente, in nome di quello che è solo un luogo casuale di nascita; ma anche per ricordare a tutti noi che il mondo è una bomba ad orologeria di catastrofi naturali in cui, di questo passo, non salveremo proprio nessuna patria.

Foto in copertina Flickr


Daniele Monteleone

Caporedattore, responsabile "Società". Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. Ho un amore smisurato per l'arte, tutta.