A Shanghai si muore di tutto ma non di Covid

Il modello «zero Covid» voluto dalla Cina sta soffocando i cittadini di Shanghai in un nuovo spaventoso lockdown che sembra portare il calendario indietro di due anni. Nella città i contagi crescono, ma sono la fame e la disperazione i veri pericoli per la vita dei suoi residenti.


Due anni dopo l’inizio della pandemia a Wuhan, la Cina non si arrende alla possibilità di dover convivere con il nemico invisibile. Questa volta sono i 26 milioni di abitanti di Shanghai a restare chiusi in casa, prima per un periodo previsto di cinque giorni, ora fino a data da destinarsi.

Mantenere 26 milioni di persone nutrite e servite, senza permettere a nessuno di uscire di casa (nemmeno per far passeggiare il cane), è una missione impossibile anche per l’organizzatissima Cina, che continua a ininterrottamente a testare tutta la popolazione della megalopoli attraverso i 20 mila hub per tamponi distribuiti su tutto il territorio della città.

I tamponi non mancano, ma i cittadini cominciano ad avere difficoltà a reperire cibo, acqua e medicinali, non riuscendo nemmeno a fare ordini online per mancanza di scorte ma anche di rider per le consegne. Molte famiglie ormai sono costrette a fare un solo pasto al giorno, restando in attesa di ricevere verdure, carne e uova, che scarseggiano e i cui prezzi cominciano a salire.

Ad aggravare ulteriormente la situazione di disagio ci sono le regole per la quarantena. Le politiche sanitarie impongono a tutti i pazienti positivi (bambini, adulti, asintomatici e non) di trasferirsi in strutture isolate, ormai sovraffollate e con scarsi servizi sanitari, che potranno lasciare dopo la negativizzazione.

Il racconto più dettagliato della situazione a Shanghai arriva dai social network, che mostrano cittadini stremati dalle restrizioni e dalla mancanza di cibo, molti sono preoccupati per la lontananza dei figli e, come se non bastasse, si registrano i primi casi di suicidio.

La rabbia dei residenti di Shanghai ha dato vita a proteste e tensioni tra cittadini e personale sanitario e di sicurezza. Sempre dai social arrivano video di scene di saccheggi e di cittadini che protestano al grido di “vogliamo lavoro, vogliamo libertà” davanti a una stazione di polizia.

La protesta si diffonde su WeChat, Twitter e Weibo. La censura tenta di eliminare i video allarmanti, quelli in cui si vede la gente urlare dalle finestre, ma sono troppi, e alcuni riescono a passare.

La politica «zero Covid» sta fallendo su tutta la linea, i contagi impennano, le famiglie vengono divise, le persone sono prigioniere in casa loro senza i beni di prima necessità e le autorità di sicurezza stanno perdendo il controllo.

La pericolosità della situazione viene evidenziata dalla reazione degli USA, che hanno invitato lo staff non essenziale che opera a Shanghai a lasciare il Paese. Non dopo l’annuncio del lockdown, né in relazione all’ondata di contagi che sta colpendo la Città, bensì come conseguenza alle insurrezioni popolari che sono state documentate negli ultimi giorni.

Nella città di Shanghai il Covid è diventato il nemico meno pericoloso, i contagi salgono, ma la percentuale di asintomatici è sempre di gran lunga prevalente, e il numero di morti dichiarate irrisorio. 

A Shanghai si muore di disperazione, lanciandosi dalla finestra di una prigione troppo piccola per sopportare tutto questo un’altra volta; si soffre la fame, si combatte con i propri vicini per procurarsi del cibo; si piange la perdita del proprio animale domestico, picchiato a morte da un poliziotto perché si è avuta l’audacia di portarlo a passeggiare. Insomma, a Shangai si può morire di tutto, ma non si osi dire che è stato il Covid.

Foto in copertina TASR/Associated Press/Chen Si


Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.