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Wuhan, vivere fuori dal mondo

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Immaginate di svegliarvi un giorno e scoprire, guardando fuori dalla finestra, che un’enorme cupola di vetro vi ha segregati all’interno della vostra città, creando un piccolo mondo isolato. Non ci vuole poi così tanta fantasia, Stephen King e Matt Groening ci hanno regalato un’immagine abbastanza vivida di questa possibilità.

Wuhan, Cina, abitata da 11 milioni di persone, è l’epicentro del nuovo Coronavirus

Pensate, dunque, di alzarvi dal letto e rendervi conto che la vostra metropoli, dalla quale non avevate mai pensato di scappare, nella quale avete vissuto la quotidianità in modo sereno, è diventata, improvvisamente, la vostra prigione. Non siete soli, ma vorreste esserlo. I vostri amici, vicini, parenti sono un pericolo per la vostra vita. Tutti voi, d’altra parte, siete visti come un pericolo per l’umanità. La cupola di vetro è la vostra prigione, eppure appare al mondo come l’unica possibilità.

La cittadina di Wuhan conta più di undici milioni di abitanti. Undici milioni di prigionieri in attesa di condanna o assoluzione. Undici milioni di ostaggi colpevoli di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nessun volo, treno o metropolitana permette di uscire o accedere alla metropoli. Persino l’utilizzo dei mezzi privati è limitato al minimo. La quarantena più imponente della storia dell’uomo va avanti dal 22 gennaio, quando il governo ha deciso di isolare la città nella quale il 24 dicembre 2019 è comparso il nuovo Coronavirus. La città, vista dalle immagini dei satelliti, sembra il fantasma di sé stessa. Sebbene la forza dei suoi abitanti sia ammirevole, la loro pazienza non potrà essere infinita.

Dal 6 febbraio, il governo Cinese ha indetto una caccia porta a porta dei contagiati da Coronavirus. Chi mostra i primi sintomi viene prelevato dalla propria abitazione e trasferito in un centro di quarantena dove riceve assistenza medica. Alla pari di un film post-apocalittico, la Cina affronta questa crisi dimenticando i diritti del singolo per il bene supremo della comunità. Non sembra giusto, non può essere definito sbagliato. 

«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» diceva Martin Luther King, eppure, in questo caso, non appare così semplice. Il concetto stesso di quarantena indiscriminata supera dei limiti che non dovrebbero essere valicati: un soggetto sano, imprigionato all’interno di un focolaio virale, aumenta esponenzialmente il rischio di essere contagiato. Non è questo, però, il momento dei giudizi quanto quello delle riflessioni: i cittadini di Wuhan hanno fermato le loro vite per salvare quelle di altri. Cercano la forza di andare avanti: “Wuhan Jiayou”, “Resisti Wuhan”, gridano dalle loro finestre, provando a stringersi in un abbraccio a distanza di sicurezza.

Noi che siamo al sicuro nelle nostre case non possiamo che unirci a quelle urla e stringerci in quell’abbraccio: “Wuhan Jiayou”. Dobbiamo assicurarci che la paura non si trasformi in odio, che da questa crisi non scaturiscano altre violazioni. Il sacrificio di una comunità così grande dovrebbe bastare per sfamare il nostro timore eppure, purtroppo, non è così. Sono sempre di più i casi di razzismo travestiti da autoconservazione. Nella notte dell’11 febbraio una coppia di ragazzi di origine cinese, che hanno sempre vissuto, studiato e lavorato a Torino, sono stati assaliti da due adolescenti. Il gesto totalmente insensato sarebbe stato accompagnato dalla frase “Andate via, portate il Coronavirus”. Che la paura crei odio non è una scoperta recente. Però, al contrario del tanto temuto COVID-19, il vaccino a questa epidemia esiste già: si chiama informazione. Siete sicuri di sapere di cosa avere paura? Il Ministero della Salute può chiarirvi le idee.


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Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.

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