Gli obiettivi del Fit for 55 alla prova della crisi ucraina

Perché la guerra tra Russia e Ucraina potrebbe frenare la transizione energetica? Analizziamo nel dettaglio le implicazioni del fenomeno.


A 62 giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, al dramma delle vittime civili e militari, degli abusi sul territorio e degli ormai documentati crimini di guerra, si aggiunge un bilancio ambientale preoccupante, che mette in pericolo il processo di transizione energetica appena avviato dall’UE, costringendo molti degli Stati membri a indietreggiare verso le fonti fossili. È tornata infatti, nell’agenda dei governi – Italia compresa -la riapertura delle centrali a carbone e le tensioni sui prezzi del gas e delle commodity hanno avuto un forte impatto diretto sugli sforzi già intrapresi dall’Unione verso la transizione energetica, frenando gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal pacchetto “Fit for 55”. 

Cos’è il “Fit for 55”?

Si chiama “Fit for 55” perché l’obiettivo è quello di portare l’UE a tagliare le proprie emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990), come prescritto dalla legge europea sul clima.

L’insieme delle proposte legislative con cui l’esecutivo dell’Unione imposta la strada per tradurre in pratica il Green Deal europeo e accelera la transizione verde è stato presentato dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il 14 luglio 2021 e contiene 13 proposte legislative sull’energia e sul clima, che hanno lo scopo comune di mettere l’Unione Europea in condizione di centrare l’obiettivo di decarbonizzazione.


Ursula Von Der Leyen

Alcuni dei provvedimenti più significativi sono un aggiornamento della legislazione già esistente, per allinearla con il Green Deal e i nuovi target, quali per esempio:

– Revisione del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (EU ETS);
– Revisione del regolamento sull’uso del suolo
– Modifica alla direttiva sulle energie rinnovabili (RED II);
– Modifica della direttiva sull’efficienza energetica (EED);
– Revisione della direttiva sulle infrastrutture per i combustibili alternativi (AFID).

Malgrado gli sforzi del legislatore europeo, già prima della crisi energetica scatenata dal conflitto ucraino, diverse erano state le critiche espresse al pacchetto dal mondo industriale dei trasporti, dello shipping e aviario. 

Da più parti, infatti, si chiedeva una valutazione di impatto più ampia sulle infrastrutture energetiche esistenti, sulla filiera del gas naturale e dell’automotive, nonché sul mix di fonti energetiche da attuare, rilevando profondi rischi e criticità per il sistema nazionale dei trasporti e per l’intera economia, soprattutto con riferimento alle tempistiche di attuazione delle riforme, considerate troppo rapide rispetto alle condizioni attuali delle filiere di mercato. 

I comportamenti, spesso ostruttivi, delle lobby dei trasporti non hanno però impedito all’Unione di rispondere prontamente alla frenata impressa dalla guerra tra Russia e Ucraina, mantenendo la transizione energetica un trend di investimento di lungo termine. Proprio a tale scopo, infatti, lo scorso 8 marzo la Commissione europea ha presentato il documento “REPowerEU: azione europea comune per un’energia più sicura, più sostenibile e a prezzi più accessibili“. 

REPowerEU

È la risposta europea alla crisi dei costi dell’energia e alla guerra in Ucraina, eventi eccezionali che hanno però mostrato le vulnerabilità di una economia caratterizzata da una forte dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. 

Per risolvere questa crisi l’UE ha attivato politiche di riduzione di tutti i combustibili fossili, a cominciare da quelli importati dalla Russia che oggi soddisfano il 45% della domanda europea di gas (e quasi il 40% di quella italiana); per far questo, la strada maestra è quella di puntare su rinnovabili ed efficienza energetica, anticipando molti degli obiettivi previsti al 2030 dal pacchetto di misure “Fit for 55”.

Se, come anticipato, quest’ultimo prevedeva già a livello europeo una riduzione dei consumi di gas di circa il 30% entro il 2030, con REPowerEU a questo percorso viene impressa una forte accelerazione, arrivando a tagliare addirittura già entro il 2022 il consumo di 40 miliardi di m3 di gas. Tre gli ambiti dichiarati di intervento prioritari:

Efficienza e risparmio: spingere sull’efficienza energetica degli edifici, anticipando il target di 30 milioni di nuove pompe di calore al 2030 e di 15 miliardi di kilowattora di elettricità prodotta dai pannelli fotovoltaici installati sui tetti in un solo anno. Ma anche lavorare sulle c.d. misure comportamentali, ad esempio riducendo di 1°C la temperatura nelle nostre abitazioni in inverno. In questo modo, secondo la Commissione, già nell’anno in corso si potrebbe tagliare il consumo di 17 miliardi di m3 di gas. 

Fonti rinnovabili: accelerare i processi autorizzativi delle rinnovabili e degli interventi sulla rete. Secondo l’UE, infatti, bisogna sviluppare una catena del valore europea delle tecnologie rinnovabili e delle pompe di calore e monitorare anche il tema dell’approvvigionamento delle c.d. “materie prime critiche”.

Biometano: i biocarburanti, prodotti da scarti agricoli e altri rifiuti organici, rappresentano il sostituto più diretto del gas fossile, essendo adoperabili in diretta sostituzione dei carburanti fossili, senza intervenire sulla logistica energetica, ma azzerando completamente le emissioni di gas serra. La Commissione fissa l’obiettivo di produrre almeno 3,5 miliardi di m3 di biometano entro la fine del 2022 e 35 miliardi entro il 2030, raddoppiando il target originariamente fissato dal “Fit for 55”.

In definitiva, il messaggio centrale della Commissione europea è che il modo migliore per mitigare gli effetti della crisi in corso è uscire quanto prima dall’era dei combustibili fossili, realizzando in pochissimi anni quella transizione energetica rimandata per troppo tempo. Un messaggio chiaro e condivisibile, che purtroppo nel dibattito in corso nel nostro Paese sembra ancora trovare atteggiamenti fortemente conservativi e ostruttivi.

Una transizione davvero sostenibile?

Malgrado l’accelerazione impressa dall’UE, resta comunque forte il dubbio sui problemi legati all’approvvigionamento in settori cruciali per la transizione ecologica, quali la mobilità elettrica, le energie rinnovabili, la difesa, l’edilizia, l’industria e anche la space economy. Tutti settori in cui l’UE dipende dalla fornitura da parte di Stati terzi. 

La scarsità di metalli e minerali necessari alla transizione energetica è un tema posto anche dalla Banca Mondiale, che nel report “The Growing Role of Minerals and Metals for a Low-Carbon Future” ha osservato come la produzione di tali materiali dovrà aumentare del 500% entro il 2050. In particolare, più di un quarto della produzione dovrà essere di metalli rari che, secondo la lista dell’Unione Europea, è composta da almeno 20 elementi con il litio in testa, seguito dal palladio di cui la Russia è il primo esportatore globale. Nella partita gioca un ruolo chiave la Cina che, secondo l’analisi di ISPI, detiene oltre il 60% del mercato delle materie prime rare. 

L’impatto geopolitico della guerra è enorme e le incognite tante per i mercati. La più grande lezione che il popolo europeo sembra non aver ancora appreso è che l’energia è ancora un fatto politico.


Simona Rizza

Nata a luglio del 1992, sono cresciuta tra libri e montagne dell’entroterra siculo. Per Eco Internazionale scrivo principalmente di Europa, protezione internazionale e migrazione, cambiamenti climatici e, soprattutto, parità di genere.