Rolling Stones: nascita di un nome, un brand, una leggenda del rock

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Siamo nel luglio 1962, al Marquee di Londra i ragazzi che devono esordire sul palco hanno trovato un nome in fretta per la locandina. Ladies and gentlemen, i Rolling Stones, fedelissimi da sempre alla loro follia.


La storia di tutte le band entrate nell’Olimpo del rock and roll ha sempre qualcosa di straordinario, vuoi per i misteri che avvolgono certi eventi, vuoi per episodi che della “sfacciata leggerezza” fanno la propria benedizione. È il caso di quel nome divenuto un marchio (oltre che un logo e una rivista), un termine di paragone, il riferimento da contrapporre ad altri miti come i Beatles: The Rolling Stones. Siamo nel luglio 1962, il 12 per la precisione, e una band si esibisce al Marquee di Londra, un locale alla moda già in quegli anni, e i ragazzi che devono salire sul palco hanno dovuto trovare in fretta e furia il nome con cui presentarsi. Inizia così la favola degli Stones.

“Rolling Stones” per terra

L’aneddoto sul nome dei Rolling Stones narra come Brian Jones – uno dei fondatori del gruppo – avesse telefonato a Jazz News per inserire l’annuncio del loro concerto e di come, colto alla sprovvista sulla nome da inserire nella locandina, avesse letto la prima cosa che gli sembrò interessante. 

E siccome per quei ragazzi, all’inizio degli anni Sessanta, “non c’erano soldi ma tanta speranza” la telefonata doveva durare poco ed essere quella giusta. Per terra la copertina del disco The Best of Muddy Waters conteneva una traccia, la numero cinque: Rollin’ Stone. Aggiudicato. Lo racconta anche Keith Richards nella sua autobiografia Life: «Disperati, Brian, Mick e io ci buttammo. “The Rolling Stones”. Fiuuu! Risparmiata una moneta da sei penny».

Le “Pietre Smosse” avrebbero fatto parlare di sé a lungo e fin da subito. Il nome, chiaro messaggio di instabilità perenne, trova ben presto affinità col suo ispiratore, Brian Jones, il polistrumentista che nella sua vita e per gli Stones suonò quasi di tutto. Oltre ad aver ignorato donne e bambini durante il suo percorso di vita – nel ‘62 il ventenne Jones aveva già avuto tre figli da tre ragazze diverse – aveva conosciuto e abbandonato anche diversi strumenti musicali: dal pianoforte al clarinetto, dal sassofono fino alla chitarra, strumento con il quale entrò nei Rolling Stones

Brian Jones al Concertgebouw

Una tragedia, subito

Dopo sette anni di concerti e scalate nelle classifiche di tutto il mondo, il 3 luglio 1969, appena dopo essere stato “scaricato” dalla band per la sua ormai insopportabile inaffidabilità, Brian Jones morì annegato nella sua piscina in seguito all’abuso di alcol e sostanze stupefacenti. Non proprio una morte passata in sordina: all’età di 27 anni – un’età maledetta per molti artisti di quella generazione musicale – Jones ricevette onori e tributi illustri dagli Who, da Jimi Hendrix e Jim Morrison, gli ultimi due, peraltro, morti tragicamente alla sua stessa età. 

Il concerto a Hyde Park del 5 luglio fu un vero e proprio tribute concert per il compianto “compagno musicale” di viaggio. E fu un totale disastro. Strumenti scordati, performance grezza, approssimativa, e una coreografia con centinaia di farfalle bianche andata in vacca dopo che le stesse erano già morte nelle scatole che erano state utilizzate per trasportarle. 

Gli altri membri del «progetto Rolling Stones»

Mick Jagger e Keith Richards si conoscevano da quando erano bambini ma si rincontrarono proprio grazie alla comune passione per il blues. Il batterista Charlie Watts, un talento jazzistico, e il bassista Bill Wyman completarono la prima formazione storica, quella, per intenderci, delle prime incisioni e quella di I can’t get no satisfaction.

Questi cinque ragazzi erano al centro di un progetto ben architettato dal primo manager, Andrew Loog Oldham: la band rivale dei Beatles (entrambe “inglesissime”), doveva essere la versione “monella”, trasandata e sregolata di quei quattro bravi ragazzi di Liverpool. Tralasciando, nella realtà, l’ottimo rapporto tra i componenti delle due band, l’operazione di marketing riuscì, pure troppo bene, a tal punto che nei decenni la rivalità è divenuta proprio come quella fra tifoserie che si sfidano in un derby all’ultimo sangue. D’altronde, andavano conquistati i giovani europei e americani di un mercato discografico che stava esplodendo insieme al rock e a tutte le sue colorate derivazioni.

La rabbia del Regno Unito

Le macerie della guerra, seppur vinta, si facevano sentire su una classe operaia che sudava e trovava sfogo in qualche pub dove sputare drammi o delusioni sull’impero britannico perduto. In letteratura e al cinema si raccontava già la rabbia delle periferie inglesi, un sentimento che trovò il suo naturale riflesso nel rock and roll sfacciato e senza fronzoli – partito senza uno spicciolo – degli Stones. Altro segmento di pubblico che li trovò irresistibili furono infatti teenager e meno-teenager di un impero decaduto e rabbioso.

La musica degli Stones, però, non è definibile propriamente “politica”. Già, perché se socialmente la musica è stata importante per aggregare masse, farsi occasione per urlare una manifesta volontà rivoluzionaria, i Rolling Stones non hanno intonato nessun inno sovversivo. Sui giri blues e sui riff in quattro quarti della band britannica si parla di sesso, amori lontani, ristrettezze economiche, e ancora tanto sesso. E questo non toglie niente all’immenso valore sociale e culturale che hanno giocato per intere generazioni.

A due passi dal sessantesimo anno di carriera

I Rolling Stones, questi vecchietti – che per molti, e da molti anni, hanno “i giorni contati” – continuano a suonare negli stadi di tutto il mondo e a far impazzire folle in festa per ogni loro nota pizzicata sul palco. In barba agli invidiosi, la band più longeva della storia del rock and roll suona ancora quei brani ammiccanti e sensuali. 

Sulle spalle una sfilza di primi posti nelle classifiche di decine di Paesi, una lunga serie di album di successo – 30 album in studio, 33 live album e oltre 120 singoli – e una quantità di racconti e aneddoti che solo chi ha vissuto davanti e dietro le quinte di questo pazzo business può collezionare.

Un milione e mezzo di persone sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro; l’arresto per guida senza patente e senza assicurazione per il cantante Mick Jagger; i gelati rubati ai bambini (letteralmente) per mantenere la fama di “bad boys”; Keith Richards sveglio per nove giorni consecutivi (con qualche sostanza in corpo) durante le registrazioni di Some Girls; il “miracolo di Sacramento”, il concerto nel quale il chitarrista Richards venne colpito da una scarica elettrica causata dal contatto della sua chitarra con l’asta del microfono, evento dal quale uscirà illeso ma dopo una tesissima corsa all’ospedale; il concerto ad Altamont del ‘69 in cui un violento servizio d’ordine portò al caos e alla morte di quattro persone. Ma ce ne sono molte altre. Perché gli Stones sono musica, spettacolo, eccessi, da sempre amati da milioni e milioni di fans.


Daniele Monteleone

Caporedattore e responsabile Società. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. Ho un amore smisurato per l'arte, tutta.

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