Palestina, elezioni a data da destinarsi

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Le elezioni previste in Palestina per questo mese sono rimandate. Motivo? Israele non permette il voto a Gerusalemme Est, teatro di scontri e tensioni all’alba dello sfratto di 40 arabi dal quartiere di Sheikh Jarrah.


In Palestina le elezioni dovranno ancora aspettare. Infatti, se in Israele si rischia di tornare al voto per la quinta volta in due anni – qualora Yair Lapid fallisse il mandato di creare un governo, recentemente assegnatogli dal presidente Reuven Rivlin – la tornata elettorale prevista per il prossimo 22 maggio è sospesa.

Mahmoud Abbas, l’ormai ottantacinquenne presidente della Autorità Nazionale Palestinese, ha annunciato che le elezioni parlamentari sono sospese a data da destinarsi. Nello specifico, fin quando Israele non permetterà a Gerusalemme Est di partecipare al voto. Una motivazione che non convince le altre fazioni palestinesi, la popolazione e neanche organismi internazionali come l’Unione europea.

La tornata elettorale sarebbe stata la prima dopo quindici anni, da quando la Cisgiordania e Gaza si sono spezzate in due dopo la vittoria di Hamas del 2006. Ultimamente, alcuni tentativi di riavvicinamento fra le varie fazioni avevano portato all’annuncio del voto a gennaio. Una pacificazione che ora appare sfumata, con Hamas che condanna la decisione unilaterale dell’ANP e la dichiara un “golpe”.

Le autorità de facto di Gaza non sono le uniche scontente. Molti palestinesi, soprattutto giovani, sono scesi in strada a protestare a Ramallah e Gaza. «Abbiamo un’intera generazione di giovani che non sanno che cosa significhi elezioni», ha commentato Tariq Khudairi, un manifestante intervistato da AFP a Ramallah. «Questa generazione ha il diritto di eleggere i suoi leader».

«La decisione di Abbas non è convincente per i palestinesi – commenta ad Al-Monitor Hussam al-Dajani, analista politico e professore di scienze politiche all’università al-Ummah di Gaza. Una serie di consultazioni politiche focalizzate sulle ripercussioni della decisione impulsiva di Abbas si sono tenute nei giorni scorsi […] Ci saranno conseguenze». Le proposte spaziavano fra le proteste popolari, le conferenze stampa, la revoca dei poteri ad Abbas con un governo formato a Gaza e anche la formazione di un’assemblea costituente i cui poteri avrebbero raggiunto la Cisgiordania e Gerusalemme.

L’opinione diffusa è che Abbas abbia sospeso le elezioni sotto le pressioni di finanziatori e alleati, oltre che per il motivo, ben più personale, del diritto al voto dei residenti di Gerusalemme Est. Non è un mistero che Abbas non sia alto negli indici di gradimento dei palestinesi, stanchi del crescente autoritarismo e della corruzione nelle fila di Fatah. Secondo un recente sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, solo il 9% degli intervistati avrebbe detto di desiderare Abbas come presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, contro il 22% del favorito, Marwan Barghouti.

Chi è Marwan Barghouti?

Classe 1958. Figura politica di spicco di Fatah, Marwan Barghouti è dal 2000 in carcere per la sua partecipazione alla Seconda Intifada con una pena di cinque ergastoli. Stimato in Palestina e non solo, è considerato un prigioniero politico di Israele ed è da molti soprannominato il “Mandela Palestinese”.

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Agli inizi di aprile, Barghouti ha scosso il partito di cui lui stesso è membro (Fatah) presentando insieme a Nasser al-Qudwa – nipote di Yasser Arafat – una lista di candidati parlamentari chiamata “Freedom and Dignity” , in contrapposizione a quella del partito.

La lista è composta per più del 30 per cento da donne, cita come numero due Fadwa (la moglie di Barghouti) e include leader di Fatah vicini al prigioniero, ex figure politiche, prigionieri liberati e altri candidati indipendenti.

Riguardo Barghouti, è interessante il quadro che ne ha tratteggiato Uri Avnery, giornalista e politico israeliano scomparso nel 2018, in occasione dello sciopero della fame organizzato dai prigionieri palestinesi nell’aprile del 2017: «Anni fa ho chiamato Barghouti il “Mandela Palestinese”. Nonostante le loro differenze in altezza e colore della pelle, c’erano delle similitudini basilari fra i due: entrambi erano uomini di pace, ma giustificavano l’uso della violenza contro i loro oppressori.

C’è un’altra similitudine fra Mandela e Barghouti: quando il regime d’apartheid fu distrutto da una combinazione di “terrorismo”, proteste violente e un boicottaggio globale, Mandela emerse come il leader naturale del nuovo Sud Africa. Molte persone si aspettano che quando uno Stato palestinese verrà creato, Barghouti diventerà il suo presidente, dopo Mahmoud Abbas.

C’è qualcosa nella sua personalità che ispira fiducia, trasformandolo in un naturale arbitro di conflitti interni. I sostenitori di Hamas, che sono avversari di Fatah, sono inclini ad ascoltare Marwan. È il mediatore ideale fra i due movimenti».

La decisione di Abbas non ha frenato le intenzioni di Barghouti e del suo alleato: Al-Qudwa ha affermato che «non andrà a casa» e, confermando la sua partnership con Barghouti, ha dichiarato all’agenzia stampa Shehab che potrebbe creare una “nuova Fatah”.

Un fuoco già divampante

Il ritardo delle elezioni getta benzina sul fuoco già divampante del conflitto israelo-palestinese, esplosa dalla sera del 7 maggio, quando i palestinesi musulmani erano radunati nella moschea al-Aqsa per le celebrazioni dell’ultimo venerdì di Ramadan. In un video diffuso dai media locali, si vedono le forze armate israeliane lanciare una granata stordente verso la moschea, dove i fedeli erano ancora radunati in preghiera. Da parte sua, l’IDF (Israel Defence Forces) ha dichiarato di aver agito per ristabilire l’ordine. Il bollettino è di almeno 205 palestinesi feriti e 17 agenti israeliani.

Da venerdì le proteste si sono susseguite ovunque in Cisgiordania, Gaza e Israele, in particolare a Jaffa e Nazareth. 

Una delle maggiori fonti di tensione è la situazione a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est, dopo l’ordine di sfratto che una corte israeliana ha notificato a 40 cittadini arabi – di cui dieci bambini. Le loro case, in cui vivono da generazioni, saranno assegnate a dei coloni israeliani. In attesa della decisione definitiva della Corte Suprema, prevista per oggi 10 maggio, nel quartiere sono iniziate immediatamente proteste, che si susseguono ogni giorno. E che quotidianamente vengono brutalmente soffocate dall’esercito israeliano.

Intanto, negli ultimi giorni, manifestanti dell’estrema destra israeliana hanno invaso il quartiere, urlando “morte agli arabi” e aggredendo i residenti. Nelle scorse settimane, le frange estremiste hanno preso coraggio, anche grazie alla vittoria delle ultime elezioni, dove hanno ottenuto una rappresentanza senza precedenti. I sostenitori di Itamar Ben Gvir, uno dei sei esponenti a occupare uno dei 120 seggi della Knesset, si sono riversati nelle strade della Città Vecchia di Gerusalemme, promettendo sulle chat di WhatsApp di “spaccare la faccia” ai palestinesi.

Quale voto e quale futuro per l’ANP?

In questo contesto è difficile dire quando la popolazione palestinese potrà tornare a esprimere il proprio voto. Alcuni si chiedono quale peso potrebbe esercitare, visto che un governo di Hamas non verrebbe mai accettato dalla comunità internazionale. O anche quale sia il futuro stesso dell’Autorità Palestinese.

«La creazione dell’AP doveva essere il primo passo in una marcia verso uno Stato. Tuttavia, sin dal suo concepimento, l’AP in realtà ha solo servito l’occupazione», commenta Azzam Tamimi, studioso britannico-palestinese, a Middle East Eye.

E non è solo: Zaha Hassan, avvocata per i diritti umani, sottolinea come nel tentativo di dimostrarsi un partner nella sicurezza, l’AP abbia soffocato ogni tentativo di resistenza contro Israele. «Perciò, se siamo al punto dell’annessione, e se la soluzione dei due Stati ora non è in vista, qual è il ruolo dell’Autorità Palestinese?»

Si riformerà, qualora le elezioni si tenessero e Abbas – come sarebbe facile prevedere – perdesse? Continuerà a imporre rigide regole ai palestinesi o ne sosterrà le iniziative di resistenza? Come per il futuro di queste elezioni, anche queste domande non hanno ancora risposta.


Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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