Ginnastica artistica, il body della discordia

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Tre ginnaste tedesche hanno recentemente gareggiato indossando la tuta al posto del classico body. Sarah Voss, Elisabeth Seitz e Kim Bui hanno rivendicato la volontà di far prevalere la libertà delle atlete sull’estetica.


Ogni ragazza che abbia praticato ginnastica artistica, sia a livello agonistico che a livello amatoriale, ha indossato il body almeno una volta nella vita, durante l’allenamento o in gara. Questo indumento, simile a un costume intero a maniche lunghe, è d’obbligo per gareggiare e con i suoi colori e le sue fantasie è l’ornamento più prezioso delle atlete, che al tempo stesso lo amano e lo odiano. 

Tutti gli appassionati della disciplina, anche quanti non la praticano in prima persona, ricordano le esibizioni delle giovani atlete impegnate in evoluzioni spettacolari a corpo libero e sugli attrezzi; che si tratti di volteggio, parallele o trave, la performance sportiva avviene sempre indossando attillatissimi e sgambatissimi body. 

Recentemente l’utilizzo del body durante le gare di ginnastica è stato messo in discussione da alcune atlete della nazionale tedesca. Durante i Campionati europei di Basilea, disputati dal 21 al 25 aprile scorso, Sarah Voss, Elisabeth Seitz e Kim Bui si sono esibite, sfoggiando una lunga ed elegante tuta nera. Le tre atlete hanno preso infatti una netta posizione contro la sessualizzazione delle ginnaste e hanno riferito di volere trasmettere un messaggio di libertà a tutte le loro colleghe, dimostrando che si può essere eleganti ed espressive anche indossando una tuta. 

I body, secondo le atlete tedesche, possono far provare vergogna a chi li indossa, soprattutto se è presente un pubblico che assiste alle esibizioni sugli spalti o da casa. Elisabeth Seitz ha anche ironizzato sulla questione dicendo che, scegliendo la tuta al posto del body, ci sarebbe stata una cosa in meno di cui preoccuparsi, perché si sarebbe scongiurato il rischio di rivelare qualcosa di sconveniente durante i salti. 

Fin da piccole le atlete sono abituate al body e lo indossano anche durante il ciclo mestruale, ma questo non vuol dire che non possano sentirsi comunque a disagio. Arrivando all’inguine e lasciando il corpo molto esposto e le gambe nude, spesso le ginnaste provano a fissare questo indumento con la lacca e cercano di sistemarlo coprendosi il più possibile. 

Sebbene sia già permesso gareggiare con una tuta che copre tutto il corpo, purché sia impreziosita e aderente, il suo utilizzo è poco diffuso rispetto a quello del classico body. L’atleta che opta per la tuta finisce quindi per essere quasi certamente l’unica in gara vestita in modo diverso da tutte le altre. Il rischio è quello di sentirsi strana e giudicata, di rinunciare alla propria libertà di scelta, finendo quindi per conformarsi all’utilizzo del body.

Prima della vicenda delle tre atlete tedesche, le ginnaste che hanno utilizzato la tuta lunga in competizioni internazionali lo hanno fatto per lo più per motivi religiosi. Sarah Voss, invece, attraverso un comunicato della Federazione tedesca, ha rimarcato la diversa motivazione: «in quanto ginnaste della nazionale tedesca siamo un modello per molte giovani atlete, le quali vanno incoraggiate a indossare abiti diversi se si sentono a disagio con quelli classici». 

Lo sport è in grado di veicolare messaggi positivi, come dimostra il gesto di Voss, di Seitz e di Bui, che ha il fine di spronare tutte le bambine e le ragazze che praticano questo sport ad appropriarsi della possibilità di scegliere cosa indossare e cosa non indossare: non bisognerebbe mai mettere qualcosa contro la propria volontà o che non faccia sentire perfettamente a proprio agio. 

Sarebbe importante che le allenatrici e gli allenatori, che spesso assumono un ruolo chiave nella scelta del body, mettessero le ginnaste nella condizione di scegliere l’indumento che preferiscono. L’estetica ha un peso non indifferente nella ginnastica artistica ma non dovrebbe prevalere sulla comodità e sulla tranquillità delle atlete. Ciascuna di loro dovrebbe infatti poter decidere con quale abbigliamento gareggiare, senza sentirsi giudicata negativamente. La libertà di coprire il proprio corpo è importante tanto quanto quella di scoprirlo. 

Roberta Redina


Redazione

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