Voto in Israele, a vincere è l’estrema destra

Condividi

Israele torna al voto per la quarta volta, ma il risultato non cambia: non c’è una maggioranza definita. Intanto crescono i partiti di estrema destra. 


Non c’è tre senza quattro, e forse neanche senza cinque: la quarta tornata elettorale in Israele si risolve ancora una volta con un niente di fatto. Benjamin Netanyahu non è in grado di formare una maggioranza, e il gioco è in mano ai partiti più piccoli – sono 13 i partiti a dividersi 120 seggi. Sembra esserci solo una certezza: a vincere è stata la destra ultra-religiosa, con diversi seggi ottenuti, e l’entrata nella Knesset di partiti che non erano mai stati eletti prima.

I risultati finali delle elezioni del 23 marzo lasciano su un fronte il Likud di Netanyahu con 30 seggi, una coalizione che si aggira intorno ai 53-54 parlamentari e nessun percorso chiaro per arrivare ai 61 necessari a formare una maggioranza. 

Dall’altra parte del campo c’è il blocco anti-Netanyahu che potrebbe raggiungere la cifra radunando i partiti non allineati con “King Bibi”, inclusi quelli arabi: un fronte alla cui guida si propone Yair Lapid con il Yesh Atid (17 seggi), partito centrista dai valori liberali che mira a un compromesso territoriale con i palestinesi. Tuttavia, è difficile prevedere quale dei due blocchi l’avrà vinta.

Un inaspettato kingmaker è l’United Arab List (UAL), il partito islamista-conservatore che è riuscito a portare quattro suoi membri alla Knesset. Il partito rappresenta un tassello dello shock che ha scosso la politica arabo-israeliana. 

abbas israele
Mansour Abbas (AP Photo/Mahmoud Illean)

In primo luogo, i palestinesi di Israele sembrano aver perso ogni residua fiducia nel peso del loro voto. Alle scorse elezioni, la Joint List aveva incluso tutti i partiti arabi ed era riuscita ad ottenere 15 seggi: una soddisfazione di poco conto e di breve durata, vista la decisione di Benny Gantz di formare un governo di unità nazionale con il Likud contro la volontà degli alleati dell’allora coalizione anti-Netanyahu. 

«Avevano raccomandato Gantz come primo ministro, e non è stato facile per loro» spiega a Eco Internazionale Adam Keller, portavoce dell’ong israeliana Gush Shalom. «Gantz era capo dell’Esercito nel 2014, quando Israele uccise migliaia di arabi nella Striscia di Gaza, e di fatto se ne era anche vantato. È stato difficile per loro sostenerlo, ma volevano far parte della coalizione».

Nel frattempo, senza l’UAL la Joint List ha subito una sonora sconfitta, scendendo da 15 a 6 membri eletti alla Knesset. Diversa la storia dell’UAL, chiamato a giocare un ruolo importante per decidere il risultato finale delle elezioni. 

Durante una conferenza stampa di ieri, primo aprile, il suo leader Mansour Abbas ha affermato che «a differenza di altri politici, non ho mai escluso nessuno. È tempo di creare una realtà diversa». Corteggiando entrambi i blocchi, l’approccio di Abbas appare più ‘pragmatico’ degli altri partiti arabi, più desideroso di assicurare servizi e welfare agli arabo-israeliani piuttosto che perseguire la lotta nazionale palestinese.

Da parte sua, Benny Gantz e il suo Kahol Lavan portano a casa otto rappresentanti. Molti meno di quelli ottenuti quando si presentava come l’avversario numero uno di Netanyahu, ma più di quanti in molti si sarebbero aspettati. Un altro “sopravvissuto” è il partito di sinistra Meretz che si assicura sei rappresentanti: il partito era dato da molti per spacciato, in particolar dopo la sua presa di posizione a sostegno della legittimità dell’indagine della Corte Penale Internazionale sulla condotta di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

Anche il Partito Laburista (sette seggi) sembra conoscere una nuova fase, da quando la femminista Merav Michaeli ne ha preso la guida. «È una persona molto attiva e determinata – spiega Keller – ha detto “resusciterò il Partito Laburista”, e in molti non le credevano, ma è riuscita a ottenere seggi portando giovani donne al voto. In effetti si può dire che il Partito Laburista non sia più lo stesso partito. Molti dei suoi membri più ‘conservatori’ e centristi non volevano essere guidati da una femminista, ed è per questo che si sono aggiunti alle fila di Gantz. Tradizionalmente il partito ha come leader un generale, è successo spesso in passato. In un certo senso il Partito Laburista si è scisso».

Tuttavia, i veri vincitori delle ultime elezioni sono senza dubbio i partiti di estrema destra e ultra-religiosi. Il Partito Sionista Religioso (sei seggi) è un’alleanza di partiti guidata da Bezalel Smotrich, il quale in passato aveva proposto di segregare i reparti di maternità, in modo che le donne ebree non dovessero partorire vicino a donne arabe. 

Smotrich in passato si è definito un “fiero omofobo” e nel 2006 ha protestato contro il Pride portando a spasso per le strade di Gerusalemme capre e asini, in quella che lui ha definito la “parata delle bestie”. Nell’alleanza vi è anche il partito Noam, apertamente anti-LGBT. 

Il partito con il suo primo rappresentante alla Knesset ha già assicurato il suo appoggio a Netanyahu, con un “ma”: il premier deve promettere che cancellerà l’impegno israeliano intrapreso con la risoluzione ONU 1325, in base alla quale gli Stati sono obbligati a includere le donne nei corpi decisionali, in particolare quelli che si occupano di pace e sicurezza, proteggere le donne dalla violenza e tutelarle nei loro diritti umani.

Un altro partito dell’alleanza ad aver conquistato un posto in parlamento è il Potere Ebraico, guidato da Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo si ispira al rabbino estremista Meir Kahane, ucciso negli Stati Uniti 1990. Nel suo manifesto, Se ne devono andare, Kahane aveva affermato che ebrei e arabi non possono coesistere e che l’unica soluzione è espellerli da Eretz Israel. Non che Ben Gvir abbia bisogno di riferimenti esterni per dimostrare la sua posizione anti-araba: vive in uno degli insediamenti più violenti e provocatori della Cisgiordania occupata, è stato definito l’equivalente israeliano di un leader del Ku Klux Klan e paragonato al capo dei Proud Boys americani.

Una cosa è certa: Netanyahu non può sperare di formare un governo con i partiti dell’estrema destra e il gruppo islamista – ‘ironico’ che questi abbiano le stesse opinioni in fatto di diritti LGBT.

E ora? I negoziati inizieranno lunedì 5 aprile – lo stesso giorno in cui Netanyahu è chiamato ad apparire in tribunale per i processi a suo carico – e il desiderio del presidente israeliano Reuven Rivlin per «connessioni e cooperazione anticonvenzionali» appare di faticosa realizzazione.

«La prima mossa della coalizione anti-Netanyahu sarà probabilmente cercare di liberarsi dell’attuale Presidente della Knesset [dopo le dimissioni di Gantz, ndr], che è un sostenitore di Netanyahu» commenta Keller. «La seconda cosa che proveranno probabilmente a fare è passare una legge che vieti a persone sotto processo penale di esercitare il ruolo di primo ministro».

«Al momento non c’è legge che lo fermi. Se la coalizione anti-Netanyahu riuscisse a far passare questa legge, allora non potrebbe diventare primo ministro alle prossime elezioni. Questo cambierebbe l’intero quadro. Al momento tutti sanno che Netanyahu preferisce le situazioni in cui nessuno può formare un governo, e si va semplicemente a nuove elezioni – quattro volte in due anni – finché non c’è un nuovo governo lui rimane primo ministro ad interim, e a lui non dispiacerebbe rimanere premier ad interim per altri cento anni».

Foto in copertina World Economic Forum


Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

error: Content is protected !!