Donbass: nessun dorma

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La Russia ha annunciato il ritiro delle truppe ma gli equipaggiamenti restano indietro. Le tensioni rimangono sul Mar Nero.


Il 22 aprile scorso, il Ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha annunciato che le truppe disposte lungo il confine con l’Ucraina sarebbero state ritirate entro il 1° maggio. Molti hanno tirato un sospiro di sollievo ma, sebbene l’impressione di una possibile imminente invasione – per chi l’ha avuta – sia svanita, la tensione resta alta. 

È infatti del giorno successivo la notizia che la Russia, a partire dal 24 aprile, avrebbe impedito il transito di navi da guerra straniere nelle acque a largo della Crimea. A detta del Cremlino, il blocco non dovrebbe interessare lo stretto di Kerch, né in alcun modo i transiti civili, ma impedisce di fatto importanti spostamenti verso la Romania in vista delle esercitazioni Defender Europe 2021.     

A inizio aprile, la Russia ha preoccupato il mondo iniziando ad ammassare truppe nelle aree di Bryansk, Voronezh e Rostov, oltre che in Crimea. A metà aprile, 15 navi della Flotta Caspica sono state inviate nel Mare d’Azov. Ad allarmare, soprattutto, i movimenti di terra. Così, dopo le pressioni europee per il ritiro delle truppe, la decisione di Shoigu ha risollevato gli animi, facendo parlare di de-escalation – anche alla luce di altri segni di distensione quali la partecipazione del presidente russo Putin al Summit sul clima promosso dal presidente USA Biden e dalla fissazione di un colloquio tra i due leader. 

È parso che l’annunciato ritiro delle truppe avesse posto fine a ciò che si configurava, post facto, come una rappresentazione, una dimostrazione di forza senza conseguenze. Alcuni hanno parlato di possibili contropartite concesse dietro le quinte in cambio di uno stop alle tensioni – meno ostacoli sul Nord Stream 2, o la volontà di acquisire 30 milioni di dosi dello Sputnik da parte della Germania? O semplicemente la volontà da parte di Putin di ottenere il colloquio con Biden? O ancora, la necessità di evitare ulteriori sanzioni sul mercato azionario russo?

Fatto sta che proprio quest’ultimo è risultato il miglior mercato emergente nell’ultima settimana, con il rublo in difficoltà che è salito di quasi un punto percentuale dopo l’annuncio di Shoigu. Dall’altro lato, il presidente ucraino Zelensky che si è espresso positivamente riguardo alla mossa che allentava la tensioni – alla quale l’Ucraina, dice Zelensky, avrebbe risposto simmetricamente. 

Ma, andando oltre le apparenze, è difficile parlare di un lieto fine. Innanzitutto perché al conflitto in Donbass, che ha mietuto ad oggi 14.000 morti, non vi è soluzione in vista, con le negoziazioni che continuano a naufragare, lasciando la ferita aperta e sanguinante. E poi perché, anche dal punto di vista militare, l’annunciata ritirata non sarà completa. Ciò, in aggiunta alle mosse sul Mar Nero, configura al contrario un incremento di forze russe nell’area, nonché un capitale di conoscenze aggiornato per i militari russi. 

Il diavolo, come si suol dire, è nei dettagli. Secondo le dichiarazioni di Shoigu, non solo rimarranno al confine gli equipaggiamenti della 41esima armata – fino alle esercitazioni di Zapad 2021, che si terranno in settembre, dice il Ministro della Difesa russo – ma anche la 56esima di aviotrasportate, la cui base verrà trasferita a Feodosia, in Crimea. Si tratta di un gruppo di élite, fra i più mobili e versatili – parte dei leggendari parà coi baschi blu e la maglietta a righe. Quindici vascelli in più nel mare d’Azov e il blocco de facto delle acque a largo della Crimea. De-escalation?

Quando Shoigu ha annunciato il ritiro delle truppe ha parlato di un’esercitazione come le altre, semplicemente non preannunciata in agenda. Eppure, durante i giorni di massima tensione, oltre al movimento delle truppe, sono stati osservati dettagli che poco hanno a che vedere con delle semplici esercitazioni, come il posizionamento di ospedali da campo lungo il confine. 

Inoltre, se i numeri di Borrell, le cui stime contavano 100.000 soldati russi nell’area, sono sembrati esagerati, lo si deve in realtà alla conta operata rispetto a tutte le forze in campo, e non soltanto di quelle nuove, mosse durante quest’ultima occasione. Quindi, esclusi i 40.000 certi che hanno preso parte alle esercitazioni, 60.000 sarebbero coloro i quali resterebbero comunque in campo, fra quelli in Crimea e quelli, che vanno certamente considerati, che appartengono alle Repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk. 

Sono numeri significativi se si pensa che l’Ucraina ha a disposizione in totale meno di 300.000 unità, e che il supporto dichiarato da parte degli alleati è aleatorio, fatta forse eccezione per quello della Turchia che ha tutte le intenzioni di contendersi il Mar Nero con la Russia, costi quel che costi. 

Dunque, se coloro che hanno pensato a una de-escalation hanno tenuto conto soprattutto di altri e contestuali segni di distensione, di cui abbiamo sopra accennato, coloro che guardano alla situazione prettamente militare noteranno, al contrario, i segni di ostilità. 

Durante il suo annuale discorso alla nazione, qualche giorno fa, il presidente Vladimir Putin ha parlato di “linee rosse” da non valicare, linee rosse che “è la Russia a decidere dove si trovano”. E quali esse siano, questo è chiaro. 

donbass

Ad esempio, il “caso Navalny”. Se gli “ottimisti” avevano tenuto in conto il fatto che alle ultime manifestazioni pro-Navalny non si fosse registrata la stessa dura repressione delle precedenti occasioni, a deluderli a stretto giro è giunta la notizia che, a fronte delle pessime condizioni del detenuto, il Cremlino non ha concesso che egli fosse visitato da medici esterni alla struttura di detenzione dove si trova. 

La linea rossa esterna è, invece, quella dell’Ucraina e delle altre aree ex sovietiche particolarmente care a Mosca. Nessuno tocchi il Donbass, nessuno tocchi la Bielorussia. Bielorussia ampiamente confinante con l’Ucraina dove, a corollario delle vicende dello scorso anno, si fa strada un’integrazione (soprattutto militare) con Mosca. 

Per quanto riguarda Zelensky, che ha più volte chiesto a Putin un incontro per parlare di Donbass, ha invece ricevuto un invito per “quando vuole” a Mosca, ma non per parlare di Donbass – secondo il Cremlino faccenda interna all’Ucraina, per la quale è ai leader delle due Repubbliche che Zelensky deve rivolgersi. Ciò che Zelensky ha guadagnato in questo frangente, è stata la possibilità di mostrarsi sufficientemente nazionalista e bellicoso di fronte all’elettorato ucraino, al quale è stato comunque consigliato, di fronte all’escalation al confine, di “continuare coi propri lavori di giardinaggio” – un invito sarcastico a non cedere al panico, che è stato in effetti accolto dalla popolazione. 

In Donbass, invece, si vive in uno stato di allerta permanente e le ultime mosse di Zelensky – che ha incolpato i leader delle due Repubbliche separatiste di alto tradimento e ha silenziato le tv russofone – non hanno fatto che acuire lo stato di disagio della popolazione russofona dell’area, rendendo sempre più difficile un consenso popolare nei confronti dell’unità nazionale e incoraggiando ulteriormente il processo di russificazione, anche tramite l’acquisizione della cittadinanza russa da parte di ormai il 10% degli abitanti del luogo.  

Putin, dal canto suo, ha avuto modo di testare la capacità politica di Kiev, nonché la disposizione dei suoi “occidentali”. Ha avuto modo di porre, in silenzio, e concludendo con un gesto falsamente pacifista, ulteriori forze attorno a Crimea e Donbass, e rafforzare la propria presenza nel Mar Nero. Ha potuto evitare una guerra, costosa e strenua, dalle conseguenze probabilmente enormi. Ha ottenuto di essere considerato serio, molto serio, nelle sue richieste riguardo le “linee rosse” da non oltrepassare. Ha ottenuto il faccia a faccia con Biden. 

America e UE, presenti e partecipanti – con un bilancio che ricade comunque a proprio favore. Quale sia stato il motivo principale che abbia convinto Putin a lasciar perdere, ammesso che non si fosse trattato sin dall’inizio di uno stratagemma per ottenere obiettivi tattici, non è dato saperlo, e non ci si può certo lanciare di pancia sull’ipotesi “minaccia intervento NATO”. Ma, alle volte, bastano delle semplici sanzioni. Salvo ripensamenti: nessun dorma.


Claudia Palazzo

A spasso per l’Eurasia.

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