Kathrine Switzer, la maratoneta che ha rivoluzionato il mondo dello sport

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Kathrine Switzer è stata la prima donna a partecipare alla Boston Marathon e il suo pettorale numero 261 è diventato un simbolo di libertà per tutte le atlete.


Il processo di emancipazione femminile risulta, come spesso sottolineato, essere lento e graduale. Una delle donne che si è battuta per la realizzazione di questo obiettivo, dando la possibilità alle atlete di diventare protagoniste attive nel mondo dello sport, è Kathrine Switzer, detta “Kathy”. L’attivista statunitense è stata la prima donna a prendere parte alla maratona di Boston nel 1967. Il 19 aprile 1967 Kathrine ha gareggiato con il pettorale numero 261, che da quel giorno è diventato simbolo di lotta e di libertà per le donne atlete. 

Fin da piccola, Kathrine Switzer era un tipo anticonvenzionale, che amava giocare a hockey sul prato e arrampicarsi sugli alberi. Frequentava un college cattolico dove i suoi comportamenti erano ritenuti spesso scandalosi. All’epoca, ad appoggiare l’indole anticonformista della futura campionessa era unicamente il padre, allora maggiore dell’esercito. Decisivo, durante il suo percorso universitario, è stato l’incontro con Arnie Briggs, un postino-maratoneta che accettò di allenarla, noncurante del fatto che fosse una donna. Fu proprio Briggs con le sue storie a far coltivare a Switzer un sogno: quello di poter partecipare a una maratona.

Secondo quanto riportato dalla testata Storie di sport, Kathrine chiese un giorno a Briggs: «E se mi iscrivessi anch’io alla maratona?». L’allenatore le rispose: «Nessuna donna può partecipare alla maratona di Boston. Ma se c’è una donna che è in grado di farlo, beh, quella sei tu». Fino agli anni ’70, infatti, il mondo dello sport ha ostacolato l’affermazione dei diritti delle donne, impedendo la loro partecipazione alle competizioni agonistiche, poiché discipline come la corsa non erano ritenute «attività “da signore”. Fa male agli organi riproduttivi. Fa venire le gambe grosse. Non è un bello spettacolo vedere una donna mentre corre!».

Secondo quanto riportato dalla rivista online Elle, inoltre, Switzer stessa ha dichiarato, proprio nella sua biografia: «l’idea di correre per lunghe distanze è sempre stata considerata molto discutibile per le donne, pensavano che ci sarebbero venute le cosce grosse, che ci saremmo fatte crescere i baffi e l’utero ci sarebbe caduto». Nel 1966 Roberta Gibbs, per esempio, fu costretta a gareggiare in anonimato alla maratona di Boston, perché era un evento unicamente riservato agli uomini. 

L’anno seguente la storia del mondo dello sport ha subito una vera e propria svolta grazie a Kathrine Switzer, che è riuscita a prendere parte alla competizione pubblicamente e in quanto donna. Ovviamente per la maratoneta non è stato semplice, poiché ha dovuto prendere inizialmente degli accorgimenti in modo da non richiamare troppo l’attenzione su di sé, come l’utilizzo delle sue iniziali K.V. Switzer al momento della registrazione. 

Tuttavia, usare le iniziali ai fini della registrazione non è stato un sacrificio per l’atleta statunitense, dato che fin da bambina il suo sogno, se non le fosse stato possibile intraprendere la carriera da podista, era quello di diventare una giornalista sportiva e di firmarsi proprio K.V. Switzer. Lei stessa ha dichiarato, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera: «Mi registrai come K. V. Switzer, perché così mi firmavo nel giornalino dell’università. Nessuno si accorse prima che ero una donna».

kathrine switzer

Il 19 aprile 1967, giorno della maratona, però, Kathrine si è presentata truccata e con gli orecchini proprio per voler sottolineare il suo essere donna e atleta contemporaneamente al fine di dimostrare che le due cose non fossero affatto escludenti. La presenza dell’atleta ha suscitato diverse reazioni, dall’ammirazione al disappunto, fino a quella estrema del direttore di gara, Jock Semple. Quest’ultimo, infatti, ha cercato di bloccare la maratoneta, intimandole: «Vattene dalla mia gara, dammi il pettorale». 

In difesa dell’atleta è stato costretto a intervenire Tom Miller, 106 kg di peso, lanciatore di martello e allora fidanzato di Kathrine. Ancora oggi è rinomato lo scatto del fotografo Harry Trask, che immortala Simple nell’intento proprio di sottrarre a Kathrine la pettorina, ovviamente prima dell’intervento di Miller. Nonostante questo episodio, la Switzer è riuscita a tagliare il traguardo e a terminare la corsa, in 4 ore e 20 minuti.

Come affermato da Storie di Sport: «Il significato di quella gara non fu il raggiungimento del traguardo, ma era insito nella corsa stessa. Perché, di fatto, Kathrine Switzer non vinse nulla e al traguardo rischiò persino di non arrivarci. (…) Non ci furono medaglie, allori o proclamazioni; tuttavia, accadde molto di più. La vittoria di Kathrine è tutta in quella spinta, immortalata per sempre nello scatto fortuito di Harry Trask».

Kathrine vinse la sua prima maratona soltanto nel 1974, ma resta il fatto che, dal 1967, il numero 261 l’abbia resa protagonista e vincitrice effettiva della Boston Marathon. Nel 2015 Switzer, insieme ad altri amici, ha realizzato il progetto 261 Fearless, “Senza paura”, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione delle donne nel mondo della corsa e dello sport. I club 261 sono attualmente diffusi in tutto il mondo. 

Dal 2018 è possibile trovarli anche in Italia, a Milano, grazie all’impegno di Greta Vittori, appassionata di corsa che lavora nell’ambito delle public relations e della moda. Vittori è riuscita a formare un gruppo che si riunisce due volte a settimana alle 10:30 per condividere gratuitamente la passione per lo sport. Tale progetto si pone l’obiettivo di coinvolgere tutte quelle donne che non si ritengono idonee alla pratica sportiva per differenti motivi, come ad esempio il non riuscire a correre da sole o a indossare una tuta da ginnastica in pubblico, oppure perché si reputano troppo grasse o invece troppo magre.

Sul sito Technogym, Greta Vittori spiega: «essere Fearless non significa essere eroi o non aver paura mai, significa non aver paura dei giudizi altrui o di mostrarsi per come si è: senza trucco, con i chili di troppo, vestite in abiti sportivi, con la coda di cavallo o la piega ancora da fare. Io lavoro da oltre vent’anni nel mondo della moda, dove anche il colore di un rossetto sbagliato viene subito notato e additato. Andare il sabato mattina all’allenamento aiuta anche me a ridimensionarmi e a riposizionare le cose nel giusto ordine di importanza e priorità».

Come afferma ancora Vittori, è innegabile che coloro che iniziano a introdurre nella loro routine l’allenamento, anche se non finalizzato all’attività agonistica, «riescono a divertirsi talmente tanto che alla fine non riescono più a farne a meno». 

Lo sport risulta così essere un’arma anche contro la paura di fallire, o di non saper fare, perché permette di spezzare un probabile circolo vizioso proprio iniziando ad attivarsi e relazionandosi con gli altri. E in questo senso, si può condividere quanto affermato dalla ex schermitrice Valentina Vezzali in un’intervista, ossia che lo sport è «la più grande metafora della vita: ti porta sempre ad affrontare nuovi ostacoli, ti insegna a imparare e a reagire, aspettando la prossima volta». 


Giulia Montalto

Classe 1989. Le mie passioni: scrittura, sport e natura. Sono anticonvenzionale nella convenzionalità. Laureata in Economia e Scienze Politiche, scrivo per Storie di sport.

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