Mario Draghi e la politica trasformista sul carro dei vincitori

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La scelta europeista dei partiti e la prontezza a collaborare non sono eterne: saltare sul carro di Mario Draghi è il miglior modo per prepararsi alle elezioni.


Mario Draghi è divenuto nel corso degli ultimi dieci giorni il personaggio a cui, in gergo calcistico, ci si riferisce come “l’uomo della provvidenza”. Un ruolo che fino ad adesso ha impersonato benissimo, riunendo in uno stesso governo rappresentanti di partiti agli antipodi e tecnici, e ingenerando moltissima speranza anche tra gli elettori, che a larga maggioranza si dicono contenti di essere governati da persone “competenti”.

In una settimana tutti i partiti, salvo Fratelli d’Italia, sembrano essersi trasformati in “draghiamo”, europeisti e pronti a collaborare, come se non avessero passato, dimenticandosi degli anni a scordarsi del merito e a concentrarsi su temi e insulti personali, il tutto modificando la nobile arte della politica in un reality show odiato dal popolo. Ma questa era di cambiamento non sarebbe la prima in cui il trasformismo, stavolta speriamo rivolto al bene, dilaga nella politica italiana.

Applausi e abbracci per Draghi

Draghi ha pronunciato il 17 febbraio un discorso intenso in Senato, che è stato fermato 21 volte da applausi e che pare abbia unito anche chi, fino a poche settimane fa, se le dava di santa ragione tra Twitter e talk show.

Il neo-premier ha ribadito concetti pesanti tra cui: gli errori della sua generazione, il bisogno di puntare sui giovani e il rapporto vitale tra l’Italia e l’Europa. Un rapporto che oggi anche la Lega di Salvini pare aver abbracciato, distanziandosi dalle critiche anti euro che l’hanno caratterizzata negli anni passati.

I trasformismi con uno sguardo alle elezioni

Poiché il trasformismo è arte naturale nella politica italiana, è bene fare delle semplici considerazioni. Il trasformismo è l’opposto della naturalezza e implica, quindi, una rincorsa dei propri interessi anche al costo di cambiare completamente bandiera. 

Non illudiamoci che il M5s si sia trasformato radicalmente in un partito europeista per effetto di un cambio di ideali. Non illudiamoci nemmeno che Matteo Salvini si sia svegliato europeista tutto d’un tratto. Non illudiamoci che questa sia la fine di Matteo Renzi, o che si torni a una politica di cultura e di contenuti. Insomma, le strategie dei partiti puntano a un obiettivo preciso, le elezioni del 2023, in cui tutti in campagna elettorale potranno beneficiare del sostegno e della presenza nel governo Draghi. Ma andiamo per ordine.

Matteo Renzi, per esempio, nel 2023, nel momento in cui si dovrà correre per le elezioni, potrà ricordare al popolo che è grazie a Italia Viva se i soldi del Recovery saranno stati gestiti da Mario Draghi e non dalla compagnia assortita del governo Conte bis. Affermerà, ancora una volta, che sarà pronto a governare, perché sarà stato grazie a lui che il M5s sarà uscito di scena e che sarà sempre stato solo lui il vero argine contro i populisti, non il Pd, ormai diventato amico del movimento ideato da Beppe Grillo.

Anche il Partito Democratico di Nicola Zingaretti dirà di essere stato l’unico argine al populismo e, soprattutto, l’unica forza di centro-sinistra europeista insieme ai nuovi alleati M5s e Leu. Potrà dire di aver fatto diventare europeisti i grillini e di avere allargato un fronte difensivo verso i sovranisti e anti-euro.

Il M5s, invece, dirà che governare con Draghi sarà stata la scelta giusta. I leader del movimento di Grillo diranno che, pur di non lasciare una somma come 209 miliardi alla “casta” o agli “altri”, hanno deciso di partecipare attivamente alla ricostruzione del Bel Paese, che sulla base dei risultati delle politiche del 2018 sarebbe spettata comunque a loro di diritto.

Infine, troviamo la “nuova” Lega, che nel 2023 dirà di essere stato il partito salvatore, e specialmente simbolo di quella che tutti sperano sia la rinascita italiana. Tutto ciò per via dei due ministeri chiave per la ripresa assegnati al partito di Salvini, che gestirà (si spera) fino al 2023 assegnati: Sviluppo Economico capitanato da Giorgetti e Turismo capitanato da Garavaglia. 

Governo del «cambiamento» (di nuovo)

Non illudiamoci o convinciamoci, noi elettori, che la politica stia cambiando o voltando veramente pagina. Possiamo sperarlo, ma con gli occhi aperti. Per adesso Draghi, oltre alla competenza, ha il merito di aver riportato il gioco in un ambito europeista, concentrando le tensioni politiche tra centro destra e centro sinistra, piuttosto che tra sì-Euro o no-Euro (affare non da poco).

Ma potrebbe non essere un cambiamento stabile. Nel corso del suo discorso, il nuovo premier ha rifiutato il concetto di fallimento della politica, ma ha parlato di un rigore e una responsabilità che il governo si prende, sentendosi i ministri anzitutto «cittadini italiani». Insomma per adesso tregua, ma la tregua non sarà eterna.

I partiti hanno adoperato il cambiamento per puri motivi elettorali, sapendo che affiancarsi a una figura come Draghi li farà, come si dice in gergo romanesco, campare di rendita. Potendo (tutti) dire di essere stati centrali in un governo competente e soprattutto responsabile del più grande progetto italiano e europeo mai prodotto prima d’ora.

Ovviamente se il progetto dovesse funzionare. Perché nel caso in cui i piani non dovessero andare come previsto, come direbbe un altro uomo della provvidenza come Claudio Ranieri “dilly-ding dilly-dong”: suonerebbero ancora le campane, e a quel punto, forse, tra un trasformismo e l’altro, all’Italia servirebbe un miracolo, proprio alla Ranieri, per salvarsi dal baratro.

di Andrea Manzella


Redazione

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