Tempo di lettura: 6 minuti

Armenia-Azerbaijan: il “conflitto congelato” si scalda al sole di luglio

Condividi

 
 

Scontri armati al confine, 16 vittime. Quali le ragioni di Baku e Yerevan, quali altri attori coinvolti, quali possibili scenari futuri?


Dalla notte del 12 luglio scorso alla mattina presto del 17, con una breve interruzione il 15, si sono svolti scontri armati al confine fra Armenia e Azerbaijan, in corrispondenza dei distretti di Tavush (ARM) e Tovuz (AZ). Sedici le vittime confermate, fra cui due militari di rango e un civile.

Le parti in causa si accusano vicendevolmente di aver causato gli scontri, e non ci sono fonti indipendenti in grado di confermare l’una o l’altra versione. Ma le vittime potrebbero essere di più, in quello che è il più grave confronto sul campo fra Baku e Yerevan dal 2016: fra le altre, le negoziazioni per una pace duratura. Nel 2016, era stato sufficiente il tepore primaverile di aprile a sciogliere i ghiacci del “conflitto congelato”, mietendo, in 4 giorni di guerra, circa due centinaia di vittime.

La contesa, una disputa incancrenita dal 1988, con in mezzo una guerra, dal ‘91 al ‘94, un “armistizio” (maggio 1994), infinite negoziazioni internazionali (dal ‘97 in poi il “Gruppo di Minsk” sotto l’egida dell’OSCE), il cambio di 4 presidenti armeni, 2 azerbaijani. Il Nagorno- Karabakh è una regione che in epoca sovietica aveva status autonomo, all’interno dei confini azerbaijani. Di importanza storica per entrambi i popoli, il Nagorno-Karabakh era abitato da una significativa minoranza armena, che viveva fianco a fianco con i vicini azerbaijani.

Dall’88, istanze di secessione agitano gli armeni del Karabakh. Da contestualizzare nella cornice di inatteso revival nazionalista prodotto dal crepuscolo dell’Unione Sovietica, gli animi esacerbati dalle deteriorate condizioni economiche, le proteste popolari innescano violenze di piazza, le violenze infiammano l’odio, l’implosione dell’Unione Sovietica rende concreta la possibilità di un cambio di polity, le masse ritengono che l’appartenenza a questa o quella giurisdizione sia risolutiva dei loro problemi quotidiani.

UN Photo _ Armineh

Si combatte. Il Nagorno-Karabakh si stacca dall’Azerbaijan, e insieme ad esso l’Armenia occupa le aree circostanti – il 13, 6% del territorio de jure azerbaijano, è de facto sotto il controllo armeno. Una ferita che non sarà mai accettata dall’Azerbaijan; un impedimento insormontabile per lo sviluppo dell’Armenia. Le negoziazioni in una frustrante impasse sembravano aver acquisito nuova linfa con l’estromissione nel 2018 dell’ex presidente armeno Sargsyan e l’arrivo di Pashinyan. Nel gennaio 2019, le parole piene di speranza del gruppo di Minsk che annunciavano la necessità sopraggiunta di “preparare le popolazioni alla pace”. E invece, cos’è successo?

Non appena le luci dei riflettori si sono nuovamente allontanate dall’area di conflitto, i piccoli progressi fatti, quasi esclusivamente formali, hanno perso tutta quell’aura scintillante della novità e si sono rivelati l’ennesima pezza bagnata per spegnere l’incendio.

L’Armenia, con l’occupazione dei territori in questione, ci guadagna di avere i suoi più lunghi confini internazionali bloccati (Turchia, Azerbaijan); con la partecipazione al CSTO a conduzione russa, ci guadagna non solo qualche rottame bellico sovietico, ma un paio di Iskander, e nel 2016 200 milioni di dollari di prestito per acquistare armamenti dalla Russia, fra cui i missili Smerch, in più un articolo 4 (mutua difesa in caso di attacco extra CSTO) la cui implementazione non sarà mai così automatica come Yerevan vorrebbe.

L’Azerbaijan, deprivato di territori che legalmente gli apparterrebbero, vive in un profondo senso di ingiustizia e soffre la negligenza internazionale, mentre riesce, per caratteristiche geografiche e per le proprie risorse naturali, a essere molto meno isolato della vicina Armenia, e gode di cooperazione militare ad alto livello con Israele (che gli ha fornito gioiellini come droni e missili di ultima generazione), e al contempo buone relazioni con l’Iran (il maggiore partner commerciale armeno) e la Russia (la presunta migliore amica di Yerevan), nonché del supporto incondizionato della Turchia. L’Armenia può contare su una numerosa diaspora in grado di fare lobby in ambito internazionale, l’Azerbaijan su alleanze militari più solide e sulle proprie risorse energetiche.

Dunque, per un verso o per un altro, questo status quo non è gradito né all’una (che ne soffre in termini di apertura al mondo) né all’altra parte (che si ritrova i territori occupati). Un “no-deal” potrebbe andar bene solo a un’ipotetica Armenia in attesa che le future generazioni semplicemente si stanchino di combattere per i territori occupati, e che in conseguenza di ciò, magari con delle libere elezioni, quei territori vengano riconosciuti legalmente sotto l’egida di Yerevan. Una vittoria di logoramento. Invece, dopo l’ennesimo frustrante silenzio sulle negoziazioni, Baku ha recentemente manifestato tutto il proprio disappunto.

Il presidente Aliyev, il 7 luglio ha minacciato di ritirarsi dal negoziato, se questo non avesse mostrato frutti concreti al più presto. Inoltre, durante gli scontri della scorsa settimana, Aliyev ha mandato a casa lo storico ministro degli Esteri Mammadyarov, accusandolo di non essere stato presente e attivo nel momento di crisi. Mammadyarov, in carica dal 2004, è stato interprete nel 2019, insieme all’omologo armeno Mnatsakanyan, proprio di quella seduta del Gruppo di Minsk con esito tanto roseo, alla quale si faceva riferimento poco sopra.

É stato un ministro poco attivo dal punto di vista prettamente decisionale, ma il suo ruolo di memoria storica delle negoziazioni ne ha fatto una figura istituzionale di continuità e di riferimento per i lavori. Il suo “licenziamento”, dunque, una possibile cartina tornasole di quanto Aliyev si sia stufato di negoziazioni inconcludenti, e ritenga di poter trovare soluzioni alternative a quella diplomatica, almeno in questo formato. Ciò però non può costituire una prova sufficiente a dedurre che gli scontri siano stati iniziati da Baku.

Infatti, d’altro canto, altri elementi potrebbero costituire indizi di una volontà armena di riportare il conflitto allo scontro armato. Gli scontri, infatti, si sono verificati ben più a Nord della “Linea di Contatto” che scorre lungo l’area occupata. Il teatro di questi scontri costituisce confine internazionalmente riconosciuto fra i due Stati caucasici, a differenza della linea di contatto, e ciò significa molte cose, la prima delle quali che l’Armenia, qualora avesse provato che la natura degli scontri fosse stata quella di “aggressione da parte dell’Azerbaijan”, avrebbe potuto invocare l’articolo 4 e coinvolgere la Russia, aprendo così scenari ben diversi.

In effetti, Yerevan aveva chiesto e ottenuto un colloquio con i vertici del CSTO in merito agli avvenimenti della settimana scorsa, ma questo colloquio è poi stato posposto e sostanzialmente annullato. In secondo luogo, l’area di Tovuz – la sponda azerbaijana degli scontri – è sede di alcuni dei più importanti snodi strategici infrastrutturali dell’Azerbaijan: transito dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan; transito della parallela Baku-Supsa; transito del gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum; transito dell’autostrada Baku-Tbilisi; transito del tratto iniziale del Southern Gas Corridor (che arriva direttamente in Europa) che dovrebbe essere operativo, secondo SOCAR (compagnia petrolifera di bandiera dell’Azerbaijan), da Ottobre.

Alcuni analisti hanno tirato in ballo la classica teoria della diversione dell’opinione pubblica dalla situazione interna al nemico esterno. Da entrambe le parti la situazione domestica legata al covid-19 e, in Armenia, a difficili cambiamenti costituzionali, appare non delle migliori – ma per lo stesso motivo, la stessa impegnativa situazione domestica in entrambi i Paesi, si potrebbe interpretare come: 1. finestra di opportunità in cui la debolezza dell’altra parte invoglia il contendente all’attacco diretto; 2. momento di maggior impegno per risolvere problematiche interne, che dissuade dalla ricerca di avventure di confine.

Se dunque questi elementi possono aver giocato un ruolo nella provocazione degli scontri, potrebbero averlo fatto in misura uguale dall’una e dall’altra parte, non pesando così su nessuno dei due piatti della bilancia dell’analisi. Valutate dunque le ragioni dei due protagonisti coinvolti, volgiamo lo sguardo all’esterno, alle potenze regionali e internazionali che nel conflitto hanno, o possono avere un ruolo.

L’Iran. Partner dell’Armenia, amico dell’Azerbaijan, con significativa diaspora armena e con significativa minoranza azera – si è offerto di mediare nel conflitto.

La Turchia. Confine chiuso con l’Armenia, la Turchia non ha usato mezze misure nel condannare la “provocazione armena” e per esprimere tutto il proprio appoggio al fratello Azerbaijan. Storicamente, si tende a considerare la veemente retorica turca in merito al conflitto un mero “supporto diplomatico” privo di conseguenze concrete, ma la Turchia in questi anni ha di molto cambiato stile, e, forse, basarsi sui precedenti non è la migliore garanzia di buona comprensione delle intenzioni di Ankara.

Perdipiù, la Turchia in più casi, altrove (ad esempio in Siria e in Libia), non ha mostrato alcuna remora a entrare in contrasto con la Russia, e benché alcuni analisti ritengano che non oserebbe fare lo stesso nel Caucaso, pare il caso di riflettere su chi, fra Russia e Turchia presenti il migliore bilancio militare nel Caucaso del Sud – rimanendo la Georgia bloccata ai trasferimenti militari russi verso Sud, l’Armenia in balia di questi, l’Azerbaijan al fianco di Ankara, l’Iran, forse, neutrale. E quella geografia del Caucaso così discontinua che basterebbe “così poco” a rendere più lineare.

La Russia. Co-chair del Gruppo di Minsk, si è sforzata in tutti questi anni di non monopolizzare queste negoziazioni così vitali per la stabilità del Caucaso del Sud, area che considera di propria pertinenza. Come ha detto Lavrov lo scorso ottobre, nel gruppo di Minsk “lavoriamo all’unisono con Francia e Stati Uniti”, in una delle “poche situazioni in cui abbiamo lo stesso punto di vista”. Certo, in alcune delle risoluzioni avanzate dalla Russia, si proponeva un dispiegamento esclusivo delle truppe russe lungo i confini contesi, ma questa formula non è mai stata accettata da nessuno. Per quanto riguarda il CSTO, come si è già detto, altro che articolo 4, per ora. Peskov si è unito al coro di voci internazionali che hanno invitato le parti alla de-escalation.

Però, ci sono due fattori da considerare: 1. la base russa di Gyumri. Una grossa base di artiglieria nella cittadina armena a pochi kilometri dal confine georgiano; 2. le esercitazioni “Kavkaz-2020”, previste per settembre. E, 3. Putin, che improvvisamente il 17 luglio ordina il combat readiness check per le forze coinvolte nell’esercitazione, che per l’appunto ha come focus il Caucaso, benché si estenda lungo il Mar Nero e fino al confine Sud-Occidentale. Che questa fretta abbia a che vedere con la vicenda Armeno-Azerbaijana? Che la dichiarazione infuriata di Aliyev “se attaccassero i nostri assetti strategici, noi potremmo bombardare la centrale nucleare di Metsamor” abbia spaventato la Russia?

Di certo, questo spauracchio Cernobyl’ è un ennesimo, rabbioso tentativo di Aliyev di attirare l’attenzione internazionale, che invece rimane a scena muta, fatto salvo un delicato invito alla calma il cui pacifismo puzza tanto di ipocrisia. Intanto Baku e Yerevan si stringono attorno ai propri militari, manifestazioni interventiste a Baku, una retorica nazionalista esasperata all’estremo, mentre alcune voci fuori dal coro ricordano ai rispettivi popoli che a fare le spese della guerra sono sempre soprattutto i più deboli.

Ed è per questo che mentre la comunità internazionale nasconde sotto il tappeto la polvere del conflitto, che considera congelato, la popolazione civile vive in un continuo stato di allerta e prostrazione economica causata dalla guerra – della quale si è costretti ad accorgersi solo quando guerreggiata. È forse questa l’unica chiave valida per andare oltre l’impasse senza che si scateni un massacro. Un concreto aiuto internazionale alle popolazioni colpite è l’unico atto di pace degno di questo nome, tutto il resto è noia.


 
Condividi
Claudia Palazzo

Claudia Palazzo

A spasso per l’Eurasia.

error: Content is protected !!