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Nagorno-Karabakh: la guerra è finita

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In seguito alla presa di Shusha, è stato firmato il cessate il fuoco permanente tra Armenia e Azerbaijan, ma sono molte le incertezze.


«Chi controlla Shusha, controlla il Karabakh». E quarantatré giorni dopo l’inizio del conflitto, l’esercito dell’Azerbaijan era lì, nella capitale culturale del Nagorno-Karabakh, a pochi chilometri dal capoluogo Stepanakert. L’annuncio della presa di Shusha è stato dato la mattina dell’8 novembre, ed è stato accolto da un Azerbaijan in festa. Ma le smentite armene hanno lasciato il mondo col fiato sospeso: “non c’è nessuna prova a sostegno dell’affermazione di Aliyev”, dicevano gli armeni, nessuna foto, nessun video. Il giorno dopo sarebbe stata la festa della bandiera, in Azerbaijan, e quale miglior modo di celebrarla, che mostrando il vessillo issato sventolare su Shusha? Che si sia trattato di un coup de theatre studiato, o che gli armeni abbiano resistito combattendo fino allo stremo, al 9 novembre, la sera, era finita

Il Primo ministro armeno Pashiniyan aveva dichiarato la resa, firmato un accordo trilaterale con l’Azerbaijan orchestrato dalla Russia. Una nota sulle negoziazioni: alle 17.30 di Mosca, un Mil Mi-24 russo viene abbattuto accidentalmente dal Nakhichevan mentre sorvola lo spazio aereo armeno. Aliyev si scusa e si offre di pagare i danni, ma il portavoce russo Peskov ci tiene a sottolineare che i negoziati erano in corso già da molto prima che il velivolo venisse abbattuto.

Alle 23 di Roma, in una Baku nuovamente in festa, si avverte un’esplosione, forse un ultimo iskander, l’addio alle armi lanciato da un ultimo guerrigliero che rifiuta di obbedire al Badoglio di turno. Poi le armi tacciono davvero.

Mentre a Baku svanisce l’ultima preoccupazione, gli armeni si riversano per le strade di Yerevan, assaltano il proprio parlamento e massacrano di botte lo speaker della Camera Ararat Mirzoyan, che si trova tutt’ora ancora in prognosi riservata. Ma è Pashinyan che vogliono. Si avventano sulla residenza del Primo ministro, ma lui non è in casa. È a Sochi – secondo fonti non ufficiali, naturalmente – e sarebbe andato lì prima di firmare, a ogni buon conto.

Questi gli avvenimenti rocamboleschi susseguitisi laggiù, nel Caucaso del sud, proprio dopo una settimana in cui si era parlato di “stallo”, in cui le vittorie militari dichiarate a cascata dall’Azerbaijan venivano messe in dubbio, e in cui si credeva che a “ricongelare” il conflitto ci avrebbe pensato, letteralmente, il Generale Inverno. Ma gli animi infuocati non sentono il freddo, e non lo sentono neanche gli armamenti di ultima generazione, non lo sentono i generali, non lo sentono i politici e i diplomatici negli edifici riscaldati delle capitali.

Fermiamoci un momento a pregare per i morti – non sappiamo quanti, non ci sono numeri ufficiali, probabilmente oltre 5 mila. I loro corpi saranno restituiti alle famiglie, come da punto 8 della “Dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan, Primo ministro della Repubblica d’Armenia e Presidente della Federazione Russa”. Forse l’unico punto fermo nell’epilogo di una storia durata fin troppo: questi morti non torneranno in vita.


La dichiarazione di cessate il fuoco. Una pagina, nove punti per porre fine a uno stallo durato trent’anni. Verranno tenute le posizioni quali alla mezzanotte del 10 novembre, cessazione delle ostilità. Cioè l’Azerbaijan otterrà quanto riconquistato fino a quel momento, cioè l’area sud (Jabrail; Fuzuli; Hadrut); Shusha, naturalmente; a nord Talysh. Saranno restituiti all’Azerbaijan i territori extra-NK occupati e non ancora riconquistati militarmente (Agdam a est; Kelbajar e Lachin – escluso il corridoio – alle spalle del NK). Le forze armene si dovranno ritirare contestualmente all’ingresso e al posizionamento delle forze russe (1960 uomini), e il tutto dovrà avvenire molto velocemente. IDPs (Internally Displaced People) e rifugiati ritorneranno in Karabakh sotto la supervisione dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Scambio dei prigionieri, e delle spoglie dei caduti. Verrà stabilito un “peacemaking centre” e saranno aperti corridoi: una nuova strada per connettere il Karabakh all’Armenia bypassando Shusha, e un imbuto fra l’Azerbaijan e l’exclave del Nakhichevan.

La mappa dal 10 novembre 2020. Fonte: RFE/RL

Tutto qua. Molto resta non detto in questa dichiarazione. Quale sarà lo status del Nagorno-Karabakh? Come sarà composto il “peacemaking center”, e specificamente, che ruolo avrà la Turchia? Come e dove sarà ritagliato questo corridoio tra Azerbaijan e Nakhichevan? Come verrà costruito in un territorio così impervio il “corridoio di Lachin alternativo”? Qual è esattamente la “linea di contatto” lungo la quale le forze russe, da dichiarazione, saranno poste, oltre che lungo il corridoio di Lachin e l’FSB a supervisionare l’imbuto sud Az-Nakhichevan?

Tutto ciò che non è fissato su carta, è ovviamente soggetto a interpretazione. E l’interpretazione che prevale è quella sostenuta dalla parte più forte. In un contesto dinamico com’è ancora quello del Caucaso del sud, è impossibile prevedere quale visione prevarrà. Infatti, i fattori in movimento sono: la situazione interna all’Armenia, l’imprevedibile comportamento dei russi, il fattore turco. 

Attori dinamici e scenari possibili. Cominciamo dall’Armenia: la sconfitta subita è stata bruciante. Pashinyan ha perso la faccia di fronte al suo popolo, che rimane mobilitato e non ha affatto seppellito l’ascia di guerra. Arresti fra le fila dell’opposizione armena sono stati effettuati nella giornata di ieri, mentre l’assenza di un’alternativa chiara al governo di Pashinyan sta facendo chiudere i ranghi del governo attorno al debole leader. Il ministro della Difesa si è espresso in favore della decisione di Pashinyan di firmare, lo stesso leader dell’Artsakh Harutyunyan ha giustificato la scelta, dicendo che i soldati erano fiaccati e continuare la guerra avrebbe condotto a una tragedia. 

Ma i leader precedenti, Kocharyan (arrestato per abuso di potere e scarcerato quest’estate) e Sarghsyan (cacciato via dalla “rivoluzione di velluto”), nonostante tutto, non si sono macchiati della colpa più grave agli occhi degli armeni, la resa, e sono in circolazione. Se il ricordo della “rivoluzione di velluto” è troppo fresco per portare a una completa riabilitazione di Sargsyan, Kocharyan, anch’egli karabakho, e veterano, è un oligarca legato a Mosca, e potrebbe incarnare perfettamente lo spirito revanscista che scorre per le strade di Yerevan, così come potrebbe essere quell’uomo di Mosca che Pashynian non è stato, e che per questo è stato inviso al Cremlino. Uno sviluppo in questa direzione della politica armena, costituirebbe la vittoria totale per la Russia.

Il Cremlino ha giocato in maniera eccelsa la sua partita a scacchi nel conflitto, dove è arrivata solo alla fine, e per fare scacco matto senza aver perso neppure un pedone. La Russia ha ottenuto la presenza nella regione, ma non sono solo i 2 mila uomini in più che avrà giù nel Caucaso a rendere questo cessate il fuoco una vittoria per Mosca. Se è vero che, come molti analisti hanno sottolineato, da un certo punto di vista ciò comporta una grossa responsabilità nel difficile Caucaso, e dunque un ulteriore grattacapo, d’altro canto la Russia si trova così non solo a esercitare il totale controllo su un’Armenia ancor più isolata e dipendente di prima, ma anche a tenere sott’occhio l’Azerbaijan, col quale però non ha motivo di entrare in diretto contrasto, al momento. É dunque possibile ipotizzare che non sarà Mosca a fare il primo passo per scompaginare quanto stabilito con il cessate il fuoco. Così come la Russia è arrivata a fine partita e soltanto per firmare, anche adesso attenderà che la pietanza si cuocia da sola, e che l’Armenia faccia quel passo che potrebbe di nuovo far precipitare la situazione verso uno scontro.

E qui entra in gioco la Turchia, che abbiamo visto interagire con Mosca in altri scenari, Turchia potenza della NATO che ha coadiuvato l’Azerbaijan belligerante. La Turchia, il cui bilanciamento diplomatico nei confronti della Russia è stato fondamentale per sbloccare la situazione; il cui leader poco amato a Occidente fa dimenticare a una “politica estera comune” gli interessi strategici; il cui allontanamento da un laicismo kemalista consente ai propagandisti di tirar fuori i miti obsoleti dello scontro di civiltà. La Turchia, gigante isolato, potrebbe perdere il suo status e, inoltre, come potenza regionale, si sa imporre. Per tutto questo, parole come “neo-ottomanismo”, “panturchismo” e persino “terrorismo” sono termini che abbiamo ricominciato a sentire sempre più frequentemente riferite a essa.

Il ruolo della Turchia in questo post-cessate il fuoco è anch’esso dipendente da altri fattori: quanto saremo in grado di abbandonare quel modello diplomatico wilsoniano dove a parlare di Caucaso siede qualcuno come Macron? Quanto saremo in grado di costruire una politica estera comune coerente, che decida quali obiettivi perseguire e quali porre invece in secondo piano? Riuscirà l’Europa a prendere posizione, a scegliere fra l’isolazionismo e l’impegno? Riuscirà l’Europa a dismettere i panni del paternalista col monocolo e il panciotto che vuol “metter bocca” senza “metter piede” nel Caucaso?  

E gli Stati Uniti, quando le acque si saranno calmate, torneranno a interessarsi di Caucaso, oppure aree come il Mar Nero, il Mar Caspio, il “Grande Medio Oriente”, la politica energetica, rimarranno care solo a qualche vecchia volpe nei circoli militari?

Non è possibile rispondere a queste domande, al momento. Di fronte all’avvenimento di grande portata storica al quale abbiamo appena assistito, possiamo però nutrire delle speranze. L’Armenia al bivio potrebbe cogliere una grande occasione per demilitarizzarsi, dismettere narrative tossiche e belliciste, provare a ripartire da adesso, senza la croce di uno stato di guerra permanente. Potrebbe provare a costruire la pace, curare l’economia, valorizzare le risorse, specialmente umane e culturali, che sono effettivamente in suo possesso. Potrebbe dare questo senso al dolore per i suoi caduti e prodigarsi attivamente perché questa tragedia non si riproponga. 

La ferita dell’Azerbaijan è chiusa, i suoi territori sono stati reintegrati. Baku può festeggiare. Di fronte a vincitori e vinti, però, se non si lavorerà attivamente per la pace, la guerra sarà finita, sì, ma il conflitto continuerà, e potrà riesplodere da un momento all’altro.

Foto in copertina Jonathan Alpeyrie


 
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Claudia Palazzo

A spasso per l’Eurasia.

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