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L’eurocentrismo e il furto della storia

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L’eurocentrismo ha imposto una visione del tempo e dello spazio che ha escluso la storia di molti territori e popoli.


L’eurocentrismo ha plasmato la costruzione e la percezione del nostro mondo, imponendo le sue visioni del tempo e dello spazio alle popolazioni e alle nazioni non appartenenti al continente europeo. È questa la riflessione proposta da alcuni antropologi e storici come Jack Goody, e da parte di scrittori postcolonialisti come Frantz Fanon e Edward Said. Cosa si intende per “eurocentrismo”? Perché Goody ha incolpato l’Europa di un “furto della storia”?

Nelle scienze sociali si usa il termine “etnocentrismo” per riferirsi alla tendenza a giudicare, studiare, e talvolta discriminare, un’altra cultura usando i criteri della propria, riflettendo le proprie idee di progresso, sviluppo, evoluzione. Esso implica una analisi valutativa pregiudiziale, in cui la cultura di riferimento è vista come superiore rispetto al confronto con le altre. L’etnocentrismo che più ha influenzato numerose discipline e scienze moderne, tra cui la storiografia, è sicuramente l’eurocentrismo, che ha esaltato il ruolo storico della cultura occidentale a discapito delle altre culture e civiltà del resto del mondo. L’egemonia europea nel mondo, specialmente durante le epoche della colonizzazione e dell’imperialismo, ha fatto sì che l’Europa si sia “appropriata” della storia mondiale, con i suoi paradigmi quasi “teologici” che hanno estromesso, come nel caso della periodizzazione della storia in antichità, feudalesimo, rinascimento e capitalismo, intere parti della storia del nostro mondo e dell’umanità. 

Nel suo libro del 2008, intitolato “Il furto della storia”, l’antropologo britannico Jack Goody afferma che il dominio del mondo da parte delle nazioni europee, già a partire dal sedicesimo secolo, e soprattutto a partire dal ruolo nell’economia mondiale durante l’industrializzazione del diciannovesimo secolo, è risultato nell’egemonia della storia mondiale. Goody propone una riflessione che attraversa diverse epoche, partendo dall’Età del bronzo, che secondo l’antropologo ha avuto origine nei territori compresi tra il Medio Oriente e l’Asia, prima ancora di diffondersi in Europa. Un altro dei “miti” della storia ha a che fare con la Grecia, definita come la “culla della civiltà occidentale”. Lo storico Moses Finley affermò che in Grecia si inventò la democrazia, affermazione che sta a cuore a molti politici contemporanei, convinti che la democrazia sia una invenzione tutta occidentale (erede della tradizione giudaico-cristiana) e che quindi possa essere esportata come “modello” per il resto delle civiltà del mondo. 

Pur riconoscendo che Atene ha realizzato il modello del voto popolare diretto, Goody sottolinea che esso era presente anche nell’odierno Libano e della colonia fenicia di Cartagine; pagine che, secondo l’autore, sono state omesse dalla storiografia generalmente studiata e accettata. Passando al Rinascimento in Europa, secondo Goody esso fu possibile grazie al commercio e ai contatti con le città del Mediterraneo orientale che non avevano smesso di fiorire, diventando centri di cultura, specialmente quelle all’interno della civiltà musulmana, dove sono stati importantissimi gli impulsi nello studio dell’astronomia, della matematica e della medicina. Dalle società del Medio Oriente e dell’Asia arrivarono invenzioni come la stampa (tracce dei primi libri stampati sono stati ritrovati in Cina durante il primo millennio a.C., come la Sutra di Diamante). Anche il capitalismo mercantile, secondo Goody, era già diffuso tra India e Cina, e l’industria manifatturiera era già presente in Asia ancor prima di diventare una delle chiavi della Rivoluzione industriale europea.  

La questione che Goody fa emergere non ha principalmente a che fare con la ricostruzione della storia del mondo; è più un tentativo di criticare come gli europei l’abbiano percepita, non tenendo conto degli influssi di altre civiltà ed ergendosi a padroni della storia e del suo spazio, sforzandosi di intendere processi storici come l’industrializzazione come frutto di competenze e saperi limitatamente europee. 

Edward Said

Uno dei critici più forti dell’eurocentrismo è sicuramente lo scrittore Edward Said, a cui dedicheremo un articolo in questa rubrica. L’autore, nel suo saggio del 1978, ha parlato di “Orientalismo”, inteso come una costruzione mistificatoria e distorta dell’Oriente utilizzata per giustificare e perpetrare l’influenza e il dominio da parte delle nazioni occidentali. Tesi che si collega a quella del sociologo Gerard Delanty, che nel suo libro “Inventare l’Europa” del 1995 spiega come fin dal diciottesimo secolo l’Europa si sia creata un’identità propria che le ha permesso di posizionarsi in modo dominante all’interno dei sistemi della storia e del mondo. 

Nel suo libro “Eurocentrism” del 1988, il politologo ed economista Samir Amin ha definito l’eurocentrismo come una tra le più grandi “deformazioni ideologiche” del nostro tempo. L’autore, ripercorrendo le epoche storiche dell’ellenismo, le conquiste di Alessandro Magno, il trionfo dell’imperialismo e del capitalismo transnazionale, ha criticato l’arroganza europea, supportando una visione della storia che dia voce alle “vittime” della periferia del mondo, escluse dalla “mitologia” della fabbricazione eurocentrica. Il sociologo peruviano Aníbal Quijano ha parlato di “colonialità del potere”, accusandolo di poggiarsi su un meccanismo binario che divide la costruzione di una civiltà bianca, sviluppata e moderna contro le civiltà nere, indigene, sottosviluppate, tradizionali o “barbare” delle ex colonie. 

Si può superare l’eurocentrismo? Questa è la domanda che si sono posti intellettuali, storici, antropologi, sociologi, e la risposta è ancora oggi difficile. L’eurocentrismo non è una questione geografica o ideologica, bensì epistemologica, e le sue ramificazioni si articolano nell’istruzione, nell’economia e nella politica di tutto il mondo. In altre parole, l’eurocentrismo non ha soltanto a che fare con pratiche riprodotte da europei (pensiamo ad esempio al modello dell’università anglosassone e alla sua diffusione in tutti i continenti). 

Possiamo concludere citando Dipesh Chakrabarty, storico bengalese, che nel suo libro “Provincializzare l’Europa” del 2000 ha scritto: «Il pensiero europeo è allo stesso tempo indispensabile e inadeguato per riflettere sulle esperienze di modernità politica nelle nazioni non occidentali. Indispensabile perché le idee universali proposte dall’Illuminismo europeo rimangono la fondamentale base di ogni critica sociale che cerchi di affrontare i problemi della giustizia e dell’equità. Inadeguato perché la transizione capitalista nel Terzo mondo, se misurata con gli standard occidentali e con la nostra idea di storicizzazione, appare spesso incompleta o inefficace». Nel testo, l’autore analizza anche l’evoluzione degli studi sulla subalternità. La soluzione, per Dipesh Chakrabarty, è quella di “provincializzare” l’Europa, riscoprendo se il suo pensiero possa essere “rinnovato da e per i margini”. 


 
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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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