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Orientalismo, ieri e oggi

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Nel 1978, Edward Said pubblicava Orientalismo, puntando la luce sullo sguardo “di potere” della letteratura di epoca coloniale. Da allora il mondo è cambiato, ma l’analisi di Said ha ancora molto da dire.


«Il moderno orientalista pensava di essere un eroe che veniva a riscattare l’Oriente dall’oscurità, dall’alienazione e dall’estraneità che egli stesso aveva opportunamente messo in luce […] il potere di aver fatto risorgere, o di avere addirittura creato l’Oriente, e il potere insito nelle nuove, scientificamente avanzate tecniche della filologia e della classificazione antropologica».

Odiata, amata, celebrata e contestata. Orientalismo di Edward Said è una di quelle opere il cui anno di pubblicazione, in questo caso il 1978, segna un prima e un dopo. Nel suo testo, il docente e scrittore statunitense analizza alcune opere di studiosi inglesi, francesi e statunitensi concentrandosi sul loro approccio al concetto di Oriente, inteso in questo caso come il Nord Africa e il Medio Oriente. Attraverso la sua analisi, l’autore accende un dibattito che nel corso degli ultimi quarantanni è mutato, così come il suo oggetto: lo sguardo tutt’altro che disinteressato degli studiosi occidentali sul cosiddetto “Oriente”.

L’argomentazione di Said non critica gli studi accademici del tempo definendoli come prodotti di fantasia; al contrario, l’Orientalismo “classico” si basava su una conoscenza positiva dell’oggetto di studio, talvolta romanticizzata al punto dell’adorazione. Un mondo quasi incantato, il cui passato glorioso veniva riportato alla luce dallo studioso orientalista.

Said fa propria l’immagine di William Blake delle “catene formate dalla mente” umana. «Blake credeva che il mondo esterno, sensoriale, non avesse alcun significato innato, ma diventasse significativo attraverso i contributi dell’immaginazione umana» scrive Elizabeth Whitney; «tuttavia, Blake riconosceva i limiti che gli umani pongono su loro stessi, limiti che sono inflitti dalla mente umana». Nella visione di Said, questi limiti portavano lo studioso a guardare a est con una visione prescritta dal colonialismo per legittimarlo, se non addirittura celebrarlo.

Senza voler cercare di fare una sintesi dell’intera opera, si prenda ad esempio questo estratto in cui Said tratta della rinomata poesia di Rudyard Kipling, “Il fardello dell’uomo bianco”: «solo un occidentale, per esempio, poteva parlare di “orientali”, e solo l’uomo bianco poteva nominare le genti di colore, i non bianchi. Ogni frase pronunciata dall’orientalista o dall’uomo bianco (che di solito erano intercambiabili) comunicava il senso dell’irriducibile distanza che separava i bianchi dai popoli di colore, ovvero gli occidentali dagli orientali; per di più, dietro ogni frase risuonava la tradizione di un’esperienza, una cultura, un’istruzione che mantenevano l’orientale, il colore, nella posizione di oggetto studiato dal bianco-occidentale, anziché viceversa.

Laddove il bianco esercitava un potere – come ad esempio Lord Cromer – l’orientale era inserito in un complesso di norme ispirate al principio che a nessun orientale doveva essere permesso di autogovernarsi. Ciò partendo dal presupposto che egli non fosse in grado di farlo, e che si seguisse quindi questa norma nel suo stesso interesse». Gli studi dell’epoca, quindi, venivano prodotti in una forma mentis ben precisa e condivisa: l’”Occidente” doveva governare l’”Oriente” poiché quest’ultimo non ne era in grado.

Tuttavia, bisogna fare attenzione a non cedere nell’errore di credere che il centro dell’analisi sia una “lotta” fra Oriente e Occidente, come alcuni dei detrattori hanno sostenuto (e anche alcuni “sostenitori”, che vi hanno letto un sostegno al mondo arabo-islamico). Certamente, da palestinese cristiano esule negli Stati Uniti, Said era un appassionato difensore della causa, ma questa aveva ben poco a che vedere con lo scopo di Orientalismo. Lo sguardo di Said è un occhio critico su come la produzione del sapere fosse radicalmente legata agli equilibri (o meglio dire squilibri) di potere. Nella postfazione del 1994, Said lo specifica: «Sarebbe stolto dire che l’orientalismo è una cospirazione o suggerire che “l’Occidente” è malvagio. […] D’altro canto, sarebbe ipocrita cancellare il contesto culturale, politico, ideologico e istituzionale in cui gli esseri umani (specialisti o no) scrivono, pensano e parlano dell’Oriente.»

«Il mio scopo, come ho detto prima, non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? – quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e raffermarsi del controllo imperialista. E in effetti, uno dei più interessanti sviluppi negli studi postcoloniali è stato la rilettura delle opere culturali canoniche: non per togliere un po’ della polvere che le ricopre, ma per re-investigare alcuni dei loro presupposti, andando oltre la stretta soffocante esercitata su di esse da qualche versione della dialettica binaria servo-padrone».

L’opera di Said non era mai stata intesa come l’ultima parola su un argomento così ampio. Orientalismo è riuscito nel suo scopo: avviare una discussione, che dura tutt’oggi. Dal 1978 i toni sono cambiati, e non poco, e l’Orientalismo è tutt’altro che svanito. Ha mantenuto la “sostanza”, mentre mutava e abbandonava i testi accademici per entrare nei report di polizia e dell’antiterrorismo. «Quindi, l’Orientalismo è ancora con noi, come parte dell’inconscio politico dell’Occidente» scrive Adam Shatz in un articolo dello scorso anno. «Ma l’Orientalismo di oggi, sia nella sua sensibilità che nella maniera di produzione, non è lo stesso Orientalismo di cui aveva parlato Said quarant’anni fa».

«Questo è un Orientalismo di un’era in cui il liberalismo occidentale è crollato in una profonda crisi, esacerbata da ansie sui rifugiati siriani, confini, terrorismo e, naturalmente, declino economico» continua Shatz. «È un Orientalismo in crisi, privo di curiosità, vendicativo e spesso crudele, guidato dalla rabbia piuttosto che dal fascino, un Orientalismo di muri piuttosto che di attraversamenti di frontiere». «L’imperialismo è un organismo vivente» diceva Hamid Dabashi, professore iraniano presso la Columbia University, durante un’intervista del 2017. Dabashi sottolinea una realtà evidente: l’islam non è più oggetto di sapere, è qualcosa che va “distrutto”.

Il nocciolo della questione risiede nella difficoltà – o nella mancanza di volontà – di uscire dalla propria posizione quando si guarda all’altro. Un problema che è difficilmente riducibile all’”Occidente”, ma più profondo. Come scrive Shatz nel suo articolo, l’immagine attuale è tutt’altro che incoraggiante. Tuttavia, a chi scrive sembra giusto terminare con le riflessioni conclusive di Said nella post-fazione del ’94. «[…] anche se le diseguaglianze e i conflitti da cui è nato il mio interesse per l’orientalismo come fenomeno culturale e politico non sono scomparsi, oggi si è perlomeno raggiunto il consenso sull’idea che tutto ciò non rappresenta una situazione immutabile, bensì un’esperienza storica la cui fine (o perlomeno il cui parziale superamento) può essere a portata di mano. Rileggendolo con il distacco consentito da quindici anni pieni di eventi e dalla presenza di una nuova corrente di studio mirante a ridurre gli effetti dei ceppi con cui l’imperialismo ha limitato il pensiero e le relazioni umane, Orientalismo ha perlomeno avuto il merito di impegnarsi a viso aperto in questa lotta, che ovviamente continua sia a “Oriente” che a “Occidente”».

Un modo diverso di raccontare – come testimoniato dagli studi post-coloniali e subalterni – è possibile, e nasce probabilmente da un semplice invito ad ascoltare e assicurarsi che siano i protagonisti del mondo fuori del nostro giardino a parlare, e non la nostra visione di essi. La fine dell’Orientalismo deve cominciare qui, oggi, da ciascuno di noi.


 
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Maddalena Tomassini

Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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