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Gramsci oltre Gramsci?

 
 

Raccontando il mondo da una prospettiva postcoloniale e subalterna, la nostra nuova rubrica Orizzonti non può che partire dal pensiero di un uomo che il concetto di subalternità l’ha inventato e vissuto: Antonio Gramsci.


Tra tutti i pensatori marxisti del Novecento, Antonio Gramsci è quello che più di ogni altro ha attraversato lo spazio e il tempo conservando intatta la sua autorevolezza. Usato e abusato, citato e non sempre capito, il pensiero di Gramsci ha gettato una luce nuova sugli eventi del suo tempo ed è ancora oggi capace di illuminare le contraddizioni irrisolte di una contemporaneità sempre più confusa e opaca.

Più o meno tutti conosciamo la sua storia tragica e coraggiosa, il suo volto e la sua immagine, sebbene non si tratti di un’icona pop al pari di Che Guevara. Il pensiero di Gramsci e la sua statura morale mal si adattano alle dimensioni di una t-shirt. Non è un caso se, in particolare a partire dagli anni sessanta e rispetto a quella parte dell’universo mondo della sinistra riconducibile al Sessantotto, la sua figura rappresentasse lo status quo: la via nazionale e istituzionale al socialismo, incarnata nel PCI. Ma andiamo con ordine.

Non racconteremo qui la biografia di Antonio Gramsci. Basti ricordare alcuni elementi utili a inquadrare la sua storia personale e politica: nato ad Ales (una piccola città della Sardegna) nel 1891, cresciuto in povertà e affetto da una tubercolosi ossea che gli ha impedito una crescita normale, studente modello attratto dalla politica e dalle idee socialiste sin da giovane. Successivamente, è stato giornalista sulle colonne dell’Avanti! e protagonista di una delle stagioni più difficili della storia italiana e mondiale: quella segnata dalla rivoluzione d’ottobre del 1917, dalla scissione tra socialisti e comunisti e, in Italia, dall’avvento del fascismo.

Sarà la sua attività politica e intellettuale sotto il regime fascista a portarlo alla condanna a vent’anni di carcere, con l’accusa di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile e incitamento all’odio di classe. Gramsci non sconterà del tutto la sua pena: morirà il 27 aprile del 1937, in seguito a un peggioramento delle sue già precarie condizioni di salute. Ma è proprio in carcere che Gramsci scriverà i suoi celebri Quaderni e, dopo la loro pubblicazione sotto la supervisione di Palmiro Togliatti a cavallo tra anni quaranta e cinquanta, le sue intuizioni si spingeranno molto più lontano di quanto chiunque potesse allora pensare.

È impossibile riassumere il pensiero di Gramsci in poche righe. Tutt’al più, si può fare un elenco di alcune delle sue idee centrali: il ruolo degli intellettuali nella società (distinti tra intellettuali tradizionali e organici), l’importanza del Partito come strumento di educazione delle masse e della prassi politica come autoeducazione, lo studio della lingua e del folclore, la necessità di pensare il materialismo storico in termini non riduzionisti né deterministi (il vecchio problema del rapporto tra struttura e sovrastruttura). Tuttavia, i due concetti che hanno travalicato la sua epoca e di cui ancora oggi si sente l’eco nelle componenti più progressiste dell’accademia e della politica in senso ampio, sono quelli di egemonia e di classe subalterna.

L’egemonia (culturale) è forse la principale innovazione teorica all’interno della tradizione marxista. Sebbene il concetto originario derivi dalla cultura greca (dove stava ad indicare la supremazia di uno stato all’interno di un’alleanza) e sia stato coniato in termini marxisti da Lenin in riferimento alla classe operaia e ai suoi potenziali alleati nell’ottica di una politica rivoluzionaria, Gramsci lo ha esteso per comprendere sia il modo in cui (tutte) le classi dominanti hanno esercitato storicamente il loro potere sia quello in cui il proletariato avrebbe dovuto conservarlo dopo la rivoluzione.

L’aspetto più interessante e innovativo rispetto al passato è che in Gramsci l’egemonia riguarda la sfera del consenso e (in senso ampio) della cultura: non tanto la capacità di dominio e di utilizzo degli apparati repressivi dello Stato da parte di un gruppo sugli altri quanto piuttosto il potere di conquistare il consenso degli altri gruppi, sia attraverso il lavoro degli intellettuali organici (i “persuasori permanenti”) sia attraverso concessioni che garantiscano la traduzione dell’interesse particolare di un gruppo nell’interesse generale.

L’egemonia è dunque capacità di direzione della società nel suo complesso, distinta dal dominio. Il rapporto tra questi tre elementi (egemonia, direzione, dominio) è tuttavia complicato e attorno a questo problema si gioca sia l’attualità del concetto di egemonia che la sua efficacia. È infatti lecito chiedersi se Gramsci, quando immaginava un futuro socialista e (successivamente) comunista, si ponesse il problema della permanenza del dominio. E questo è un tema valido in sé, indipendentemente dal peso che il pensiero gramsciano possa avere o meno nell’elaborazione di una strategia da parte di qualsiasi soggetto politico. Non c’è bisogno di essere comunisti per desiderare una società libera dal dominio né tanto meno per chiedersi se sia possibile costruire una società simile.

In fondo, tutti i filosofi della politica che hanno messo la giustizia al di sopra della forza hanno coltivato questa speranza. E probabilmente, anche i teorici che a partire dagli anni settanta del novecento hanno riscoperto Gramsci avranno tenuto conto di questa possibilità. D’altronde, nei Quaderni del Carcere, opera asistematica e sfaccettata, non c’è una posizione chiara rispetto al problema; in altri termini, ci sono passaggi in cui Gramsci sembra legato alla necessità dell’uso politico della violenza e del dominio sui nemici (di classe) e altri in cui invece tratteggia un quadro opposto, almeno nel futuro prossimo. Basti pensare alla distinzione tra guerra di movimento e guerra di posizione, che ricalca quella tra la conquista (violenta) del potere e quella dell’egemonia culturale (precondizione della prima). Occorre inoltre ricordare che, per quanto il processo di scrittura del Quaderni sia stato sottoposto a una censura ferrea da parte delle strutture carcerarie, Gramsci era comunque un rivoluzionario.

Decisamente meno rivoluzionari sono invece i teorici degli studi culturali (cultural studies) e degli studi postcoloniali (di questi ultimi, in particolare, ci occuperemo nei prossimi articoli della rubrica). Sebbene in pensatori come Raymond Williams, Stuart Hall o Edward Said sia presente una concezione egemonica della cultura e della società, divisa tra dominanti e subalterni, la natura politica dell’egemonia rispetto a Gramsci è ben diversa. Nelle analisi di Stuart Hall sulla ricezione dei messaggi dei mass media o nell’analisi di ciò che Edward Said definisce “orientalismo” (l’opposizione binaria tra Occidente e Oriente costruita storicamente dal mondo europeo e capace di legittimare pratiche di dominio sul mondo non-europeo), manca l’elemento politico della lotta per la conquista e per la conservazione del potere, che costituisce comunque una parte fondamentale del pensiero gramsciano.

Lo stesso discorso vale sia per la teoria politica “socialista” post-marxista (il riferimento è in particolare a Ernesto Laclau e Chantal Mouffe) sia per quella branca di studi nata dall’altro concetto fondamentale del pensiero di Gramsci: quello di classe subalterna. Dagli studi su questa categoria, con cui Gramsci intendeva i gruppi sottomessi al dominio e all’egemonia dei gruppi dominanti, all’università di Delhi è nato negli anni Ottanta un collettivo di studiosi dal nome Subaltern Studies Group. Riunito attorno alla figura dell’economista e storico Ranajit Guha, il gruppo si è impegnato a ricostruire la storia sommersa dei subalterni per metterla in contrasto con la storia ufficiale scritta dalle élite, nel contesto del subcontinente indiano. Come nel caso dell’egemonia, anche il concetto di subalternità viene reinterpretato. 

Il caso più emblematico è quello di Gayatri Spivak, filosofa statunitense di origini bengalesi, che da un lato restringe (e allo stesso tempo allarga) il campo semantico della categoria di subalternità ai soggetti esclusi dall’imperialismo culturale (piuttosto che agli oppressi, più o meno integrati nell’ordine simbolico egemonico) e dall’altro problematizza la rappresentabilità dei soggetti subalterni (come argomenta nel suo celebre saggio Can the Subaltern Speak?). 

Non è questa la sede per discutere se oggi sia necessario o opportuno reinterpretare in modo creativo il pensiero di Gramsci. Se consideriamo che le sue idee hanno avuto un impatto anche sullo studio del folklore e sulla teoria delle relazioni internazionali (con la nascita del filone “neo-gramsciano” nel mondo anglosassone), siamo comunque costretti a constatare un fatto: di Gramsci non ce n’è più uno solo. 

Questa è una sorte che tocca a tutti i grandi pensatori, soprattutto quelli più controversi e radicali. Così come non esiste un solo (e vero) Marx, non esiste un solo (e vero) Gramsci. Spetta agli interpreti del pensiero di questi classici individuare i concetti più utili e attuali, anche a costo di confrontarsi con altri interpreti riconosciuti in ambito accademico. Ad ogni modo, ciò che nessuno sarà mai in grado di fare è neutralizzare la natura profondamente politica del pensiero di Gramsci. Noi non lo faremo e proveremo a seguire il suo insegnamento.


 
Francesco Puleo

Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare. Su Eco Internazionale scrivo di attualità e politica estera.

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