Ricordando Martin Luther King: cinquant’anni non bastano a disarmare la paura

Di Daniele Monteleone – Il 1968 fu per l’America un anno pieno di eventi impressionanti e carichi di significato storico e politico. Cinquant’anni fa, in dodici mesi, si sono concentrati avvenimenti tanto iconici da far impallidire qualunque altra annata, forse per la convergenza di tante questioni sociali e politiche che nell’ultimo mezzo secolo non abbiamo visto accumularsi in un arco di tempo così breve.

Impossibile sistemarli in un ordine prioritario: l’assassinio di Martin Luther King Jr.; la settimana turbolenta che vide le dimostrazioni studentesche alla Columbia University contro la guerra in Vietnam, il tragico attentato a Robert Kennedy, la “rivolta” a Chicago in occasione della Convention democratica successiva alla morte dei Kennedy, il silenzioso saluto del Black Power alle Olimpiadi di Città del Messico. Tutti importanti pezzi di storia americana, quelli da prima pagina e da milioni di pagine in articoli, saggi e romanzi.

Ma prendiamo in considerazione alcuni eventi in particolare: quelli relativi alla parabola di Martin Luther King, la politica in quegli anni agitati dalle proteste antirazziste e l’escalation di violenza armata, questa invece senza tempo.

Qualche settimana prima che King morisse su un balcone del Lorraine Motel a Memphis, nel febbraio di quel nefasto 1968, il presidente Lyndon Johnson aveva istituito la Commissione nazionale sui disordini civili, nota come Kerner Commission. Il lavoro in Commissione sarebbe servito a esaminare le cause delle rivolte razziali che continuavano da quattro burrascosi anni. 

Quasi in ogni città dove King teneva i suoi discorsi pubblici, accadevano scontri tra militanti, gente comune, poliziotti, segregazionisti. Le comunità che “davano retta” a King erano davvero tante e sarebbe risultato impossibile tenere sotto controllo la situazione ancora per molto. King, dai primi anni come guida spirituale utile a risolvere la diatribe familiari – per cui rispondeva alle numerosissime lettere che gli chiedevano “consigli coniugali” – divenne un condottiero della nonviolenza e della lotta per il riconoscimento dei diritti civili per il Popolo nero.

Il rapporto conclusivo della Commissione Kerner, faceva presenti alcuni semplici (e spietati) elementi: il fallimento delle istituzioni, colpevoli di aver portato la situazione a una gravità tale da rasentare la “resa dei conti” razziale; una continuazione (in termini ideali) dell’era coloniale; la formazione dei ghetti, nient’altro che il prodotto della società bianca. 

L’ultimo punto, il più spaventoso, deve essere quello che ha fatto più male e in profondità. Le viscere della classe dirigente – e della società bianca in generale – erano intrise di paura. La separazione con gli afroamericani era parte di un disegno costituito ad hoc per il mantenimento dell’ordine sociale. Bianchi intelligenti e ricchi; neri stupidi e servi dei bianchi. Inoltre la questione, che suona un po’ come una sentenza, contenuta nel rapporto, indicava tragicamente la direzione verso cui si muoveva la nazione: due società separate e ineguali, quella nera e quella bianca.

Martin Luther King, quel 4 aprile, viveva l’ennesimo giorno di agitazioni dopo il suo comizio a sostegno di uno sciopero di lavoratori del settore sanitario. Nel suo ultimo discorso, consegnato la notte prima di morire, King prese in considerazione – come faceva spesso – la sua mortalità: affermava che «non avrebbe potuto raggiungere la Terra Promessa». 

Non era certo nuovo a esperienze di estremo pericolo, ed era quotidianamente esposto ad attentati alla sua vita. Nel ’55, in occasione del boicottaggio degli autobus di Montgomery, la casa della sua famiglia fu incendiata. A ventinove anni subì una coltellata quasi fatale in un grande magazzino di Harlem. Sopravvisse sempre, scampò a chissà quanti tentativi falliti. Fino a quel momento in cui uscì, all’età di trentanove anni, sul balcone di Memphis rimanendo immortale nella storia.

Il pastore nero scrisse, durante le difficoltà dei suoi ultimi anni di lotta – in cui si confrontava con la guerra in Vietnam e l’assegnazione delle abitazioni – che sarebbe arrivata la reazione esattamente contraria al movimento del cambiamento. Testualmente un «affiorare di vecchi pregiudizi, ostilità e ambivalenze che sono sempre esistiti» in un ritorno inevitabile.

King e i relatori del Rapporto Kerner avrebbero certamente riconosciuto la crescita delle preoccupazioni sulla povertà che oggi colpisce una parte degli Americani e, soprattutto, la piaga della violenza armata. Certo è che l’assassinio di Memphis ha dato una decisiva spinta al Gun Control Act del 1968 proprio nella direzione di un rafforzamento dei controlli sulle vendite. Ma resta sempre un’ombra: la sconfitta della proposta per la realizzazione di un registro nazionale delle armi da fuoco. E oggi cosa abbiamo davanti?

Resiste il pilastro armato dell’America Great Again: l’ancestrale paura del nemico fuori dalla porta di casa. Ed è curioso – e ironico – il caso per cui il cinquantesimo anniversario della morte di King cade nella più grande mobilitazione contro le armi dagli anni Sessanta. A cinquant’anni dal ’68 ci troviamo di fronte al Never Again, lo slogan che unisce tutti i giovani contro la violenza armata, soprattutto nelle scuole – l’ultimo caso eclatante a Parkland lo scorso febbraio con 17 vittime – e la vendita generalmente troppo libera delle armi. Una luce di speranza, una richiesta forte.

Il fronte comune dei ragazzi non conosce distinzioni di sesso ed etnia. È un nuovo “muro per la pace” a mezzo secolo di distanza dalle marce nonviolente dell’Attivista di Atlanta. Alla March for Our Lives di Washington il palco ha ospitato i sopravvissuti della sparatoria di Parkland. Su quel palco è salita anche una bambina di nove anni a ricongiungere le lotte di quegli anni lontani con un presente di nuovo impaurito, Yolanda Renee King; la nipote di Martin ha ricordato a tutti l’auspicio di quei giovani uniti per un mondo migliore: «I have a dream».


 

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