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Dieci anni di economia

Fra tutti gli eventi che in questi dieci anni hanno influenzato l’economia occidentale in primis e, di conseguenza, il mondo, c’è sicuramente la crisi dei debiti sovrani amplificata dalla crisi finanziaria iniziata nel 2007 con il fallimento di Lehman Brothers in negli Stati Uniti d’America e diffusasi attraverso il mercato azionario tramite la vendita di titoli tossici o derivati dei mutui concessi per l’acquisto delle case da parte delle banche statunitensi.

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La manifestazione della crisi del debito sovrano in Europa si ha con la crisi economica greca, iniziata nell’autunno del 2009 e che ha portato inevitabilmente ad interrogarsi sul funzionamento dei parametri di Maastricht e prima ancora sulla necessità di alcuni Paesi di continuare a far parte di questo sistema. Primo fra tutti il Regno Unito, che nel 2016 ha indetto un referendum per uscire dall’Unione Europea (UE), che ha dato il via alla Brexit.

Questo, unito alla crisi finanziaria, non ha fatto altro che incrementare l’instabilità politico economica dell’UE in primis e dell’economia mondiale in generale, causando non solo la fuga di capitali da parte degli investitori in Paesi più solidi, ma portando anche i singoli Stati ad adottare politiche di austerity da un lato e all’affermazione di politiche monetarie espansive dall’altro, con un conseguente aumento dei differenziali dei titoli di Stato, in particolare tra quelli tedeschi e italiani.

Il 2009-2019, infatti, si chiude su scala mondiale come il decennio nel segno del Quantitative Easing (QE), la politica monetaria ultra-accomodante. Tra il 2008 e il 2016, le sei principali banche centrali al mondo hanno lanciato oltre 30 programmi differenziati di acquisto di titoli, in reazione proprio alla Grande Recessione, la più violenta crisi finanziaria ed economica dal dopoguerra. Il QE ha dominato il decennio che si è appena chiuso. I bilanci di Banca Centrale Europea (BCE), Federal Reserve, banche centrali di Regno Unito, Giappone, Svizzera e Svezia sono quadruplicati dal 2009, inondando il mondo di liquidità per migliaia di miliardi in controvalore in euro, e il 2020 si è aperto con la BCE che acquista mensilmente 20 miliardi di bond di vario genere.

Queste politiche monetarie, purtroppo, sono state solo in parte efficaci nel rilanciare l’economia e combattere quello che è diventato un male endemico: la bassa inflazione. Meno discutibile è stato l’impatto che questa strategia ha avuto sui mercati finanziari che hanno abbondantemente beneficiato dell’enorme massa di liquidità immessa nel sistema. In tale contesto, le Borse hanno riscontrato una performance estremamente positiva. Sia il mercato azionario sia quello obbligazionario, infatti, sono cresciuti enormemente. A trainare le Borse mondiali in questi dieci anni è stata soprattutto Wall Street (+186%) e in particolare il comparto tecnologico e l’indice Nasdaq che ha messo a segno un rialzo del 290 per cento.

Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping

Altro evento caratterizzante il decennio in questione è sicuramente l’ascesa del colosso cinese, tanto da poterlo definire anche il “Decennio Cinese”. Infatti, se il 2010 fu l’anno in cui la Cina scalzò il Giappone dalla posizione di seconda economia mondiale che aveva detenuto per oltre quarant’anni, l’economia cinese ha continuato a crescere a ritmi impressionanti – sia pure con un recente progressivo rallentamento intorno al 6% – tanto che vari economisti, facendo riferimento al parametro della parità del potere di acquisto, già considerano compiuta l’ascesa al primato globale a scapito degli Stati Uniti che hanno agito con politiche protezionistiche, come quella sui dazi di Trump. Le ambizioni globali di Pechino sembra si stiano concretizzando e, da un punto di vista economico, il 2015 è stato l’anno in cui è stata avviata la maxi-iniziativa strategica sulla Nuova Via della Seta – ribattezzata in seguito Belt and Road Initiative (BRI) – che ha visto coinvolta anche l’Italia. Con questa strategia, la Cina ha cominciato a destinare ingenti risorse a vasti programmi infrastrutturali, finendo per rappresentare la proiezione ormai globale della forza economica, finanziaria e politica del Paese. Il piano industriale-strategico “Made in China 2025”, inoltre, stabilisce per la metà del decennio obiettivi di raggiungimento di eccellenza tecnologica in svariati settori.

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Relativamente al nostro Paese, invece, non bisogna dimenticare il “balletto” di governi che ha alternato politiche di austerity con il governo Monti (con la riforma Fornero del 2011 a cui, poi, fecero seguito 8 salvaguardie per garantire circa 144mila pensionamenti anticipati a lavoratori “esodati” dal costo di 11 miliardi e ancora nell’ultima sessione di bilancio abbiamo visto che altri 6mila lavoratori hanno chiesto il diritto a questa uscita anticipata) a politiche di maggiore flessibilità dei governi Renzi e Gentiloni (per rispondere alle domande di lavoratori e imprese che considerano troppo elevata un’età di pensionamento per vecchiaia attorno ai 67 anni, attuale media Ocse, con l’Ape sociale, prorogata per un altro anno e l’Ape volontario, già chiuso), fino alla deriva populista che ha portato al recente governo prima giallo-verde e ora giallo-rosso, con le misure non generazionali del reddito di cittadinanza e quota cento (che assicura un’uscita certa con 62 anni e 38 di versamenti minimi andrà avanti fino al 2021, con un costo cumulato entro il 2028 di circa 41 miliardi) che hanno generato un braccio di ferro fra Italia ed UE sulle recenti finanziarie.

Questi governi, con le loro politiche, hanno inciso notevolmente sull’andamento economico, in particolare sul sistema contributivo e pensionistico e ha penalizzato i giovani, che sempre più hanno la tendenza ad emigrare o al Nord Italia o all’estero, come hanno testimoniato gli ultimi rapporti Svimez e Istat, con un progressivo svuotamento del Sud di giovani italiani e un inevitabile spreco di risorse in termini di capitale umano che, pur essendosi formato in Italia, va ad impiegare le proprie competenze oltre confine. E non basta a compensare questo vuoto il crescente fenomeno migratorio che ha investito in questa decade il nostro Paese. Da qui, il problema del Divario generazionale sollevato dalla Fondazione Bruno Visentini, che nel 2015 ha pubblicato il primo rapporto su tale questione, elaborando un indice che spiega l’incapacità delle nuove generazioni di rendersi economicamente autonome. Se, cioè, un giovane di vent’anni nel 2004, per raggiungere l’indipendenza, doveva scavalcare un “muro” di 1 metro, nel 2030 quel muro sarà alto 3 metri e, dunque, invalicabile.

Nel sistema Italia di questa decade, inoltre, c’è stata una rimodulazione del capitalismo, che rappresenta la conclusione di un processo che si è attivato negli anni Novanta, cioè la perdita della economia di matrice pubblica. Cominciando dalla Fiat – che nel 2011 ha iniziato ad operare una serie di trasferimenti delle sedi fiscali e societarie del gruppo, in coincidenza con la concentrazione dei propri interessi al di fuori del Paese e con il progetto di fusione con PSA – si è passati alla Pirelli, che ha sviluppato un meccanismo di governance in grado di mantenere qui un radicamento strategico, ma con una forma di transizione soft verso il definitivo controllo che, nei prossimi anni, avverrà per mano della ChemChina, che già adesso ha la maggioranza azionaria. Da ultimo, la Mediaset che, stretta fra la rivoluzione dei nuovi media e il problema del posizionamento internazionale in termini di equity e di business, ha compiuto una scelta particolare: ha posto in Olanda una holding che, appunto, dovrà compiere sinergie di tutti i tipi – non solo fiscali – fra tutte le sue componenti europee, per provare a rendere più competitivo uno dei gruppi simbolo di un capitalismo italiano che, nel corso di questo decennio, è mutato radicalmente.

È stato anche il decennio del recupero mancato in termini di posti di lavoro assoluti oppure di export, che a causa dello shock del 2009 ha lasciato nel Paese cicatrici ancora visibili. Tale situazione era inevitabile perché per un decennio si è potuto contare solo su pochi anni “buoni” (il biennio 17-18, in particolare), a fronte di molti altri sospesi tra stagnazione e recessione. Ad oggi, in termini di prodotto interno lordo ci troviamo ancora cinque punti al di sotto dei livelli 2008, che sono distanti quasi 20 in termini di produzione industriale, mentre l’Europa in termini di output si trova ben oltre quella soglia. Altro colpo ferale è quello subito dal settore immobiliare, motore di un indotto sterminato tra le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane. Settore che, negli anni “buoni”, aveva raggiunto anche le 300 mila transazioni a trimestre, ma che ora staziona stabilmente a due terzi di quel valore.

Se l’Italia ha resistito e ha saputo ripartire, lo deve però proprio al suo sistema manifatturiero, in particolare alla sua capacità di vendere nel mondo: nel 2009, dopo aver lasciato sul campo in un solo anno 77 miliardi di vendite, il Made in Italy valeva 369 miliardi. Non bisogna dimenticare, infine, il settore turistico-culturale in forte espansione negli ultimi anni, anche a causa dei recenti eventi bellici nel mediterraneo che hanno orientato il flusso turistico verso mete più sicure, come il Sud Italia.


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