Brexit or Brextinct?

Di Vincenzo Mignano – La sonora sconfitta subita dal Primo Ministro britannico, Theresa May, lo scorso 15 gennaio, al Parlamento di Westminster, ha reso più concreti i possibili scenari economici derivanti dal fenomeno Brexit.

20190116_video_10525818I 432 voti contrari, contro i 202 favorevoli, hanno mostrato, con chiarezza, l’opposizione e la diffidenza che i partiti politici britannici nutrono nei confronti dell’accordo di recesso Ue-Regno Unito, raggiunto nel novembre 2018 dal Governo May e i negoziatori europei. Nonostante la mozione di sfiducia – avanzata dal leader laburista, Jeremy Corbyn – abbia avuto esito negativo, concedendo all’esecutivo una momentanea maggioranza, appare evidente come l’incertezza circa raggiungimento di un accordo con l’Unione Europea – che possa soddisfare tutte le parti – imponga la valutazione delle diverse ipotesi economico-finanziarie desumibili sulla base dei vari scenari possibili.

Da questo punto di vista, le stime effettuate dalla Bank of England (BoE), il 28 novembre 2018, sembrano più che mai attuali, soprattutto con riguardo ad un’eventuale – e sempre più concreta – ipotesi di “no deal”, cioè di uscita del Regno Unito dall’Ue senza che sia stato raggiunto un accordo, entro il 29 marzo del 2019. Nel suo report “EU withdrawal scenarios and monetary and financial stability”, la BoE ha sottolineato le gravi conseguenze derivanti da un divorzio disordinato, quali il calo della crescita fino all’8% nel 2019 (-10,5 punti nei prossimi cinque anni) e un crollo della sterlina del 25%, nel medio e lungo periodo.

170809994-50580049-232e-4994-8112-026468eaa768Secondo il Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, si tratta di uno scenario che inciderà notevolmente sull’economia britannica, provocando la peggiore contrazione finanziaria mai testata dalla crisi globale del 2008, con uno shock simile a quello del 1945. La prospettiva del “no deal” colpirebbe – aggiunge la BoE – anche il mercato immobiliare e quello del lavoro, comportando un’erosione del prezzo delle case del 30% e l’aumento della disoccupazione sino al 7,5%. A quanto detto, vanno aggiunti i dati presentati dal Governo britannico, secondo i quali si prospetterebbe una riduzione del Pil del 9,3% entro i prossimi 15 anni e una contrazione dell’economia di 200 miliardi di sterline all’anno.

Dal canto suo, Theresa May, consapevole delle drastiche conseguenze politiche ed economiche che comporterebbe il mancato raggiungimento di un accordo con l’Unione Europea, ha prospettato l’ipotesi di un Piano B sulla Brexit, volto ad arginare, seppur in minima parte, il malcontento manifestatosi in occasione del voto del 15 gennaio scorso. La linea politica che il Governo britannico intende adottare prevede un maggior coinvolgimento del Parlamento, la tutela e la garanzia nel mantenimento dei diritti in determinati settori – come quello del lavoro – e la ricerca di una soluzione volta ad allontanare il fantasma del backstop con l’Irlanda del Nord.

L’obiettivo da raggiungere, secondo la May, consiste nel rimuovere ogni ostacolo economico finanziario volto a ledere la permanenza dei cittadini dell’UE, all’interno del territorio britannico, dopo il 29 marzo. A tal proposito, l’esecutivo in carica ha espresso la volontà di eliminare la tassa di 65 sterline (75 euro), dovuta a seguito della richiesta volta all’ottenimento dello status di residente per rimanere nel Regno Unito dopo la Brexit; un esempio, questo, di come il Governo guidato dalla May intenda affrontare gli effetti conseguenti all’uscita dall’UE, nel tentativo di bilanciare – seppur in minima parte – gli interessi delle parti coinvolte, compresi circa 700 mila cittadini italiani.

Il Primo Ministro britannico, nell’esporre la propria alternativa alla bocciatura del 15 gennaio, ha mostrato la propria convinzione nell’escludere l’ipotesi di un secondo referendum – poiché lesivo della credibilità politica del Governo – e di una revoca dell’art. 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE), in quanto «andrebbe contro la volontà popolare»: nello specifico, una nuova consultazione popolare – ha dichiarato la May – «minerebbe la fiducia» dei cittadini britannici nei confronti dell’esecutivo.

La scelta di voler perseguire sulla strada dell’accordo, anche se coerente politicamente, non può che scontrarsi, tuttavia, con le conseguenze che discendono dal volerne mantenere l’impostazione contenutistica di base. Da questo punto di vista, qualsiasi siano gli elementi di novità introdotti dal Governo britannico, il Regno Unito assumerà sempre – così, almeno, sembrerebbe desumibile dalle prospettive analizzate – il ruolo di Paese satellite dell’Unione Europea, considerati i notevoli vincoli economici che permarrebbero a suo carico.

sun-16.1.19-626x800Non è un caso che il tabloid Sun abbia parlato di Brextinct, sottolineando come il tentativo di Theresa May di imporsi politicamente sull’Ue – tramite un accordo con cui fissare le proprie condizioni – sia, in un’ultima analisi, “morto come un dodo”. Gli ultimi eventi relativi al caso Brexit richiedono, dunque, sul profilo economico, riflessioni accurate e concrete, intese a liquidare le prospettive più drastiche, secondo valutazioni di contenuto e di merito; un compito, questo, che il Regno Unito dovrà assolvere in totale solitudine, secondo il portavoce della Commissione Europea, Margaritis Schinas, che, rivolgendosi al Governo britannico, ha dichiarato: «Non guardate a Bruxelles per le risposte. Questo è il momento in cui Londra deve parlare».

Stando alle stime economiche, la scelta più saggia, a quanto sembra, richiederebbe un passo indietro da parte di Theresa May, in considerazione della “situazione lose-lose” che inficerebbe tanto il Regno Unito, quanto la credibilità economico-politica dell’Unione Europea. I prossimi mesi saranno fondamentali per comprendere come verrà sciolta l’alternativa ad oggi prospettabile: Brexit or Brextinct.


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