La rivoluzione commerciale trumpiana: l’introduzione dei dazi

Di Francesco Paolo Marco Leti – I dazi, i contingenti e le tariffe commerciali sono fra i principali strumenti di politica finanziaria, ma naturalmente, non sono gli unici. Infatti, vi sono altri strumenti importanti che manipolano il commercio internazionale, molto antichi, il cui utilizzo è stato documentato già nell’Alto Medioevo. Questi sono: le sovvenzioni alle esportazioni o le barriere commerciali non tariffarie (norme sanitarie, economiche, culturali).

Di recente, in particolare al termine degli anni ’80, tali strumenti sono stati sempre meno usati e sono stati contrastati da molte organizzazioni internazionali multilaterali, come il WTO, o anche regionali, come il North American Free Trade Agreement (NAFTA) o l’Unione Europea.

A livello di teoria economica, invece, è stato dimostrato da parecchio tempo come la presenza dei dazi renda meno efficienti i risultati economici, provocando un danno soprattutto ai consumatori. Spiegata in questo modo, sembra che introdurre dei dazi o innalzare il livello di quelli esistenti sia sempre una forma di “tafazzismo” controproducente. In realtà, non è proprio così.

E’ innegabile che i dazi peggiorino l’efficienza allocativa, ma è anche vero che le liberalizzazioni commerciali hanno sempre dei vincitori e dei vinti nei Paesi in cui vengono effettuati. L’abolizione dei dazi mette in diretta concorrenza la manodopera di Paesi diversi, con livelli di reddito e potere d’acquisto differenti. Potrebbe essere possibile, quindi, che alcuni membri della società che si aprono al commercio abbiano a soffrirne, se non adeguatamente tutelate da parte dello Stato. Per dirla in modo semplice, è innegabile che la torta aumenti, ma la sua distribuzione potrebbe svantaggiare alcune persone e avvantaggiarne altre, qualora lo Stato non esercitasse la sua funzione redistributiva. Questo è, effettivamente, quello che è avvenuto in questi anni.

Con l’appoggio della teoria economica, si sono aperte sempre maggiori praterie commerciali che, insieme ad altre politiche nazionali (si pensi alle riforme fiscali sempre più spostate sulla fiscalità indiretta o al rarefarsi di imposte sui patrimoni o successorie), hanno provocato una profonda redistribuzione della ricchezza.

La risposta corretta a questo problema è la reintroduzione di dazi? Dal punto di vista politico, senza dubbio. I ceti sociali impoveriti, negli ultimi anni, hanno posto sul banco degli imputati la globalizzazione. Politicamente, attaccare le strutture economiche della globalizzazione è vantaggioso e può far vincere elezioni. La recente introduzione di dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%), da parte dell’amministrazione statunitense, rappresenta un grosso cambio di linea politica del Paese. Bisogna chiedersi se anche dal punto di vista economico questa scelta aiuterà quei ceti che si sono impoveriti. La risposta, in questo caso, è aperta a diverse interpretazioni. In realtà, introdurre dazi è più un sussidio nei confronti dei produttori nazionali, che probabilmente farà crescere la loro quota di profitti. Quanti di questi profitti verranno investiti in nuovi posti di lavoro o in innalzamenti salariali rappresenta, invece, un grosso punto interrogativo.

La scienza economica ricorda come la riduzione dei dazi crei vincitori e vinti, ma non è detto che la loro reintroduzione ristori i vinti, in quanto potrebbe avvantaggiare nuovamente i vincitori.

Quello che sicuramente avverrà è la ritorsione commerciale da parte delle controparti economiche. L’Unione Europea, anche se al momento è stata esclusa dall’applicazione di questi dazi, ha minacciato l’introduzione di dazi nel settore dei jeans (leggi Levi’s) e nel settore del burro di arachidi, oltre ad altre possibili ritorsioni. Neanche gli altri Paesi rimarranno a guardare.

La Cina ha già introdotto dazi nei confronti di alcune merci americane, specialmente agricole e in particolare provenienti da Stati-roccaforte repubblicani. A queste contromisure, gli Stati Uniti d’America hanno ulteriormente risposto e nuove misure potrebbero essere adottate (si sussurra di dazi nel settore automobilistico), fino a innescare una vera e propria guerra commerciale.

La principale organizzazione internazionale per la regolazione del commercio, il WTO, ha le mani legate. Essa può solo indicare l’illegittimità dell’introduzione di dazi, ma non ha strumenti coercitivi, a sua disposizione, nei confronti degli Stati. L’unico potere che può esercitare consiste nell’autorizzare le misure di ritorsione (congrue) dei Paesi danneggiati dai nuovi dazi.

Il risultato finale potrebbe essere la nascita di un nuovo protezionismo e una diminuzione del commercio internazionale, situazione nella quale tutti hanno da perdere e nella quale, forse, ci troviamo già.


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