Santa Rosalia e “u fistino”: tra storia e folklore, la Santuzza colora Palermo

Di Valentina SpinelliPalermo, oggi capoluogo siciliano, fondata dai Fenici tra il VII ed il VI secolo a. C., venne conquistata da diverse popolazioni, ognuna delle quali le ha donato un’importante eredità che ancora oggi custodisce. Città dalla struggente bellezza, osannata da tanti letterati, è allo stesso tempo ricca di mille contraddizioni, ma che tuttavia non può non amarsi.

Centro urbano invaso dal caos cittadino, dai rumori dei suoi antichi mercati, dai passi dei turisti che la visitano, dal carisma popolare, nel mese di luglio si anima ancora di più. Si tinge di nuovi colori, si sveglia dal suo riposo per commemorare, come da tradizione da quasi quattrocento anni, la sua Patrona, Santa Rosalia. Affettuosamente chiamata dai palermitani la Santuzza.

Santa Rosalia, Rosalia Sinibaldi (o di Sinibaldo), nata presumibilmente intorno al 1130, apparteneva alla nobile famiglia dei Sinibaldi Berardi. Il padre era il duca di Sinibaldo, signore della Quisquina e delle Rose; la madre, invece, era Maria Guiscardi (o Viscardi), donna dalle nobili origini imparentata con la corte normanna di Ruggero d’Altavilla. La scelta del nome della giovane non fu dettato dal caso, ma al contrario, e sempre secondo quanto reso noto dalla tradizione, fu scelto dallo stesso sovrano. Al re, intento ad ammirare il tramonto insieme alla moglie Elvira, apparve una figura, la quale lo informò che nel casato dei Sinibaldo, suoi congiunti, sarebbe nata per volere di Dio una bambina, una rosa senza spine, ed il cui nome sarebbe dovuto essere proprio Rosalia. Nome, che secondo l’etimologia popolare latina, si compone di due parole rosa e lilium, ovvero rosa e giglio.

Rosalia trascorse i primi anni della sua giovinezza presso la corte di Ruggero II e la villa paterna, che doveva trovarsi nell’attuale quartiere dell’Olivella, nel centro storico di Palermo.

La tradizione racconta che un giorno il conte Baldovino salvò re Ruggero dall’aggressione di un animale feroce, forse un leone. Il sovrano, volendosi sdebitare, offrì un dono al coraggioso conte, il quale espresse il desiderio di ricevere in sposa la giovane e bella Rosalia, che allora aveva poco più di quindici anni. Tuttavia, il giorno precedente le nozze, alla ragazza, intenta a specchiarsi, apparve riflessa sullo specchio l’effige di Gesù Cristo. Il giorno seguente Rosalia si presentò a corte con le sue bionde trecce tagliate e mostrò la volontà di abbracciare la fede a cui si era sempre dedicata e, quindi, di non volere contrarre matrimonio con il suo pretendente.  

Abbandonare il Palazzo Reale di re Ruggero fu l’unica soluzione possibile per la giovane, la quale prima cercò rifugio presso il monastero basiliano del SS. Salvatore a Palermo, da cui però si allontanò ben presto a causa delle costanti pressioni dei genitori e del suo pretendente che cercavano di redimerla dalla scelta da lei fatta. Rosalia decise, quindi, di abbandonare anche gli ambienti monastici e cercare quiete in un luogo più isolato e meno facile da raggiungere dai suoi cari, ovvero presso i possedimenti del padre a Santo Stefano di Quisquina, ove la vergine aveva trascorso alcuni periodi della sua infanzia. Qui si presume abbia vissuto per circa dodici anni.

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Santa Rosalia, opera di Antoon van Dyck, 1625, Museo del Prado

Il nuovo rifugio della giovane Sinibaldi, tuttavia divenne ben presto meta di continui pellegrinaggi che la distoglievano dalla scelta fatta inizialmente di vivere in solitudine ed in continua contemplazione di Cristo. Dunque, abbandonò la cavità naturale tra i poderi della Quisquina, ove aveva sino ad allora trovato dimora, e su concessione della regina Margherita di Navarra, tornò a Palermo cercando e trovando la tranquillità a cui tanto ambiva tra i boschi di Monte Pellegrino, promontorio con rocce di natura calcarea ricco di grotte e fratture millenarie, il cui versante posto a levante domina il capoluogo siciliano. Tra la rude ed ostile vegetazione delle grotte e del monte sovrastante la città e da sempre considerato luogo sacro, la giovane Rosalia visse in totale solitudine gli ultimi anni della sua vita. Probabilmente, secondo quanto è reso noto dalla tradizione popolare, la donna trovò la propria pace interiore tra le mura di una grotta, ricca d’acqua e posta accanto ad un antico altare, prima pagano e poi edificato per la Madonna.

La religiosa non morì di malattia, ma al contrario a causa degli stenti dovuti dalle difficili condizioni di penitenza e rigidità che, dettati dalla propria devozione alla fede, aveva deciso di abbracciare. La vergine non martire morì nel sonno il 4 settembre 1160.

Non si avranno più notizie della donna per diversi decenni; infatti, già nel diciassettesimo secolo, il culto a lei dedicato era venuto meno, tanto che il suo nome non era neanche più ricordato nelle litanie dei santi patroni di Palermo.

Il capoluogo siculo nella prima metà del Seicento venne insidiato da un’epidemia di peste arrivata con una nave proveniente da Tunisi (antica “Barbaria”), che decimò la popolazione. La martire venne nuovamente ricordata a partire dal 1624, quando apparve prima ad una donna colta dalla peste, Girolama La Gattuta, a cui aveva ordinato di recarsi sulle pendici di Monte Pellegrino e di cercare i suoi resti, così da donarle in cambio la guarigione. La donna inizialmente esitò dal voto e vi obbedì soltanto nel momento in cui si ammalò una seconda volta, dunque rispettò quanto le era stato chiesto dall’immagine che durante l’agonia le apparve, e recandosi tra le grotte di Monte Pellegrino, iniziò ella stessa i lavori di scavo per cercare i resti della vergine, i quali vennero trovati insieme ad altre ossa e condotti presso la cappella del Palazzo Arcivescovile, il 15 luglio del 1624.

news_img1_80961_vincenzo_bonelliUna seconda apparizione interessò, poi, un povero saponaio, Vincenzo Bonelli, il quale, sofferente per la precoce perdita della moglie, non avendone fatto denuncia alle autorità competenti, decise di recarsi tra le alture del monte sovrastante la città di Palermo e di rimanervi al solo fine di ricongiungersi alla sua amata gettandosi da un precipizio sul mare, che probabilmente corrisponde alla zona dell’Addaura. Fu in questa circostanza che gli apparve l’immagine della giovane Santa, la quale gli preannunciò la prematura morte a causa della pestilenza, ma lo invitò a redimersi, se in cambio voleva ricevere protezione per la sua anima, e ad incamminarsi lungo la Valle del Porco, dunque giungere in città e rivelare al cardinale di Palermo ciò che era accaduto.

Cosicché se fossero stati portati in processione, e se fosse stato intonato il canto il “Te Deum Laudamus”, la peste sarebbe terminata e la città liberata dall’epidemia. Il saponaio, tornato in città, raccontò quanto accaduto poco prima di morire anche lui di peste. Il 9 giugno 1625, l’urna costruita per le reliquie della vergine fu portata in processione con la calorosa partecipazione della popolazione cittadina, e così la tradizione racconta che la peste iniziò a regredire, curando i malati e facendo cessare del tutto il numero delle vittime ammalatesi in precedenza.

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Il Genio di Palermo (una delle raffigurazione, Mercato della Vucciria)

Da quel momento in poi il nome della vergine fu nuovamente riconosciuto dalla Chiesa palermitana e dall’intera cittadinanza che, nonostante i secoli trascorsi, non aveva mai smesso di essergli devota. Dunque, le precedenti patrone S. Cristina, S. Ninfa, S. Oliva e S. Agata, le cui statue commemorative sono poste su piazza Villena, comunemente conosciuta a Palermo con il nome dei Quattro Canti vennero esautorate e sostituite da Santa Rosalia, la quale divenne patrona religiosa della città di Palermo. Figura sacra, contrapposta a quella profana del Genio di Palermo, raffigurato nelle sembianze di un uomo dalla barba a due punte, incoronato ed intento a stringere tra le mani un serpente che si nutre addentando il suo petto.

Entrambe le immagini, seppure contrapposte, sono ancora oggi acclamate dalla popolazione cittadina con il coro “Viva Palermo e Santa Rosalia”, che allude tanto alla vergine quanto al Genio, durante il celeberrimo Festino alla patrona dedicato, ed i cui festeggiamenti interessano tutta la settimana precedente allo stesso.

La ricorrenza culmina la notte del 14 luglio di ogni anno, quando per le strade del centro storico della città in festa, a partire dal 1625, si dà vita ad un lungo corteo posto alle spalle ed ai lati della statua della Santuzza, eretta e portata in processione su di un carro a forma di barca.

festino-santa-rosalia2-1La città si tinge di un meraviglioso folklore, di festa, di una vitalità che non ha eguali. Ancora oggi sono tantissimi i devoti alla Santa, la quale è riconosciuta essere protettrice anche di altre località dislocate sia nell’isola siciliana che nel resto dell’Italia e del mondo.

La seconda parte della commemorazione avviene, poi, il 4 settembre con un lungo pellegrinaggio – conosciuto con l’appellativo di Acchianata – lungo i sentieri di Monte Pellegrino, definito dal letterato Johann Wolfgang von Goethe «il promontorio più bello del mondo», sino alla grotta ove fu costruito un santuario dedicato alla Santa. All’interno della cavità scavata nella roccia si conserva, al di sotto dell’altare marmoreo, la celebre statua dell’Estasi di Santa Rosalia realizzata nel 1630 dall’artista fiorentino Gregorio Tedeschi, e rappresentativa del trapasso della vergine. Circa un secolo dopo, Carlo III di Borbone in occasione delle sue nozze palermitane, donò alla patrona della città di Palermo il manto dorato che ancora oggi le ricopre il corpo scolpito su marmo bianco.

Palermo è una città ricca di storia, di vita, di colori a volte non sempre nitidi e felici, ma è pur sempre una città magica e dall’incommensurabile bellezza. Vive immersa nelle sue contraddizioni e nella sua più totale devozione a lei, alla Santuzza. Dunque, ancora una volta urliamo sorridendo in coro “Viva Palermo e Santa Rosalia”, con la speranza che possa continuare, nonostante l’aurea di folklore che avvolge questa festa ancora oggi, a vegliare sulla città di Palermo e liberarla dalle sue tante pesti.


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