Femminismo di ieri e di oggi: i nuovi limiti e le nuove battaglie delle donne

La storia ufficiale del femminismo inizia nell’Ottocento ed è divisa in tre diverse fasi – dette “ondate” – che vedono come protagoniste generazioni di donne decise a battersi per i propri diritti. Ogni ondata ha portato con sé nuove priorità e nuovi metodi. La questione della parità di genere approda già nel Settecento con la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina scritta da Olympe de Gouges nel 1791, in piena Rivoluzione Francese.

Nel 1865 in Gran Bretagna si ebbe la “prima ondata” che vede come protagonisti le suffragette e il diritto di voto. In questa fase il femminismo si concentra quasi esclusivamente su rivendicazioni di natura politica, ma le suffragette vogliono anche la parità tra uomini e donne nel diritto di famiglia. In Italia, sebbene non esista un movimento strutturato, alcune donne – ad esempio Clara Maffei e Cristina Belgiojoso – partecipano attivamente al Risorgimento per contribuire alla vita politica del Paese. Quasi ovunque, però, le suffragette devono aspettare decenni per vedere risultati concreti: il suffragio viene esteso alla popolazione femminile solo nel Novecento. 

La “seconda ondata” del movimento femminista si risveglia negli anni Sessanta del Novecento. Dopo la Seconda guerra mondiale gli Usa conoscono un boom economico ancor più esplosivo di quello europeo, e la prosperità contribuisce al mutare degli standard sociali, già messi in discussione durante il conflitto, dopo che le donne sostituirono gli uomini impegnati al fronte nelle fabbriche.

I temi delle femministe della seconda ondata sono di grande importanza, come la sessualità, lo stupro e la violenza domestica, i diritti riproduttivi, ma anche la parità di genere sul posto di lavoro. Sono anni di cambiamenti rivoluzionari: basti pensare che nel 1961 negli Stati Uniti viene messa in commercio la pillola contraccettiva. Anche in Italia il movimento femminista prende forma e per la prima volta assume dimensioni di massa. Negli anni Settanta le piazze del nostro Paese vengono invase dalle donne, decise a rivendicare diritti ancora negati, come quello di divorziare o di interrompere una gravidanza indesiderata. Le battaglie per l’aborto e il divorzio sono le più famose, ma non le uniche. Le femministe italiane si battono per rimuovere il delitto d’onore, che assicurava pene ridotte agli uomini che assassinavano la moglie adultera. 

Durante la “terza ondata”, registrata negli anni Novanta – nonostante qualcuno parli di “società post-femminista” – le discriminazioni non sono affatto scomparse, soprattutto nel mondo del lavoro. Infatti le femministe continuano a lottare perché il divario salariale tra uomini e donne venga riconosciuto e colmato, segnalando le difficoltà che le professioniste incontrano nel fare carriera e battendosi perché venga istituita una legislazione contro le molestie sul lavoro.

Oggi, nonostante si professi una parità di genere, e un’apparente piena uguaglianza di diritti, in ambito economico, politico e sociale la situazione non è idillica. Nella partecipazione economica e nelle opportunità offerte, nessun paese al mondo ha colmato completamente il gender gap. Il divario di opportunità tra i sessi a livello globale si è chiuso per il 68 per cento, secondo il World Economic Forum. Lo stesso istituto ha dichiarato che «se si va avanti così occorrerà un altro secolo per chiudere il divario globale di genere».

La situazione del nostro paese è una delle peggiori, considerando il Global Gender Gap Index del World Economic Forum relativo all’anno corrente: l’Italia si piazza in 82esima posizione su 144 paesi analizzati. Per elaborare la classifica sono stati presi in esame diversi indici che riguardano non solo le disparità sul lavoro, in termini di partecipazione, ma anche le possibilità di carriera e i salari, l’educazione, lo status sociale, la rappresentanza politica e le aspettative di vita.

Considerando, inoltre i dati Ansa, oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini.  Ai femminicidi si aggiungono le violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime: sono infatti migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. Durante il 2017 la media registrata è di una vittima ogni tre giorni. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740.

Alla luce di ciò, è in atto una “quarta ondata” femminista, che si manifesta nelle piazze e sui social. Uno dei movimenti della nuova ondata femminista è “Non una di meno”, nato in Argentina nel 2015 a seguito di un appello di giornaliste, attiviste e artiste per dire basta alla violenza maschile sulle donne. Presto si è diffuso in tutto il paese come spazio politico di autodeterminazione delle donne, per la costruzione di una società libera dal sessismo e dalla violenza. Non una di meno si è diffuso in Italia dalla scorsa estate, dopo l’ennesimo stupro e assassinio di una donna, un episodio sicuramente non isolato ma molto cruento e scioccante: Sara di Pietrantonio, una studentessa di 22 anni bruciata viva dal compagno in via della Magliana a Roma.

Un apporto sui social contro la violenza sulle donne è stato la diffusione dell’hashtag #Metoo, ovvero “anche io”, lanciato dall’attrice americana Alyssa Milano – e il caso Weinstein è solo un esempio di come si debba portare all’attenzione globale uno dei temi principali della gender equality – un hashtag molto semplice che però, rappresenta un modo per sollevare il velo di omertà che ha coperto il tema delle molestie sessuali, spesso taciute per mancanza di supporto, o per il bisogno di dimenticare.

 Sabrina Landolina


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