Gender Equality Index, Italia ultima in Europa per lavoro femminile

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Gli ultimi dati pubblicati dalla Commissione europea mostrano un’Italia ultima per lavoro femminile e riduzione del divario retributivo tra i generi.


Istat: a dicembre 2020, 101 mila lavoratori in meno, 99 mila sono donne. Dopo il momentaneo recupero messo a segno tra luglio e novembre, l’occupazione torna a calare, nonostante il blocco dei licenziamenti, e colpisce tutte le fasce di età ad esclusione degli ultracinquantenni, invece in crescita. Si tratta di un crollo quasi esclusivamente al femminile: in totale, i lavoratori scendono di 101 mila unità, ma di questi, 99 mila sono donne e solo 2.000 sono uomini. Tra i settori in calo soprattutto gli autonomi: nel solo mese di dicembre, si perdono 79 mila posti di lavoro rispetto a novembre.

Il tasso di occupazione delle donne a dicembre cala di 0,5 punti e cresce quello di inattività (+0,4 punti); per gli uomini, al contrario, la stabilità dell’occupazione si associa al calo dell’inattività (-0,1 punti). In generale, c’è un forte aumento dell’inattività, ma solo per la fascia in età giovanile e per quella centrale. 

Sempre secondo gli ultimi dati Istat, pubblicati a dicembre 2020, nel confronto annuo 2019-2020, si perdono 444 mila unità, mentre le fila degli inattivi crescono di 482 mila. Anche in questo caso, c’è una forte prevalenza femminile, sebbene meno marcata rispetto al confronto tra novembre e dicembre: le donne, infatti, passano da 9,842 milioni del dicembre 2019 a 9,530 milioni a dicembre 2020 e in 312 mila perdono il lavoro, mentre gli uomini passano da 13,441 milioni a 13,309, perdendo 132 mila unità. 

La maggiore fragilità del lavoro femminile è dovuta soprattutto al fatto che, in percentuale, le donne sono maggiormente occupate nel settore dei servizi, in lavori precari o per i quali è possibile licenziare.

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione registrate tra marzo e giugno 2020, unite a quella di dicembre, hanno portato l’occupazione a un calo dell’1,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. La diminuzione coinvolge dipendenti (-235mila) e autonomi (-209mila) e tutte le classi d’età, ad eccezione degli over 50, in aumento di 197 mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,9 punti percentuali.

Nella prospettiva europea, il quadro tracciato dalla Commissione nell’ultima scheda tematica per il semestre europeo, è tutto fuorché confortante. L’EU Gender Equality Index ha sì visto l’Italia guadagnare 12 posizioni tra il 2005 e il 2017, ma il nostro rimane «l’ultimo Paese in termini di divari nel dominio del lavoro». Lo scorso anno, il tasso di occupazione femminile risultava ancora inchiodato al 50,1% (e con la pandemia è sceso di nuovo sotto questa soglia), marcando una distanza di ben 17,9 punti percentuali da quello maschile. I divari territoriali sono molto ampi: il tasso di occupazione delle donne è pari al 60,2% al Nord e al 33,2% al Sud.

È sempre molto accentuata la segmentazione orizzontale del mercato del lavoro, con quasi il 40% delle donne occupate in tre macro settori: commercio, sanità e assistenza sociale, istruzione. Questo tipo di fenomeno incide in modo significativo sui divari retributivi di genere, producendo forti svantaggi per le donne, oltre che inefficienze allocative. Nelle donne tra i 25 e i 49 anni il gap occupazionale è del 74,3% tra quelle con figli in età prescolare e quelle senza figli. Un gap legato probabilmente alle evidenti difficoltà di conciliare vita lavorativa e vita professionale. 

lavoro femminile

Dall’ultima relazione sul Bilancio di genere del Ministero dell’Economia – presentata lo scorso 20 ottobre dalla sottosegretaria Cecilia Guerra durante l’audizione in Commissione Bilancio di Senato e Camera ed elaborata attraverso 128 indicatori diversi dei divari di genere nell’economia e nella società, (fonti Inps, Istat ed europee) – è emerso che il reddito medio delle donne rappresenta circa il 59,5% di quello degli uomini a livello complessivo. La diversità dei redditi di uomini e donne si riflette anche nel gettito fiscale in una minore aliquota media per le donne, con l’unica eccezione del più basso decimo di reddito. 

«Queste evidenze sulle disuguaglianze di genere nei redditi, quando non derivanti da vere e proprie discriminazioni sul mercato del lavoro a scapito delle donne, sono in larga parte il riflesso della “specializzazione” di genere tra lavoro retribuito e non retribuito, in virtù della quale le donne più frequentemente accettano retribuzioni inferiori a fronte di vantaggi in termini di flessibilità e orari», ha spiegato Guerra.

«Se ci poniamo l’obiettivo di incrementare la partecipazione al mercato del lavoro delle donne» è indispensabile, secondo la sottosegretaria all’Economia, dispiegare interventi «strutturali e considerevoli» per riequilibrare la nota e accentuata asimmetria di genere nella distribuzione delle responsabilità di cura domestica e familiare. Interventi che necessitano di risorse, ma anche di un cambiamento culturale. 

Le indagini dell’Eurobarometro, infatti, evidenziano una convinzione meno radicata in Italia della rilevanza del tema della parità di genere, per garantire una società giusta e democratica. Nel Bel Paese risulta ancora forte il radicamento di stereotipi e credenze: il 51% degli italiani assegna alla donna il compito primario di occuparsi della casa e della famiglia, contro l’11% della Svezia e il 14% della Danimarca. Molte italiane hanno interiorizzato lo stereotipo: lo condivide il 53% delle interpellate, a fronte del 44% degli uomini.

Ancora una volta, si legge di un’Italia in cui le sole riforme economiche, se anche fossero le più accademicamente corrette, non sarebbero sufficienti per modificare l’andamento strutturale del Paese; un Paese che deve ancora fare molti passi avanti lungo un percorso di rivoluzione culturale sugli stereotipi. Come lo Yin e lo Yang, solo la commistione bilanciata di crescita culturale, istruzione e ricerca, insieme a un processo di riforme economiche basate sul principio di solidarietà può disegnare la nuova road map di un’Italia nuova, dove anche la parità di genere possa trovare degno riconoscimento. 


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