Foreign Fighters: criminali o soldati di un’idea?

Figura sempre più in discussione nei dibattiti di politica estera è il foreign fighter
Chi è? Da dove trae origine questo termine? Perché oggi è considerato un “terrorista” o un mercenario? Come la legislazione italiana si approccia a questo fenomeno?

I foreign fighters sono uomini e donne che, mossi da un ideale o semplicemente dal denaro, si arruolano nelle schiere di eserciti o gruppi armati stranieri in ogni angolo del globo. Al termine “foreign fighter”, ultimamente, è stata data un’accezione negativa per via dell’IS (Islamic State) e per via dei conflitti armati avvenuti nella regione della Crimea tra filorussi ed ucraini, ma non sempre è stato così.

Nel 1821, ad esempio, durante la guerra d’indipendenza greca, molti intellettuali europei, tra i quali il famoso poeta inglese Lord George Gordon Byron, si arruolarono volontariamente nelle file greche per combattere i turchi. L’esempio più eclatante potrebbe essere quello di un italiano che, nel 1837, salpò dal porto di Rio de Janeiro, in Brasile, per assaltare e depredare le navi dell’Impero Brasiliano retto dalla casata portoghese dei Braganza. Quest’italiano si chiamava Giuseppe Garibaldi, al tempo corsaro al servizio della Repubblica Riograndese e successivamente divenuto “Eroe dei due mondi”. Questi due uomini appena citati sarebbero mai potuti essere considerati dei terroristi? Si potrebbe continuare ad elencare personaggi di spicco come ad esempio George Orwell, André Malraux e Tristan Tzara, che decisero di combattere in terra straniera per una causa che non gli apparteneva.

Nel 2014, in Ucraina, a seguito delle proteste scoppiate a Kiev, sul versante russo, si è dato origine ad una vera e propria guerra civile per via della separazione del governo centrale dalla “celata dipendenza” del Cremlino. Tutto ciò ha portato ad un conflitto interno che ha generato la mobilitazione di centinaia di foreign fighters, pronti ad imbracciare un fucile per una delle due parti, nonostante le condizioni precarie cui sono sottoposti durante il periodo al fronte.

Nel Medio Oriente la situazione cambia leggermente: lo Stato islamico ha causato scompiglio in tutta la regione, attirando grazie anche alla religione, migliaia di combattenti. Un ruolo importante in questo scenario è occupato dai foreign fighters.
Un gran numero di questi sono individui nati, cresciuti ed istruiti in occidente, che vengono arruolati tramite mezzi informatici o di propaganda, attirati dalla jihad e dalla causa del Califfo Al Baghdadi; questi operano non solo nel territorio islamico ma anche nei territori occidentali, pronti a colpire obiettivi sensibili.

L’ordinamento giuridico italiano, in seguito all’espandersi del fenomeno, ha emanato diversi mesi fa un decreto legge, in linea con la normativa internazionale, che prevede dai 5 agli 8 anni di reclusione per coloro che si arruolano per combattere all’estero con i terroristi dell’IS ed altri gruppi armati, nonché chiunque organizzi, finanzi o propagandi viaggi finalizzati al terrorismo; per essi scatta la custodia cautelare in carcere. L’uso del web al fine di arruolare questi guerriglieri diventa un aggravante che comporta l’obbligo di arresto in flagranza. Negli altri paesi, soprattutto europei, le norme contro tale figura si sono inasprite se non addirittura, come nel caso italiano, create ad hoc.

In Francia, dopo i diversi attentati che hanno colpito Parigi, il governo francese ha rafforzato ulteriormente l’intelligence per prevenire possibili attacchi da cellule di matrice jihadista. Si potrebbe affermare lo stesso per i paesi dell’area del Maghreb che hanno subito attentati, quali la Tunisia e l’Egitto perché confinanti con la “polveriera” libica.

Agli occhi di chi osserva queste vicende il foreign fighter può apparire sia come un liberatore che come un sanguinario oppressore. Solamente i punti di vista riusciranno a stabilire quale accezione sarà data a questi guerriglieri.

Marco Tronci e Francesco Boscia


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