Tunisia, la scintilla che ha riacceso il Maghreb

Di Davide Renda – Per il dossier Primavere Arabe

La Tunisia di Ben Ali

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L’ex presidente Ben Ali

Il luogo di nascita della lunga onda delle primavere arabe è la Tunisia, dove tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 la rivolta, le proteste e le manifestazioni del popolo tunisino riescono a porre fine al regime di Zine El-Abidine Ben Ali dopo 23 anni di presidenza. Già primo ministro della presidenza di Habib Bourguiba nell’ottobre del 1987, Ben Ali ottenne la presidenza della Repubblica di Tunisia il 7 novembre dello stesso anno, dopo il cosiddetto “colpo di stato medico”.

Tramite una ben ragionata strategia e appurate ingerenze estere tra cui spicca il ruolo dell’italiano SISMI, Ben Ali convinse i medici di Bourguiba a dichiarare che quest’ultimo era incapace di adempiere ai doveri della presidenza per le sue sempre più precarie condizioni di salute; Ben Ali ottenne quindi la carica di Presidente, secondo l’articolo 57 della Costituzione. Nei 23 anni della sua presidenza la Tunisia riuscì a imporsi come potenza economica del Nord Africa, ma ciò che veramente caratterizzerà il suo regime sarà l’inclinazione verso la dittatura, la diffusissima corruzione e il sistema clientelare in moltissimi apparati statali e militari e gli attacchi alla libertà di stampa e ai diritti civili.

Il fuoco viene innescato; il suicidio di Mohammed Buouazizi

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Ben Ali visita il morente Mohammed Buoazizi

La data, il 17 dicembre 2010. Il luogo, Sidi Bouzid, una piccola località centroccidentale della Tunisia in cui i livelli di disoccupazione e povertà sono tra i più alti del paese. Il soggetto, Mohammed Buoazizi, venditore ambulante di frutta e verdura, continuamente vessato dalle forze dell’ordine che arrivarono a sequestrargli la sua poca merce e i suoi strumenti di lavoro. Buoazizi, stanco e oppresso dall’ultima umiliazione subita, decise di cospargersi di benzina e di darsi fuoco davanti al recentemente restaurato e tirato a lucido palazzo del governatore. Sembra una storia degna di un romanzo, ma è la cruda realtà di una cittadina dimenticata e di una popolazione rabbiosa che impotente davanti alla corruzione dilagante dei governanti, era soggetta a vessazioni, arresti e violenze per ogni minima irregolarità. Il corpo bruciato di Buoazizi verrà mostrato in televisione, e lo stesso Ben Ali lo andrà a visitare in ospedale durante la sua agonia. Morirà dopo diciannove giorni. Il fuoco è innescato, e non soltanto nel cuore dei tunisini, ma in tutto il mondo arabo da lì in poi partirà un’onda inarrestabile. No, il merito di aver risvegliato le coscienze non va solamente al triste avvenimento appena descritto; non era il primo suicidio del paese, e la rabbia covava nella popolazione già da moltissimi anni. Ma quel gesto è arrivato in un punto cruciale, nel punto in cui la rabbia per la fame, la disoccupazione, la povertà e l’aumento esponenziale dei prezzi dei beni di prima necessità era ormai insostenibile. Sono queste le premesse per una serie di rivolte e manifestazioni tra le più violente della storia recente della Tunisia, poi chiamate sotto il nome di Rivoluzione dei Gelsomini. Le proteste coinvolsero le maggiori città tunisine, invase da un’ondata di persone tra cui studenti, giovani con i loro genitori, intellettuali, gente di strada, uniti non da cori anti-occidentali e anti-Israele ma da quello di libertà. Il 14 gennaio 2011 Ben Ali fu destituito e ha lasciato il paese rifugiandosi a Jedda, Arabia Saudita. Ma ciò non determinò la fine delle proteste. Ben Ali sarà poi condannato il 20 giugno a 35 anni di carcere con l’accusa di furto e acquisizione indebita di denaro e gioielli, inquadrati nel suo immenso patrimonio e di quello della moglie.

Il post Ben Ali e la prima fase della transizione

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Rivoluzione dei Gelsomini: Game Over!

Nel successo delle 60 mila persone a Tunisi e delle altre decine di migliaia di persone in sommossa nel resto del paese è da considerare il ruolo determinante dell’esercito, che attraverso il suo generale Rachid Anmar ha rifiutato l’ordine di sparare sui manifestanti nelle fasi più calde delle proteste. Alcune parti dell’esercito hanno iniziato a solidarizzare con la popolazione, e in molti casi hanno anche dato la caccia alle milizie di Ben Ali, che dopo la sua fuga dal paese avevano intrapreso una strategia della “terra bruciata” per dare uno spiraglio di possibilità a Ben Ali di poter tornare a regnare nella sua madre patria. Il potere fu preso da Mohammed Ghannouchi, ex capo del governo e personaggio politico deciso a guidare la fase successiva alla fuga del dittatore. Le continue proteste però portarono alle sue dimissioni dopo poco più di un mese di presidenza, il 27 febbraio 2011. Il suo successore fu Beji Caid Essebsi, ministero degli esteri durante la presidenza Bourguiba. In questa fase venne decisa la data di elezioni della nuova Assemblea Costituente, che fu prevista per il 23 ottobre. A fine anno viene eletto Presidente della Repubblica Moncef Marzouki, storico oppositore di Ben Ali. La maggioranza era detenuta dal Movimento della Rinascita (Ennahda), un partito islamista moderato; il partito non avrà vita facile in quanto l’influenza degli islamisti sulla nuova struttura del paese fu forte, ma in Tunisia non ci fu spazio per l’introduzione della sharia come parte del nuovo ordinamento né si mise in discussione la natura di democrazia parlamentare del paese. Un altro fronte che ha quasi causato la caduta del governo di Ennahda è stata l’uccisione di Chokri Belaid, esponente politico di sinistra e critico del partito al governo. La sua morte ha riportato brevemente la Tunisia ad una situazione di sommosse e violenze che non si vedevano dalla rivoluzione del 2011.

La Truth and Dignity Commission e il Nobel della pace al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino

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La necessità di una riconciliazione nazionale che coinvolgesse tutte le forze in campo, e la voglia di istituzionalizzare quegli sforzi che hanno portato alla fine del regime di Ben Ali, hanno determinato la nascita di istituzioni come la Truth and Dignity Commission, un tribunale indipendente con la funzione di indagare su tutte le violazioni di diritti umani a partire dal 1955 in Tunisia, e del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino. Quest’ultimo era composto da quattro organizzazioni della società civile tunisina, tra cui il famoso sindacato UGTT, che hanno avuto un ruolo determinante nell’imprimere una direzione alle discussioni tra le forze politiche e della società tunisina con lo scopo di costruire una società libera e pluralista in linea con i voleri della Rivoluzione dei Gelsomini del 2011; per questa attività e per il successo ottenuto riceveranno il premio Nobel per la pace nel 2015.

Successi, instabilità e prossimo futuro

Gli sforzi di numerose parti della società civile si scontrarono con eventi tragici come i due attentati rivendicati dall’Isis; quello al museo del Bardo dove morirono 22 persone, e quello nella spiaggia di Sousse dove le vittime furono 38. La Tunisia è uno dei paesi col maggior numero di foreign fighters (più di tremila) partiti per servire il nascente califfato islamico. Una parte di loro ha anche influenzato la presenza dell’Isis nella vicina Libia. Questi eventi hanno portato ad una perdita quantificata in centinaia di milioni di euro per il settore del turismo, una delle risorse più importanti per l’economia tunisina. Le manifestazioni negli ultimi due anni sono riprese a ritmi sempre più crescenti, con migliaia di dimostrazioni diffuse principalmente nelle parti più interne del paese. La disoccupazione nazionale è al 15 per cento, e sale al 25 per cento nelle zone rurali del paese; il malcontento per la perdurante povertà e fame in molte zone del paese non hanno smesso di animare dimostrazioni di natura anche violenta. La Tunisia si prepara adesso alle elezioni del prossimo 6 maggio; rimane tutt’oggi la garanzia di una rivoluzione che è riuscita a incanalarsi per vie istituzionali e che ha dato vita ad una delle Costituzioni (quella emessa nel 2014) tra le più progredite del Mediterraneo. La Tunisia è un paese a maggioranza giovanile, ed è nei giovani che deve trovare la sua forza; se i tassi di disoccupazione continuano a restare elevati come in questo momento, è prevedibile una potenziale situazione di instabilità che potrebbe rimettere a rischio gli equilibri del paese. Nonostante le difficoltà e le contraddizioni, quella tunisina rimane oggi una delle poche esperienze delle primavere arabe con esiti positivi, ma l’equilibrio è decisamente fragile e negli anni a seguire potremo analizzare con più chiarezza se i risvolti della Rivoluzione dei Gelsomini saranno ancora vivi o se andranno perduti.


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