La minaccia nucleare nord-coreana colpita dalle sanzioni dell’Onu

Di Filippo Vitale – Il dibattito sul grado di pericolosità nucleare della Corea del Nord e sulla sua eventuale denuclearizzazione ha storicamente occupato un ampio spazio in sede multilaterale, e continua ad occuparlo ancora oggi in seguito alle reiterate minacce dei mesi scorsi. La retorica bellica del Leader Nord-coreano, Kim Jong-un, accentuata dal quarto test nucleare del 6 gennaio e dal lancio di un missile balistico del 7 febbraio, si pone in linea di continuità con l’escalation militare avviata negli anni ’90 a scopi prettamente preventivi e offensivi, in risposta alle esercitazioni militari congiunte tra Usa e Corea del Sud.

Malgrado il ripetuto impegno della comunità internazionale verso la denuclearizzazione, la Corea del Nord continua imperterrita a condurre test nucleari, violando le precedenti risoluzioni Onu che l’avevano già condannata, la n°1718/2006 – 1874/2009 -2087/2013 – 2094/2013 e il NPT, trattato di non proliferazione nucleare.

E’ proprio tale retorica a mettere a rischio l’esistenza stessa del principio della deterrenza nucleare su cui si fonda l’ordine mondiale sin dalla fine della guerra fredda. Il tutto a costo di acuire il già esistente isolamento internazionale, ampiamente condiviso dagli storici alleati nord-coreani, quali Cina e Russia, che in seguito alla disapprovazione della minaccia nucleare si sono mostrati favorevoli all’applicazione delle sanzioni in seno al Consiglio di Sicurezza Onu. Porre attenzione all’opinione prevalente secondo cui gli stati autoritari sono tanto forti quanto strutturalmente deboli, con la conseguenza che ogni manifestazione di forza è funzionale alla necessità di proiettare su scala globale l’immagine di un paese forte, ci permette di comprendere meglio il dibattito attuale sulle presunte capacità nucleari nordcoreane e sulle reali intenzioni di metterle in pratica in chiave anti-americana.

Nel caso specifico, l’importanza del dittatore nord-coreano di mostrarsi perfettamente capace di far fronte militarmente alle mire espansionistiche di Washington risulta essere di estrema importanza. Per tali ragioni, se da un lato vi è chi considera con elevato allarmismo il grado di minacciosità della Corea, dall’altro vi è chi sostiene che il tutto sia legato alla capacità/necessità di proiettarsi nello scenario globale come “leader audace e pronto a reagire”, adottando lo strumento del “do-next-to-nothing”. Secondo tale strumento occorre ignorare la minaccia, limitandosi allo schieramento delle forze armate in stato di allerta, preparandole al peggio. L’espressione “Braccio di ferro” è forse quella più congrua per definire il rapporto tra la Corea del Nord e la comunità internazionale, un rapporto scandito da minacce nucleari con conseguenti risoluzioni sanzionatorie, da momenti di distensione con la conseguente riapertura dei negoziati e nuovamente da minacce nucleari.

Le condizioni interne della Corea del Nord…? Con l’affermazione della “dottrina del Songun o del military-first-police” sul piano interno, la Corea del Nord si è posta l’obiettivo di concentrare la stragrande maggioranza delle risorse economiche sull’assetto militare, rendendo privi di sostegno statale tutti quei settori infrastrutturali e industriali che avrebbero dovuto garantire lo sviluppo dello stato. Per tali ragioni, storicamente improntate al principio dell’autosufficienza, il paese versa in gravi condizioni economiche, in cui la carestia e la povertà occupano un posto privilegiato, decretando una situazione di forte dipendenza dagli investimenti stranieri, in particolar modo quelli cinesi.

E la comunità internazionale…? L’aggressività nord-coreana ha subito scatenato la reazione della comunità internazionale, volta a sanzionare i comportamenti in violazione del diritto internazionale così come previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. È in questa circostanza che si riaprono le trattative per l’installazione da parte americana di un avanzato sistema antimissilistico, THAAD (Terminal High Altitude Area Defence), in territorio sudcoreano. Tale sistema, oltre a porsi scopi difensivi in favore della Corea del Sud e degli Usa stessi, desta molta perplessità al governo cinese che vede con molto sospetto l’ennesimo avvicinamento della presenza americana al suo territorio, così come sostenuto dall’Ambasciatore cinese Liu Jieyi, incrinando a sua volta i rapporti con la Corea del Sud. Per tale ragione, l’efficacia delle sanzioni dipende molto dalla Cina che, seppur condivida la pericolosità della minaccia nordcoreana, teme i rischi di una sempre più crescente militarizzazione della penisola che aumenterebbe la percezione della minaccia da parte della Cina. A ciò si aggiunge il timore di un’eventuale implosione del regime derivante da un inasprimento delle sanzioni medesime, scatenando così una vera e propria emergenza umanitaria in virtù dei flussi migratori che si riverserebbero sul territorio cinese.

Il 2 marzo 2016, con la risoluzione 2270/2016, il Consiglio di Sicurezza ha approvato all’unanimità le misure più severe di questi 20 anni di regime sanzionatorio, sanzioni che vanno ad aggiungersi a quelle già imposte unilateralmente dal Governo Obama in seguito alla resistenza cinese in seno al consiglio di sicurezza, fermo restando la necessità per Cina e Russia di riaprire i negoziati con Pyongyang. È proprio in sede Onu che l’ambasciatore cinese e russo hanno ribadito l’importanza di risolvere la questione coreana con strumenti pacifici, auspicando una imminente riapertura dei negoziati e un ritorno al six-party talks.

La suddetta risoluzione introduce ispezioni obbligatorie di tutti i cargo da e per il territorio nordcoreano e il divieto delle esportazioni verso la Corea di carbone, ferro e altri minerali ferrosi se utilizzati per finanziare programmi nucleari e balistici. Si prevede, inoltre, l’espulsione di diplomatici nordcoreani intenti ad infrangere il contenuto delle risoluzioni. Si vietano, altresì, le esportazioni di oro e carburanti per aviazione, incluso il combustibile per i missili, e il divieto di espatrio di 16 individui e 12 organizzazioni fortemente legati ai progressi nucleari, affidando a Cina e Russia, data la loro posizione di confine, il ruolo di osservatori speciali. Per la prima, responsabile del 90% del commercio estero della Corea, la nuova risoluzione comporta l’intensificazione dei controlli nelle città di confine e nei porti di Dalian e Dandong da cui parte buona parte del commercio bilaterale.


 

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