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Il terrorismo di Stato che infiamma la Colombia

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“Por favor, no más, me ahogo” (per favore, basta, sto soffocando): grida disperate ci giungono dalla Colombia, dove la polizia reprime con violenza ogni minimo sussulto.


Un tassista di 44 anni in procinto di laurearsi in legge, Javier Ordoñez, è l’ennesima vittima della brutalità delle forze di polizia colombiane. “Sto soffocando, sto soffocando”, urlava Javier Ordóñez, come è possibile sentire nel filmato che riprende la scena del fermo.

Fermato per aver violato le misure di anti-Covid per comprare delle birre sotto casa, nel pomeriggio di martedì 8 settembre, l’uomo viene colpito ripetutamente con un taser da due poliziotti. Gli agenti lo caricano su una volante, nonostante la disponibilità da parte dell’uomo di pagare la multa per non aver rispettato le norme di distanziamento sociale. Dopo essere stato portato alla stazione di polizia CAI (Centro de Acción Inmediata) del quartiere Villa Luz a Engativá, una località di Bogotá, non si sono avute più sue notizie. Javier viene poi trasportato in ospedale, dove viene dichiarato morto.

Alla notizia della morte, a Villa Luz esplode la protesta, e centinaia di persone si scontrano con la polizia di fronte al CAI dove era stato detenuto Javier Ordoñez. Sono 40 le CAI assaltate poco dopo in tutta la città, 17 delle quali vengono date in fiamme. «Asesinos!», assassini, urla la popolazione davanti ai CAI. 

Le proteste contro la violenza della polizia si espandono per tutta la città di Bogotá e, tra giovedì e venerdì, anche in altre città del paese, quali Manizales, Cali, Barranquilla, Pasto e Cúcuta. La reazione delle forze dell’ordine alle proteste è brutale, omicida; sono almeno 13 le persone uccise durante la repressione delle manifestazioni a Bogotá, e nella vicina località di Soacha. I filmati mostrano l’uso indiscriminato di armi da fuoco ad altezza uomo da parte delle forze di polizia.

Tra le vittime, Julieth Ramírez, 19 anni, che mentre stava tornando a casa con un’amica si è ritrovata in mezzo alle proteste. Raggiunta al cuore da uno sparo, muore sul colpo e si accascia al suolo. Cristian Camilo Hernández, 26 anni, stava effettuando una consegna a domicilio quando, secondo un testimone, due poliziotti lo hanno trascinato via, sparandogli in testa. Il resto delle vittime sono quasi tutti giovani dai 17 ai 27 anni. 

La stampa parla di terrorismo di stato, e la polizia ha addirittura disobbedito agli ordini del sindaco di Bogotá, Claudia López, che aveva proibito l’uso di armi da fuoco. «Qui si stanno violando tutti i diritti umani: il diritto alla protesta, il diritto alla vita, il diritto al rispetto, il diritto alla dignità. E non è giusto che con le tasse di noi cittadini si paghi lo stipendio ai poliziotti, che invece di proteggerci ci colpiscono» spiega una manifestante a Euronews. Venerdì scorso, i sindaci di Bogotá e Medellín hanno preso le distanze dalla crescente campagna di terrore fomentata dalla polizia dopo i fatti di mercoledì.

Le indagini sugli abusi commessi dalla polizia parlano chiaro: dopo l’analisi di almeno 50 video della repressione delle manifestazioni, il ministro della Difesa ha comunicato che sono già 56 gli agenti sotto inchiesta. Per supportare le forze di polizia e minimizzare i danni causati dai loro abusi, il presidente Duque ha usato la narrazione delle “mele marce”: «Quando succedono questi eventi, devono essere individualizzati, non stigmatizzati». 

Tuttavia, non solo i numerosissimi video condivisi dalla popolazione dimostrano che quella intrapresa dalle forze di polizia è una repressione sistematica e violenta dei manifestanti, ma anche il sindaco di Bogotá Claudia López ha sottolineato che «58 feriti da arma da fuoco non sono casi isolati. Sei morti non sono casi isolati. 141 denunce di abusi della polizia a Bogotá quest’anno non sono casi isolati» e che «queste non sono mele marce». 

La morte di Javier Ordoñez e la repressione violenta delle proteste da parte della polizia hanno ricevuto pesanti condanne interne alla Colombia, nonché da parte di organizzazioni internazionali e ONG. 

L’attuale Procuratore Generale della Colombia, Fernando Carrillo Flórez, ha affermato in un tweet che “Il comportamento della polizia ingiusto e violativo dei diritti umani, con un’esibizione di forza contro i cittadini, rompe con il ruolo della forza pubblica” e ha proposto un incontro tra le forze politiche per pensare a una riforma della polizia. 

Come riportato da Heraldo, Amnesty International ha chiesto di porre fine all’ “uso eccessivo della forza” da parte della polizia e ha lamentato gli “atti di tortura” contro Ordóñez. La Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) ha sottolineato che «l’uso della forza da parte delle forze di sicurezza dello Stato deve seguire i principi di legalità, necessità, ragionevolezza e proporzionalità, mettendo al centro la tutela dei diritti di tutte le persone». 

La rabbia dei colombiani esplosa a causa dell’ennesimo abuso di forza da parte della polizia è da leggere in continuità con le imponenti manifestazioni di novembre, quando migliaia di persone erano scese in piazza in memoria di Dilan Cruz, uno studente morto dopo essere stato colpito da un proiettile sparato dalla polizia antisommossa ESMAD. Attualmente, la Colombia si trova in una fase di instabilità politica e sociale dovuta al difficile processo intrapreso con gli accordi di pace del 2016. Sono centinaia gli attivisti per i diritti umani impegnati nei processi di pace massacrati in questi anni, un numero che ha subito un’impennata durante la presidenza di Duque. 

Infine, l’attuale pandemia da Covid-19 ha colpito pesantemente la Colombia, che è ad oggi il sesto paese al mondo più colpito dal virus, con un totale di più di 709 mila casi registrati e più di 22 mile decessi.


 
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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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