La Nato degli Ayatollah, il piano dell’Iran per controllare il petrolio
L’Iran propone una “Nato islamica” per controllare le rotte del petrolio e arginare gli USA: la nuova strategia geopolitica di Teheran.
Nel cuore pulsante del Golfo Persico, dove le tensioni internazionali sembrano non trovare mai una reale soluzione definitiva, la Repubblica Islamica dell’Iran ha deciso di scombinare le carte in tavola. Nonostante le smentite repentine e i continui ripensamenti diplomatici che caratterizzano l’area, l’Iran sta cercando di trasformare l’incertezza legata allo Stretto di Hormuz in un’opportunità strategica senza precedenti.
Il progetto della Presidenza dell’Iran
La Presidenza di Masoud Pezeshkian, supportata dalle dichiarazioni dei vertici della sicurezza nazionale come Ali Akbar Ahmadian, ha infatti lanciato l’ambizioso progetto di creare una coalizione difensiva ed economica che rievoca, per struttura e finalità, il modello della NATO, ma in chiave interamente musulmana.

Questa proposta non si configura come una semplice operazione di propaganda a uso interno. Il network diplomatico dell’Iran si è già attivato per ricucire i rapporti con le monarchie del Golfo, storicamente diffidenti e recentemente colpite dalle ritorsioni missilistiche dei Pasdaran.
Attraverso telefonate strategiche e vertici bilaterali con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, Teheran sta sfruttando un diffuso risentimento regionale nei confronti di Washington. Molti governi arabi lamentano infatti una disparità di trattamento da parte degli Stati Uniti rispetto alla tutela garantita a Israele, soprattutto dopo la gestione dei flussi conflittuali e i repentini tentativi di tregua promossi dall’amministrazione statunitense.
I vantaggi di questa possibile coalizione
La forza teorica di questa unione islamica risiede nei numeri e nella geografia politica. Aggregando le oltre cinquanta nazioni a maggioranza musulmana, il blocco si troverebbe a gestire circa la metà delle riserve globali di combustibili fossili e, soprattutto, a presidiare i nodi marittimi più nevralgici del commercio mondiale, inclusi lo Stretto di Hormuz e il passaggio strategico di Bab el-Mandeb.
Una simile concentrazione di risorse ed assetti territoriali permetterebbe a questi Paesi di esercitare un’enorme capacità di deterrenza globale, rendendo di fatto superflua la corsa agli armamenti nucleari per garantire la propria sicurezza interna.
Le collaborazioni esterne al progetto
In questo scacchiere, la mediazione del Pakistan si sta rivelando fondamentale, tanto che le trattative parallele tra Washington e Teheran sono ormai note a livello internazionale come gli accordi di Islamabad. Al contempo, il progetto iraniano trova una sponda indiretta ma decisiva nella diplomazia della Cina.

Pechino, interessata a stabilizzare le rotte commerciali per i propri approvvigionamenti energetici, sta promuovendo un’architettura di sicurezza comune in Medio Oriente, spalleggiata anche dagli interessi petroliferi della Russia.
Per Teheran, l’obiettivo finale resta quello di superare l’isolamento economico e politico, offrendo ai vicini arabi una cooperazione basata su radici culturali condivise per blindare la regione dalle interferenze occidentali.


