Crisi nello Stretto di Hormuz, peggio degli shock petroliferi degli anni Settanta
La crisi energetica innescata dal conflitto con l’Iran supera gli shock petroliferi degli anni Settanta. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, 11 milioni di barili al giorno scomparsi e l’AIE che coordina rilasci di emergenza, l’economia globale trema. Forse molti governi non lo hanno ancora compreso del tutto.
Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Non rallentato, e nemmeno pressione: chiuso. E con lui sono spariti dalla circolazione circa 11 milioni di barili di petrolio al giorno, una cifra che da sola supera le perdite registrate durante entrambi i grandi shock petroliferi degli anni Settanta.
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), non usa mezzi termini: la portata dello shock attuale supera persino l’impatto combinato delle crisi degli anni Settanta – quello per cui in Italia c’era lo stop delle auto, la tensione dell’illuminazione diminuita o interrotta in certi casi, insieme ad altre simpatiche misure di risparmio – e delle più recenti conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina. Siamo di fronte alla più grave perturbazione nei mercati energetici della storia moderna, e molti responsabili politici, avverte Birol, non l’hanno ancora compreso appieno.

La crisi energetica globale innescata dal conflitto con l’Iran non riguarda solo il petrolio greggio. Si estende a materie prime industriali essenziali: prodotti petrolchimici, fertilizzanti, zolfo, elio. Quelle che sono di fatto arterie vitali dell’economia globale. A differenza delle crisi precedenti, questa non è una questione di embargo selettivo o instabilità regionale. È un’ostruzione fisica di un punto nevralgico che impedisce al petrolio e ai prodotti energetici di raggiungere qualsiasi mercato di destinazione, creando una simultanea limitazione dell’approvvigionamento in tutti i continenti.
L’AIE ha coordinato questa settimana un primo rilascio di scorte petrolifere di emergenza, pari a circa un quinto delle riserve totali disponibili tra i paesi membri. Ulteriori rilasci restano in fase di valutazione. L’agenzia ha anche chiarito: “Il nostro rilascio di azioni contribuirà a rassicurare i mercati, ma non è la soluzione. Dovrà solo attenuare le difficoltà per l’economia”. Misure tampone, insomma, di fronte a uno sconvolgimento strutturale che nessuna riserva strategica può compensare davvero.

L’agenzia ha promosso anche riduzioni temporanee del consumo energetico: incremento del telelavoro, riduzione dei limiti di velocità sulle autostrade, limitazione dei viaggi aerei non essenziali. Strategie che, non a caso, riecheggiano gli anni Settanta, quando i governi cercarono di gestire la domanda a fronte di un’offerta limitata.
Il primo shock petrolifero del 1973-1974 segnò una svolta nel rapporto tra geopolitica e mercati energetici. Si sviluppò sullo sfondo della guerra dello Yom Kippur, quando Egitto e Siria lanciarono un’offensiva contro Israele. Gli Stati Uniti, sostenendo il loro alleato, avviarono l’Operazione Nickel Grass, un rifornimento militare su larga scala. La reazione delle nazioni arabe produttrici di petrolio fu durissima: embargo contro le nazioni percepite come sostenitrici di Israele e tagli coordinati alla produzione. I prezzi del petrolio schizzarono da 3 a 12 dollari al barile, quadruplicando il loro valore. Carenza di carburante, razionamento, limiti di velocità più bassi. L’impatto fu devastante, ma portò proprio alla creazione dell’AIE e allo sviluppo di riserve strategiche.

Il secondo shock petrolifero del 1979-1980 scaturì dalla Rivoluzione iraniana e dal rovesciamento dello Scià. La produzione petrolifera iraniana crollò, sottraendo circa 4,8 milioni di barili al giorno all’offerta globale. Panico, speculazione, accumulo di scorte. La situazione peggiorò con lo scoppio della guerra tra Iran e Iraq. I prezzi più che raddoppiarono, passando da 15 a 40 dollari.
La crisi attuale supera entrambe per volume, anche perché il mondo è cambiato e sono cambiate anche molte fonti energetiche (le rinnovabili aiutano molto, per fortuna, in mezzo mondo, ma non bastano a dirla tutta). 11 milioni di barili al giorno persi, più delle interruzioni del 1973 e del 1979 messe insieme. E la portata è più ampia: mentre l’embargo del 1973 colpiva specifici paesi e la crisi del 1979 era regionale, la chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce tutte le nazioni che dipendono dai mercati energetici globali. Siamo tornati agli anni Settanta, ma peggio. Molto peggio.


