Prezzi energia alle stelle, l’UE discute: quando arriverà il momento di criticare Trump?

Prezzi energia alle stelle, l’UE discute: quando arriverà il momento di criticare Trump?

Il Consiglio europeo voleva discutere di competitività, ma Trump e la guerra in Iran hanno cambiato l’agenda. Prezzi energia alle stelle e l’UE divisa tra critiche e paura di ritorsioni commerciali.


I leader europei si erano finalmente messi d’accordo. Dovevano parlare di competitività, tracciare un percorso verso l’indipendenza economica, ridurre la dipendenza da Cina e Stati Uniti. Un piano ambizioso, certo. Peccato che il presidente americano Donald Trump avesse altri piani per loro.

Dopo che le minacce di annettere la Groenlandia hanno monopolizzato il vertice di gennaio, e i dazi quello precedente, questa volta è toccato alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sconvolgere l’agenda del Consiglio europeo di giovedì 19 marzo. I capi di Stato e di governo si ritrovano così costretti a parlare di crisi energetica nell’immediato. Ma il loro obiettivo iniziale era discutere di strategie a lungo termine. L’Europa che detta la propria agenda, si diceva. Peccato che quella agenda continui a essere scritta a Washington.

Con i prezzi del petrolio che sfiorano i 100 dollari al barile, Ursula von der Leyen ha dovuto ammettere l’ovvio: “È essenziale ridurre l’impatto della guerra dei prezzi. Dobbiamo fornire assistenza ora”. Assistenza, dunque, per mitigare l’impatto di una guerra che nessuno in Europa ha voluto, ma di cui tutti subiranno le conseguenze. I diplomatici confermano che gran parte della riunione sarà dedicata a valutare come proteggere imprese e famiglie dall’impennata dei prezzi dell’energia, una preoccupazione che ricorda i giorni bui del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina mandò in tilt il sistema energetico europeo.

Prezzi energia alle stelle, l’UE discute: quando arriverà il momento di criticare Trump?

La volatilità dei prezzi del petrolio, causata dagli attacchi iraniani in Medio Oriente, ha trasformato una semplice preoccupazione in un’emergenza. I leader temono che un’inflazione galoppante possa alimentare nuovamente il consenso per i partiti populisti anti-UE. Non esattamente la priorità di chi pagherà nel Vecchio Continente la guerra assolutamente folle – quale non lo sarebbe? – di Trump, dopo aver costruito la sua ultima campagna elettorale sull’arrivo di un presidente uomo di pace che non avrebbe sacrificato alcun militare in guerre a Oriente. Già.

Il primo ministro israeliano Netanyahu è riuscito a convincere il tycoon a lanciarsi in un’ennesima impresa statunitense in terra iraniana, sostanzialmente a caccia di… gloria. Perché di altri vantaggi, politici ed economici, non se ne vedono neanche col binocolo.

Il nodo politico dell’UE però resta: come reagire a Trump? Una fazione guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez – a quanto pare lo spauracchio del Governo Meloni per quante volte lo ha citato quando ha riferito in Parlamento sulla posizione italiana nel conflitto in Iran – vuole che le conclusioni del Consiglio chiedano il rispetto del diritto internazionale, una critica indiretta (pure troppo) a Trump e Netanyahu. Ma un altro gruppo, con la Germania in testa, esita. Irritare il presidente americano potrebbe mettere a rischio l’accordo commerciale UE-USA e compromettere il coinvolgimento statunitense in Ucraina e nella NATO. Che già non gode dell’affetto del tycoon, per dirla con un eufemismo.

L’indipendenza strategica europea, insomma, funziona magnificamente nei documenti ufficiali. Nella realtà, dipende sempre da cosa pensa Trump.

E poi c’è Viktor Orbán, ancora una volta. Il premier ungherese minaccia di porre il veto a un prestito europeo di 90 miliardi di euro per l’Ucraina, la principale questione irrisolta del vertice. L’esasperazione degli altri leader è al culmine. Alcuni paesi potrebbero citare Budapest davanti alla Corte di giustizia europea per violazione del principio di “sincera cooperazione”, ma qualsiasi procedimento richiederebbe mesi o anni. E Kiev non ha tutto questo tempo.

Prezzi energia alle stelle, l’UE discute: quando arriverà il momento di criticare Trump?

Sul fronte energetico, i paesi nordici e la Spagna difendono il mercato europeo del carbonio (ETS), sostenendo che le rinnovabili renderebbero l’UE più autosufficiente. Ma si scontrano con l’opposizione di Giorgia Meloni e Donald Tusk, che vogliono modifiche per compensare i potenziali aumenti di prezzo, dato che Italia e Polonia sono grandi consumatori di combustibili fossili.

C’è poi la preoccupazione che la domanda americana di armi per la guerra in Iran privi Kiev degli armamenti di cui ha disperatamente bisogno. I leader vedono un’opportunità per l’industria della difesa europea, ma Roberto Cingolani, CEO di Leonardo, ha ammesso che “il numero delle guerre sta aumentando ancora più rapidamente del nostro programma di incremento della capacità produttiva”. Insomma, nonostante sembri che ci si stia armando tutti fino ai denti, anche per nemici francamente invisibili come la Russia, che di attaccare l’UE proprio non ha voglia, servono ancora armi. Più armi.

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