No Kings: l’America che resiste al potere assoluto

No Kings: l’America che resiste al potere assoluto

Nessun re, nessun trono. Nessun potere che travalichi la volontà del popolo. È questo il messaggio semplice e radicale che sabato 18 ottobre ha attraversato gli Stati Uniti, quando oltre sette milioni di persone sono scese in strada in più di 2.700 città per il No Kings Day, la più grande mobilitazione pacifica della storia americana recente. 


Da Washington a Los Angeles, da New York alle piccole comunità rurali, le piazze si sono riempite di striscioni gialli e cori che gridavano: «Democracy, not monarchy», «We the People rule».​

È stato più di un corteo: un grido collettivo contro una percezione sempre più diffusa, quella che la democrazia americana stia scivolando verso un potere autoritario, accentrato e distante.

Le manifestazioni, ribattezzate «No Kings», denunciano la deriva monarchica dell’amministrazione Trump e l’uso di strumenti di sicurezza straordinari, come la Guardia Nazionale e i poteri antiterrorismo, per gestire l’ordine pubblico.​

Le radici del dissenso

Il contesto politico è stato detonante. Gli Stati Uniti vivono da settimane un shutdown federale prolungato, con centinaia di migliaia di lavoratori pubblici senza stipendio e una paralisi istituzionale senza precedenti. Alle difficoltà economiche si aggiungono l’ondata di operazioni migratorie dell’ICE e i tagli ai programmi educativi, sanitari e ambientali, letti dai cittadini come sintomi di uno smantellamento progressivo del welfare e dei diritti civili.​

Le piazze del «No Kings Day» sono diventate un mosaico di voci diverse: studenti, sindacati, attivisti per i diritti LGBTQ+, associazioni ambientaliste, veterani, pastori evangelici progressisti e insegnanti. Una società che si ritrova, trasversale e plurale, intorno a un principio comune: l’America non ha re.

La voce di un popolo plurale

Le immagini parlano da sole. A Washington si sono radunate più di 200.000 persone, guidate da leader politici e civici come Bernie Sanders, che ha ricordato dal palco: “Questo non è solo un atto di protesta contro un uomo, ma contro la corruzione e l’avidità che hanno trasformato il potere in possesso”.

A Chicago, oltre 250.000 manifestanti hanno sfilato lungo due miglia di strade, mentre a New York la marcia da Times Square a Union Square ha superato le 100.000 presenze.​

Trump ha risposto alle proteste definendole “raduni d’odio contro l’America”. Su Truth Social ha diffuso un video generato con intelligenza artificiale in cui, tra immagini distorte, simbolicamente “lancia letame sui manifestanti”. Una provocazione che riflette il tono di uno scontro ormai culturale oltre che politico.​

Eppure, nelle piazze, l’atmosfera è rimasta pacifica. Gli organizzatori hanno formato decine di migliaia di volontari in tecniche di de-escalation per evitare scontri con la polizia. In molte città, le proteste si sono concluse con momenti musicali e letture pubbliche della Costituzione, in segno di riappropriazione civile di ciò che viene percepito come tradito.​

Un atto di memoria collettiva

Il «No Kings Movement» non è solo opposizione: è un esercizio di memoria collettiva. È l’eco di una promessa fatta quasi due secoli e mezzo fa, quella di una repubblica fondata sull’uguaglianza, non sulla sottomissione. In un Paese che oggi sembra stanco, spaccato e disilluso, No Kings rimette al centro ciò che davvero tiene insieme l’America: l’idea che nessuno, neppure un presidente, possa elevarsi sopra il popolo. Come ricorda una scritta su un cartello a Portland: «La democrazia non è una reliquia: è una resistenza quotidiana».

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