Monster The Ed Gein Story tra verità e invenzione
Ryan Murphy con Monster The Ed Gein Story, sguinzaglia un nuovo incubo sulla piattaforma Netflix. Ma quanto c’è di vero nella narrazione di Murphy?
Nella terza stagione della serie antologica Monster, Ryan Murphy porta sullo schermo la storia di Ed Gein, il “macellaio di Plainfield”, l’uomo che ha trasformato l’orrore quotidiano in leggenda pop. Dopo Jeffrey Dahmer e i fratelli Menendez, Murphy torna a interrogarsi sul male americano, ma questa volta il racconto affonda ancora più a fondo: nel mito stesso del mostro.
Il risultato di Monster The Ed Gein Story è una stagione che, più che ricostruire un caso di cronaca, costruisce una riflessione sull’immaginario del terrore e su quanto la nostra cultura sia ancora ossessionata da chi lo incarna.
Ed Gein l’uomo dietro il mostro
Ed Gein nacque nel 1906, in un’America rurale e puritana che non perdonava la diversità. La sua infanzia fu segnata da una madre dominante, fanatica religiosa, convinta che il mondo fosse un luogo di peccato.
Quando lei morì, qualcosa si spezzò definitivamente. Gein rimase solo nella fattoria di famiglia, circondato dai fantasmi del passato, e iniziò a profanare tombe, a ricomporre i corpi come se volesse ricreare la madre perduta.
Nel 1957, quando la polizia fece irruzione nella sua casa, trovò un museo dell’orrore: mobili rivestiti di pelle umana, crani trasformati in stoviglie, maschere di volti femminili.

Gein confessò due omicidi, ma il suo nome sarebbe sopravvissuto ben oltre la cronaca. Da lui sarebbero nati Norman Bates, Leatherface e Buffalo Bill — archetipi di un’America che, per comprendere il male, ha bisogno di mettergli un volto.
La serie di Ryan Murphy, l’ anatomia di un mito
In Monster The Ed Gein Story, Murphy sceglie la strada della suggestione più che della precisione.
Charlie Hunnam dà al personaggio una dimensione quasi tragica, oscillando tra follia e innocenza infantile, mentre Laurie Metcalf nei panni di Augusta, la madre, diventa l’ombra che lo perseguita anche da morta.
La serie gioca costantemente con la percezione: realtà e finzione si intrecciano fino a confondersi. Alcuni episodi mostrano un Gein assassino seriale, con vittime mai esistite e strumenti mai usati (come la motosega, simbolo più del cinema che della cronaca). Altri inventano una relazione sentimentale con Adeline Watkins, donna realmente esistita ma di cui non resta alcuna prova d’amore.
Murphy costruisce un racconto che non vuole documentare, ma evocare. Il quadro finale è l’America repressa e puritana degli anni ’50, dove il mostro non nasce da un laboratorio, ma da un salotto, da una chiesa, da un trauma mai elaborato.
I fantasmi del grande schermo
La stagione è disseminata di citazioni cinematografiche che non si limitano al semplice omaggio, ma diventano parte integrante della narrazione.
Oltre alle sequenze dedicate a Psycho mostrano Hitchcock alle prese con la costruzione del personaggio di Norman Bates, in un chiaro gioco di riflessi tra la madre di Gein e quella del film.
Il set di The Texas Chain Saw Massacre viene evocato attraverso visioni disturbanti, con corpi appesi e maschere di pelle che rimandano direttamente a Leatherface. C’è anche un momento che richiama Il silenzio degli innocenti, con la celebre danza di Buffalo Bill sulle note di Goodbye Horses, usata qui come simbolo del desiderio di trasformazione e dell’ambiguità identitaria.
Nell’episodio finale, Murphy cita perfino Mindhunter, con una regia più fredda e documentaristica, quasi a sottolineare come la serialità contemporanea — compresa la sua — non possa più raccontare il male senza interrogarsi su come lo rappresenta.
Questi riferimenti non servono a ingentilire l’orrore, ma a mostrarne la trasmissione culturale: il modo in cui il cinema ha metabolizzato il trauma di Gein, trasformandolo in linguaggio visivo, estetica, mito. Ed Gein diventa lo specchio in cui il cinema e soprattutto il pubblico continuano a contemplare il proprio lato oscuro.
In Monster The Ed Gein Story la verità è parziale
Le licenze narrative sono molte, e lo spettatore più attento le riconosce. Il fratello Henry non fu ucciso da Gein, come suggerisce la serie, ma morì in un incendio accidentale. Le presunte collaborazioni con l’FBI o con altri assassini come ad esempio Ted Bundy o Richard Speck, sono pura finzione. Anche le scene che mostrano Hitchcock ideare repliche della casa di Ed Gein con minuzia di dettagli per manipolare gli attori, sono espedienti contestati dagli storici del cinema.
Eppure, il fascino della serie non sta nella fedeltà storica, ma nella sua capacità di farci sentire il disagio che circonda il mito: la linea sottile tra empatia e complicità, tra curiosità e voyeurismo.
Harold Schechter, biografo ufficiale di Gein, ha definito la serie «una distorsione seducente della realtà». Ma forse è proprio questa la sua forza: mostrarci quanto sia facile trasformare un assassino in intrattenimento.
In tutto questo forse il vero orrore siamo noi
Alla fine, Monster The Ed Gein Story non parla solo di Gein. Parla di noi, del pubblico che continua a guardare, consumare, giudicare per poi dimenticare.
Murphy ci mostra il volto del male, ma ci costringe anche a riconoscerne il riflesso nei nostri schermi. Perché il vero mostro, forse, non è quello che uccide. È quello che non riesce a smettere di guardare.


