Resilienza: che impatto ha sulla società moderna e come stimolarla

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«La felicità è pienezza dell’essere, libertà interiore, sintonia con il mondo esterno e la realtà interna» (La Barbera). Il concetto di resilienza, che abbiamo iniziato a riscoprire recentemente, è molto più “sconosciuto” e assente di quanto pensiamo e ha un legame profondo con il nostro “esistere” in società.


La resilienza è la capacità di un materiale di ritornare alla propria forma d’origine a seguito di un evento traumatico proveniente dall’ambiente esterno. La resilienza è definita anche come processo psicologico, inteso come la capacità di superare le avversità, riorganizzando in maniera positiva la propria vita. Purtroppo, questa capacità non è sviluppata in egual misura in tutti gli individui e risente molto delle caratteristiche della personalità e dell’ambiente di vita di ognuno. L’adolescenza risulta la fase in cui questa abilità, insieme a tutte le abilità di autoaffermazione e autodeterminazione, si sviluppa attraverso le esperienze personali e l’interazione ambientale.

Progresso, innovazione, velocità

Oggi ci troviamo in un limbo sociale dove il progresso e l’innovazione vanno a una velocità tale da non poter andare di pari passo con lo sviluppo sociale. Gli adulti in forza lavorativa (dai 25 ai 65 anni) si ritrovano catapultati in un mondo di cui non hanno gli strumenti per interagire in maniera adeguata. I giovani in età scolastica, invece, nascono e vivono in una società già progredita e sviluppata ma subiscono gli insegnamenti retaggio di una società passata e che viaggiava a una velocità decisamente più lenta.

Secondo la definizione di «post-modernismo» del professor La Barbera, la principale caratteristica della società contemporanea, è la velocità. «La felicità è pienezza dell’essere, libertà interiore, sintonia con il mondo esterno e la realtà interna». 

Questo pensiero, esposto dallo stesso medico psichiatra dell’Università di Palermo durante il convegno nazionale dal titolo “Chiesa italiana e salute mentale 2. Futuro e benessere della mente”, è emblema delle difficoltà e delle problematiche che riscontriamo giorno dopo giorno in ragazzi, giovani adulti e adulti. I nostri strumenti, psicologici e non, non sono ancora a passo con i tempi e ciò aumenta l’incidenza di disturbi psichiatrici ormai entrati nell’immaginario collettivo come normali periodi transitori della vita.

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I disturbi dell’età adolescenziale

L’OMS stima la prevalenza dei disturbi psichiatrici in adolescenza tra il 10% e il 20% sottolineando come circa il 50% di questi esordisce all’età di 14 anni, e tre quarti di questi entro i 25 anni. 

I principali disturbi che si manifestano in età adolescenziale sono: disturbo schizofrenico, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, uso e abuso di sostanze e disturbo da discontrollo degli impulsi. Per disturbi d’ansia si intendono tutti quei disturbi psichiatrici caratterizzati da forme di paura e paranoia ingiustificata, non idonea al contesto e patologica, nel senso che altera le normali funzioni di vita del soggetto. L’ansia si può manifestare anche come un evento isolato nel tempo e non essere collegata necessariamente a un disturbo. 

Quanti di noi hanno provato ansia prima di un compito, un esame, l’esposizione di un elaborato? In questi casi non si può parlare di disturbo d’ansia, ma sarebbe bene tenerlo a mente per comprendere quanto l’individuo moderno fatica ad affrontare gli eventi stressanti della vita.

Tra i disturbi dell’umore bisogna soffermarsi sui disturbi depressivi definiti come quei casi di umore triste, grave e persistente, da interferire con il normale funzionamento dell’individuo al punto da perdere l’interesse e il piacere delle attività. Questi disturbi si manifestano nella media adolescenza e alterano il normale decorso della vita dei soggetti che ne fanno esperienza.

Infine i disturbi schizofrenici sono caratterizzati da alterazione del pensiero, della percezione, del comportamento e dell’affettività e si manifestano con deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato e comportamento disorganizzato o catatonico. Nel DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) viene definito, all’interno della sezione dei disturbi schizofrenici, il “disturbo schizofrenico breve” che può essere inteso come un fattore di rischio o elemento premonitore di un possibile esordio di disturbo schizofrenico.

“Allenare” la resilienza dei giovani

La scuola assume un ruolo fondamentale nella formazione delle giovani menti, assumendo una posizione centrale nella prevenzione e nell’osservazione precoce dell’esordio dei disturbi psichiatrici

Oltre alle nozioni di ogni singola materia, l’ambiente scolastico svolge il ruolo di palestra delle abilità socio-relazionali e di autodeterminazione, racchiuse nella definizione di social skills. La resilienza, già definita precedentemente, dovrebbe assumere quindi un ruolo fondamentale nella formazione di ogni singolo individuo, in quanto all’interno della società sarà poi la capacità principale sul quale il ragazzo dovrà fare affidamento per costruirsi il suo spazio ed autodeterminarsi.

Lo psicologo Daniel Goleman nel suo Intelligenza Emotiva, definisce l’abilità di «autoefficacia» come quella caratteristica di ogni soggetto di aver fiducia nelle proprie competenze e capacità e quindi di individuare e affrontare in maniera efficace i propri problemi. L’autoefficacia è in stretta correlazione con la resilienza e, come questa, è possibile “allenarla”, stimolarla nonostante le caratteristiche personali e ambientali. Goleman sostiene infatti che è possibile allenare queste abilità a partire da tre fattori fondamentali: l’indole, la famiglia e l’ambiente sociale.

Scuola e «abilità sociali»

Considerando che le abilità di autoefficacia e autodeterminazione, quindi di resilienza, si sviluppano nell’età adolescenziale, risulta evidente come l’ambiente sociale inteso da Goleman si possa riferire all’istituzione scolastica.

La scuola è ancora oggi centrata sui principi della valutazione, della competizione e del giudizio che, oltre a non stimolare direttamente le abilità sopra citate, induce, in molti ragazzi, un sentimento di disagio e inadeguatezza. Viene lasciato ancora oggi poco spazio alla sperimentazione e all’allenamento delle abilità personali e di gruppo, nonostante studiosi di fama mondiale come Albert Bandura abbiano dimostrato quanto è fondamentale stimolare le abilità personali sin da bambini.

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Considerando le teorie di Goleman e gli studi di Bandura è possibile affermare che per allenare la resilienza è necessario che ci sia almeno una figura pro-attiva, cioè calda, accogliente e positiva in grado di offrire una presenza affidabile e rassicurante e di valorizzare, ascoltare e riconoscere l’altro. 

Gli insegnanti potrebbero, e forse dovrebbero, assolvere a questo ruolo, assumendosi la responsabilità, che spesso all’interno delle famiglie è labile, di risultare accoglienti e propositivi; in questo modo i ragazzi andrebbero a sperimentare strategie alternative per affrontare i problemi della vita, senza giudizi, evitando di eliminare i sentimenti negativi, che invece andrebbero affrontati e usati come momento di crescita.

Oggi nella scuola non sono previsti sul piano didattico condiviso dei percorsi di crescita personale; di questi se ne fanno carico alcuni insegnanti che per esperienza personale e maggiore sensibilità introducono delle attività attraverso progetti paralleli o modalità di insegnamento della propria materia che possano far sperimentare strategie proattive, allontanare il fallimento e quindi aumentare la motivazione e la possibilità di implementare le social skills.

Dovrebbe essere priorità dello Stato promuovere dei percorsi di stimolazione della resilienza basandosi su alcuni semplici principi: la possibilità di proporre comportamenti e attività che dimostrano fiducia in se stessi; porre delle situazioni problematiche che siano alla portata degli studenti e quindi porsi degli obiettivi raggiungibili; infine, cambiare la posizione del docente autoritario in favore di una posizione autorevole, dove la leadership è mantenuta dal rispetto e non dalla paura.

Cambiare ottica nel percorso formativo che va dal bambino all’adolescente, stimolando le social skills (appunto resilienza, empatia, autodeterminazione), è necessario per creare il substrato culturale che in molti lamentano essere “carente” oggi. In questo modo è possibile migliorare la cooperazione tra pari e quindi ridurre le differenze di classe, le discriminazioni e aumentare il rispetto tra gli individui in maniera pro-attiva, naturale, evitando la punizione e la frustrazione.

Di Francesco Lo Secco


Redazione

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