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La guerra dei microchip tra Pechino e l’Occidente

Le restrizioni introdotte da Pechino sull’esportazione di germanio e gallio, due elementi chimici fondamentali per la produzione di semiconduttori avanzati, preoccupano non solo gli USA ma anche il resto del mondo.


La guerra dei microchip si fa sempre più acuta. Nei primi di luglio, Pechino ha dato disposizione per le nuove restrizioni sull’export di gallio e germanio che entreranno in vigore da agosto. Esse prevedono che le società cinesi che producono e commercializzano i due elementi chimici dovranno chiedere al ministero del Commercio l’autorizzazione ad esportare o continuare ad esportare i loro prodotti. Quest’ultima sarà ottenuta comunicando chi sono gli acquirenti stranieri e a quale uso sono destinati i prodotti. Tale autorizzazione deve essere approvata dal Consiglio di Stato (equivalente al nostro Consiglio dei ministri). 

I due elementi sono molto importanti per la produzione di diverse tecnologie, tra cui pannelli solari, laser e i famosi microchip, detti anche “cervelli” dei prodotti elettronici moderni.

In effetti Pechino è responsabile di una grossa fetta della produzione di gallio e germanio a livello mondiale (83% germanio; 94% gallio). Ma i cinesi non sono i soli attori in campo. Anche se ai margini, troviamo Belgio, Giappone e Germania che posseggono strutture per la diffusione della produzione di gallio e germanio. Ultimamente si è aggiunto anche il contributo della Russia, sebbene esso sia da intendersi nel lungo periodo dati i costi di produzione e le tempistiche.

Le restrizioni adottate dalla Cina nascono in risposta all’imposizione di limiti sempre più duri da parte di Washington per impedire alle industrie cinesi dei chip di avanzare sempre più.

Nel mese di giugno il governo olandese ha emanato delle misure di controllo per limitare le esportazioni di apparecchiature avanzate per la produzione di semiconduttori che entreranno in vigore dal primo settembre. “Abbiamo fatto questo passo nell’interesse della nostra sicurezza nazionale. È positivo che le imprese interessate ora sappiano qual è la loro posizione. In questo modo possono adattarsi alle nuove normative in tempo”, ha dichiarato il Ministro del Commercio estero e della cooperazione allo sviluppo Liesje Schreinemacher.

Tale mossa andrà ad incidere su ASML (Advancer Semiconductor Materials LIthography), una multinazionale olandese – la più importante in Europa, specializzata nella produzione di macchine per fotolitografia usate per produrre chip per computer – alla quale è già stata vietata da tempo la vendita di Euv (litografia ultravioletta) alle aziende cinesi. Successivamente Washington si è allineata con Amsterdam e Tokyo sull’estensione del controllo statale su questi prodotti dall’importante valore strategico.

Le motivazioni che Pechino ha dato per l’adozione di tali misure sono da ricercarsi nella sicurezza nazionale, sebbene tale decisione sia da intendersi come un atto di rivalsa nei confronti di quei paesi, come gli USA, che pur avendo le più grandi miniere di germanio al mondo non le sfruttano al meglio. E la Cina non si fa scrupoli nel manifestare un tale malcontento, come si evince da un articolo di China Daily in cui si sostiene che la Terra del Dragone vorrebbe avvicinarsi ad uno sviluppo più sostenibile piuttosto che inquinare soltanto perché c’è chi possiede queste risorse e non le esporta. 

Dall’ottobre scorso gli USA, sotto la guida del presidente Joe Biden, cercano di ostacolare lo sviluppo dell’industria cinese nel settore dei semiconduttori. Pechino aveva già messo in atto un contro-attacco nel mese di maggio imponendo alle infrastrutture nazionali di interrompere ogni acquisto con Microsoft, uno dei maggiori produttori statunitensi di memory chip. Inoltre, la risposta cinese è arrivata pochi giorni prima della visita del segretario al Tesoro statunitense, Janet Yellen, in cui quest’ultima ha richiesto un riorientamento sulle politiche adottate dalla Cina, sostenendo che al mondo c’è spazio per tutti per poter prosperare.

guerra dei microchip yellen

L’obiettivo degli USA sembrerebbe essere quello di esercitare controlli sull’export di microchip usati per l’intelligenza artificiale. Con le nuove politiche adottate in materia di esportazioni, Pechino intende sfruttare la sua centralità nella produzione di materie prime per perseguire i suoi interessi geopolitici. Anche l’Unione Europea è preoccupata dalle nuove restrizioni cinesi. Il 6 luglio i rappresentanti del commercio dei 27 paesi europei hanno discusso su quali misure adottare a seguito delle restrizioni dell’export di gallio e germanio da parte della Cina. 

Come sostiene Nicola Beer, europarlamentare tedesca di Renew e relatrice del Critical Raw Materials Act, tali misure dimostrano “che i cinesi si sono messi i guantoni da boxe, e questo rende il nostro lavoro qui sempre più importante… È chiaro che abbiamo bisogno delle nostre capacità di estrazione, lavorazione e riciclaggio”, ma anche “di un commercio più affidabile con altri Paesi”. 

La strategia che l’Europa intende attuare è quella del de-risking (riduzione del rischio), per tutelare la sicurezza politica ed economica europea e porre una maggiore attenzione alla gestione delle relazioni EU-Cina. A tal proposito l’Unione Europea intende ridurre sempre più la sua dipendenza dalla Cina in ambito di materie prime, diversificandone l’approvvigionamento. Inoltre, per la sicurezza politica ed economica, l’UE intende correggere le distorsioni di mercato attraverso sussidi esteri e nuovi strumenti anti-coercizione economica.

Il dominio cinese sulle materie prime dipende dall’attività di raffinazione che Pechino effettua su di esse. Quali potranno essere gli esiti delle restrizioni da parte di Pechino è ancora difficile da sapere. Un’eventuale riduzione delle esportazioni renderebbe i prezzi più alti e da ciò deriverebbe la convenienza a produrre altrove.

Maggiore sarà l’applicazione di tali restrizioni, maggiore potrebbe essere l’effetto biforcazione tra mercato internazionale e cinese. Come sostengono Guido Alberto Casanova e Paola Morselli in questo approfondimento per ISPI, “se il differenziale tra i prezzi dovesse crescere sufficientemente, la Cina potrebbe intraprendere un processo di upgrading riguardo le tecnologie basate su gallio e germanio (…) Il tutto a meno di interventi politici da parte dei governi occidentali per arginare gli effetti delle misure cinesi, che nel presente clima di tensione geopolitica non sono affatto fuori discussione”.


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Flavia Caruso

Studentessa di Relazioni Internazionali, su Eco internazionale scrivo di Cina e Indopacifico, con l’obiettivo di accorciare le distanze tra oriente e occidente.