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L’ombra del petrolio sull’uccisione del leader indigeno Eduardo Mendúa

Ad un mese dall’uccisione di Eduardo Mendúa, le comunità indigene ecuadoriane continuano a denunciare l’ombra degli interessi petroliferi sull’omicidio, mentre la società civile si mobilita per sostenere i figli Cofàn.


Il 26 febbraio scorso, il leader indigeno Eduardo Mendúa Vargas è stato brutalmente assassinato da alcuni uomini incappucciati che gli hanno sparato mentre si trovava nella sua casa, con la sua famiglia e i suoi sei figli, a Sucumbios, nella zona amazzonica del nord dell’Ecuador. 

Appartenente alla nazionalità A’i Kofàn della provincia amazzonica di Sucumbios, Mendúa aveva 39 anni ed era il dirigente delle Relazioni Internazionali della Confederación de nacionalidades indígenas del Ecuador (CONAIE), l’organizzazione che riunisce le Nazionalità, i Popoli, le Comunità, i Centri e le Associazioni indigene dell’Ecuador.

Si era distinto nella lotta contro le attività di estrazione del petrolio, nonché per la difesa dei diritti umani, dei diritti collettivi e dei diritti della sua terra, dove si trovano parti ingenti delle selve umide che rimangono nel mondo.

La lotta della CONAIE contro l’estrattivismo

Da quando è sorta, nel 1986, la CONAIE si è proposta di consolidare le popolazioni indigene e le nazionalità dell’Ecuador, con l’obiettivo di lottare contro l’oppressione delle autorità, per l’identità culturale dei popoli indigeni, contro il colonialismo e per la dignità dei popoli e delle nazionalità indigene.

Ogni giorno, la Confederazione difende il proprio territorio dalle pressioni petrolifere che, in Ecuador, hanno una lunga storia. Già a partire dal 1960, si sono registrate, infatti, attività di trivellazione di pozzi di petrolio, senza alcun tipo di consultazione delle popolazioni indigene. 

Le attività si sono avvicendate, di governo in governo, fino alla presidenza di Guillermo Lasso, che dall’inizio del suo mandato si è proposto di aumentare il tasso di estrazione del greggio.

Alle attività estrattive dei vari governi, le popolazioni indigene hanno sempre opposto resistenza, riuscendo a ottenere anche la chiusura di alcuni pozzi (come nel 1998), in una lotta difficile e impari, che è costata (e costa) risorse e vite umane, ma che non per questo non vale la pena combattere.

Da oltre otto mesi, le popolazioni indigene ecuadoriane denunciano le violenze e i conflitti generati dall’impresa statale Petroecuador – e dunque dal governo del presidente Lasso – intenzionati a costruire 30 pozzi petroliferi nel territorio A’i Kofàn, Sucumbios, all’interno comunità Cofàn Dureno, cui Mendúa, appunto, apparteneva.

Il petrolio dietro l’assassinio di Eduardo Mendúa

Sin dalle prime ore dalla morte di Eduardo Mendúa, anche quando tra gli apparati investigativi è iniziata a circolare la voce di un “regolamento di conti” interno, la CONAIE ha manifestato la convinzione che, dietro all’omicidio del leader indigeno, potessero esserci, appunto, gli interessi petroliferi.

Il 27 marzo, la Confederazione ha pubblicato sui suoi profili social un audio, risalente al gennaio scorso, in cui Eduardo Mendúa denunciava il governo dell’Ecuador, ricordando come il suo popolo stesse da mesi resistendo negli scontri contro le guardie armate di Petroecuador, che avevano provocato anche dei feriti gravi nella comunità Cofàn.

«Il governo nazionale, attraverso la sua compagnia pubblica, la sua società omicida, ora ha persino iniziato questa guerra tra fratelli e che non può continuare. La verità è che vogliono sterminare i Cofán, Noi Cofán siamo uno dei popoli più piccoli esistenti qui in Ecuador», aveva detto Mendúa invocando l’intervento della comunità internazionale.

Per questo, mentre il Presidente ecuadoriano esprimeva il suo cordoglio e la sua solidarietà alla famiglia, promettendo di intraprendere tutte le azioni investigative necessarie a trovare gli assassini e assicurarli alla giustizia, il presidente della CONAIE, Leonidas Iza, in un messaggio pubblicato sui social, ha accusato il governo e Petroecuador di essere direttamente responsabili per l’omicidio di Mendúa.

A un mese dalla brutale uccisione, gli assassini del leader indigeno Eduardo Mendúa non hanno ancora un volto e un nome. Mentre crescono i timori per altri atti di violenza, la CONAIE ha nuovamente richiamato le responsabilità del governo, continuando a chiedere verità e giustizia per un omicidio che sembra sempre più destinato a rimanere impunito.

Il testamento di Mendúa ai dottorandi di Unipa e la campagna di sostegno per i figli 

Appena cinque giorni prima di essere assassinato, Eduardo Mendúa era intervenuto, dall’Ecuador, durante il Corso di Teoria e Pratica su Ecologia e popoli indigeni in America Latina del Dottorato in Diritti Umani dell’Università di Palermo, organizzato in collaborazione con il CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud), Ong palermitana ormai da anni a fianco delle popolazioni del Sud del mondo e delle comunità indigene nella lotta per i loro diritti, i diritti delle generazioni future, di tutte le specie viventi e dell’ambiente.

Ai dottorandi e agli studenti di Unipa, Mendúa ha raccontato la sua esperienza e consegnato la sua testimonianza, pronunciando parole che risuonano oggi come testamento morale: «Vogliamo la libertà per il nostro territorio. Vogliamo vivere in pace, come sempre abbiamo fatto, Continuiamo a batterci! Se in questa lotta ne muore uno, ce ne saranno altri dieci, altri venti, a proseguire».

Una consegna da raccogliere, dunque, per continuare a lottare con le popolazioni indigene nella tutela dei loro diritti. L’assassinio di Mendúa – si legge nella pagina Facebook del CISS – ci dà la conferma che «è nostro sacrosanto dovere continuare a puntare i riflettori sull’America Latina, sulle dinamiche interne ai Paesi, sui diritti dei popoli indigeni e sulle battaglie che le comunità portano avanti con coraggio e determinazione ogni giorno».

Per stare concretamente a fianco della comunità Cofán, a un mese dall’uccisione di Mendúa, il CISS ha lanciato “SEIS”, una campagna di sostegno a distanza volta a garantire un futuro ai sei figli di Eduardo, che si sono all’improvviso ritrovati senza un punto di riferimento affettivo ma anche economico.

Alla campagna è possibile partecipare con delle donazioni mensili, singole o di gruppo, per la durata di un anno rinnovabile.

A tutti i sostenitori e a tutte le sostenitrici verrà inviato un report in cui sarà dimostrato in modo trasparente come sono state utilizzate le quote versate da ogni donatore o donatrice, includendo una breve scheda informativa sui giovani e i loro progressi negli studi. Inoltre, verranno condivisi tutti i materiali che potranno garantire la veridicità dell’adozione e gli aggiornamenti necessari.

Per maggiori informazioni sulla campagna e regolamento qui.

Eduardo Mendúa Ciss

Immagine in copertina da Havana Times

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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.