Giustizia e legalità: qual è il costo dei diritti?

Il rispetto dei diritti e del principio della legalità ha un costo. Fino a che punto l’uomo è disposto a fare il proprio dovere per tutelare i propri diritti e quelli degli altri?


Nella società odierna i diritti hanno un costo? Se pensiamo ad esempio ai diritti sociali, sono solo questi a gravare sulle casse pubbliche? Oppure anche i diritti cosiddetti “negativi” possono essere tutelati con un intervento attivo da parte dello Stato? Il tema in questione è di grande importanza perché talvolta si pensa che solo le prestazioni sociali siano poste a carico della collettività, mentre invece i diritti negativi, come il diritto di proprietà o i diritti della persona, si realizzerebbero esclusivamente su opera del titolare del diritto stesso.

Dunque, nella seconda ipotesi i consociati dovrebbero limitarsi a non intervenire, così da non ostacolare l’esercizio del diritto. E se qualcuno piuttosto che rispettare il titolare del diritto dovesse realizzare una condotta ostativa, ciò comporterebbe l’intervento da parte dello Stato? La risposta è sicuramente affermativa. Per tutelare i diritti negativi, bisogna comunque tutelare l’ordine pubblico: è necessario che ci sia il poliziotto che difende il cittadino dalle aggressioni, il vigile del fuoco che ne difende la casa dagli incendi, nonché il giudice che applica la legge per fare giustizia.

Tali interventi hanno un costo che viene sorretto dalle entrate pubbliche, quindi è sbagliato ritenere che solo i diritti di welfare, quelli volti a promuovere la condizione umana dei soggetti più deboli, richiedono sforzi finanziari ingenti da parte della comunità statale. Le pretese individuali e collettive che noi intendiamo come diritti possono essere soddisfatte qualora l’ordinamento non solo le riconosce e le tutela, ma destina loro anche specifiche risorse finanziarie. 

Alla luce di quanto detto possiamo affermare, quindi, che tutti i diritti hanno un costo poiché per la loro tutela necessitano di un intervento pubblico che può essere diretto o indiretto. Le scelte politiche si pongono alla base della tutela effettiva dei diritti, in quanto sono proprio queste scelte che determinano le risorse disponibili che possono essere impiegate in tali settori. 

Anche dinanzi a diritti inviolabili, inalienabili, in mancanza di fondi volti alla loro tutela, il cittadino si troverebbe in una condizione in cui la protezione che l’ordinamento riconosce sarebbe prettamente formale, non avrebbe un riscontro pratico ed effettivo. In questi casi non si può prescindere da un intervento di tipo economico e la politica inevitabilmente fa dei compromessi per la tutela dei diritti. Non è un segreto che le risorse pubbliche non sono infinite e che se si dà maggiore rilievo a certi settori, altri avranno un gettito inferiore a cui poter attingere. 

Il legislatore ha ampia discrezionalità nell’applicare il criterio di gradualità nella tutela dei diritti sociali, infatti la Corte Costituzionale interviene solo nei casi di manifesta irragionevolezza nel rispetto del nucleo irriducibile di tali diritti, cioè a dire, bisogna comunque rispettare il loro contenuto minimo essenziale. 

Nel bilanciamento tra diritti sociali ed esigenze finanziarie non prevalgono i diritti, se non rispetto ai vincoli di bilancio; ciò che rileva è il loro nucleo essenziale. Il legislatore, infatti, non può vanificare in alcun modo il contenuto minimo garantito dall’ordinamento: violare il contenuto essenziale significherebbe ledere la dignità della persona umana.

Il costo dei diritti e il prezzo della legalità

Il tema dei diritti può essere analizzato anche da un punto di vista differente, quello morale. Se riflettiamo in termini morali, la prima domanda che ci viene in mente è: a cosa hanno diritto gli essere umani? Potremmo dire che hanno diritto ad avere una casa, un’istruzione, assistenza sanitaria, hanno diritto ad essere liberi. Ogni donna ed ogni uomo dovrebbe poter realizzare se stesso e vivere in un contesto sociale senza pressioni esterne e condizionamenti.

La lotta alla mafia, alla corruzione e alla violenza si pone alla base della tutela dei diritti di ognuno di noi ma questa lotta ha un costo non solo in termini economici, risorse che lo Stato investe per la tutela dei cittadini, perdite per la crescita dell’economia legale, ma soprattutto in vite umane. 

Le vittime delle mafie sono stati uomini e donne che nonostante tutto hanno fatto il loro dovere come giornalisti, giudici, poliziotti e carabinieri. Donne e uomini che hanno rifiutato di pagare il pizzo, non piegandosi alle intimidazioni mafiose. Ma le vittime sono state anche persone che si trovavano semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato, per non dimenticare, poi, i bambini uccisi per un regolamento di conti. 

Il 23 maggio ricorre l’anniversario della strage di Capaci in cui hanno perso la vita il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Da quel giorno qualcosa è sicuramente cambiato, la gente comune ha preso maggiore consapevolezza su cosa sia la mafia e fino a che punto possa arrivare.



La mafia ha un costo che ricade negativamente su tutti i cittadini che ogni giorno si impegnano a vivere rispettando le regole dello Stato di diritto precludendo, così, molte possibilità di crescita e di benessere. Il Comitato «Mafie e sviluppo economico del Mezzogiorno», nell’ambito della sua attività istruttoria, ha cercato ogni elemento utile per determinare verosimilmente il costo che ricade sull’economia nazionale a causa di pressioni mafiose, oltre alle risorse impegnate per rimuovere e contenere il fenomeno della criminalità organizzata.

I condizionamenti delle organizzazioni mafiose, secondo Confindustria, arrestano lo sviluppo di vaste aree d’Italia, restringono le prospettive di crescita economica, alimentando un’economia parallela illegale che per certi versi, ormai, appare normale agli occhi di chi vive in determinati territori. Il mancato rispetto delle regole e la presenza radicata e diffusa della criminalità organizzata rappresentano i principali fattori di impedimento delle attività di impresa nelle zone del Mezzogiorno, operando in un contesto in cui le condizioni concorrenziali sono alterate.

La presenza stessa della criminalità costituisce comunque un onere al quale è stato attribuito in via ideale un costo, che è incrementato da furti e rapine ma non solo, se si tiene conto anche dell’usura, del racket e di tutte le conseguenze collegate a questi eventi, che ammonterebbero a circa 5,2 miliardi di euro all’anno.

Da un’analisi effettuata in merito alle imprese si evince che i fenomeni di estorsione ed usura incidono negativamente anche sotto il profilo dell’autodeterminazione delle stesse, in quanto gli imprenditori perdono la libertà di decidere come investire le proprie risorse. La presenza imprenditoriale della mafia determina problematiche non solo perché turba le regole della concorrenza, ma anche perché altera la gestione e la definitiva destinazione delle aziende sequestrate e confiscate alle organizzazioni di stampo criminale.

Nel nostro Paese la lotta alla criminalità organizzata deve essere indirizzata al fine di garantire trasparenza e legalità nel mercato, ma allo stesso tempo deve individuare meccanismi efficaci per sottrarre risorse alle organizzazioni criminali dal momento che la loro infiltrazione nell’economia, negli appalti e nella pubblica amministrazione ha effetti devastanti.

Ѐ necessario non dimenticare gli sforzi, i sacrifici, e gli ideali di chi è morto per mano della mafia. La società del futuro deve essere consapevole del fatto che la lotta alla mafia non può essere solo quella di alcuni, ma deve essere di tutti. Non è facile estirpare un certo tipo di mentalità, però non bisogna smettere di parlare di mafia, andando nelle scuole, scendendo in piazza, incontrandosi in libreria. 

Quello che rileva non sono soltanto le grandi manifestazioni che mobilitano migliaia di persone ma anche e soprattutto il lavoro di tutti i giorni, dopo che si spengono i riflettori. Bisogna parlare di mafia e bisogna farlo nei luoghi della nostra quotidianità. I diritti hanno un costo, e anche la mafia ha un costo, come d’altronde la lotta contro la mafia. Fino a che punto siamo disposti a pagare?


Jessica Terzoli

Classe ’93, sono una persona dinamica a cui piace rinnovarsi e andare alla scoperta dell’ignoto. Credo che il confronto con gli altri sia un modo di crescita interiore che nel tempo debba essere sempre alimentato: come diceva Aristotele, “l’uomo è un animale sociale”.