È successo davvero, un articolo clickbait: non puoi fare a meno di leggerlo

Dalla serie tv “Clickbait” alla realtà, un invito a riflettere sull’uso dei social, sul rapporto fra verità e apparenza, sulla relazione fra notizie verificate e fake news. Se avete letto un titolo e non avete potuto fare a meno di cliccare, siete stati anche voi vittime del fenomeno.


La serie televisiva Clickbait è uscita ad agosto ed è divenuta fin da subito tra gli spettacoli più seguiti della piattaforma streaming Netflix. Di sicuro una serie televisiva thriller avvincente da guardare e di cui discutere. Si tratta di una miniserie divisa in otto parti, ciascuna delle quali analizza la prospettiva di un personaggio differente. 

Inizia intensamente con il messaggio di un uomo: un fratello, un marito, un padre, un professore che si ritrova legato a una sedia e picchiato, mentre regge dei cartelli con su scritto “Io abuso le donne. A 5 milioni di visualizzazioni morirò”. In ogni episodio si complica il mistero del rapimento trasmesso sui social. Nonostante il cartello sia chiaro sul fatto che a 5 milioni di visualizzazioni l’uomo morirà, il numero sale ogni minuto, in ogni puntata, diviene immediatamente una corsa contro il tempo e le visualizzazioni. 

Emerge così il tema centrale della serie: la responsabilità online. La serie ci invita fin da subito a riflettere su quanto siamo complici di un fenomeno quando pur riconoscendolo non ci arrestiamo nell’agire, proprio come il mondo online vuole che reagiamo.

Durante l’incalzare delle vicende ci si continua a chiedere: perché la gente continua a guardare? Se nessuno vedesse il video la vita di quell’uomo sconosciuto sarebbe salva. Eppure nessuno si crede responsabile, il video diventa virale e tutti continuano a guardarlo. 

Il primo motivo per cui si è portati a vedere il video è certamente la distanza fra la vita reale e quella virtuale: non si è a conoscenza se la minaccia è reale o meno e questo ci deresponsabilizza davanti all’ipotesi di reato. Si tratta di una minaccia vera, oppure è solo una messinscena? Ammesso che lo sia, il messaggio che invita all’azione ha un immediato effetto emotivo che induce a cliccare (chiaro esempio del fenomeno del clickbaiting).

La difficoltà di distinguere fra verità e apparenza, verità e fake news è tale da spingere chiunque ad aprire questo genere di notizie. Un altro fattore che incide nella serie è il fatto che il messaggio descrive l’uomo come uno stupratore, questo fa sì che venga legittimato il fatto di volerlo punire. Un’idea di giustizia collettiva o un’accondiscendenza alla punizione prevale sull’indignazione e su un agire collettivo a difesa dell’uomo. Il video che diviene virale fraziona la responsabilità singola rendendola collettiva tanto da non esserci un vero responsabile e creare 5 milioni di colpevoli.

Fare clickbait, una tecnica controversa

L’attività di clickbaiting è una tecnica controversa: da un lato è certamente uno strumento necessario al marketing per catturare l’attenzione dei lettori; dall’altro, al limite tra persuasione e inganno, può portare a conseguenze negative.

Si definiscono clickbait tutti gli strumenti utilizzati per catturare un utente che naviga online. I clickbait nascono soprattutto per far circolare notizie false, per manipolare le persone e diffondere la disinformazione, attraendo un numero di utenti tale da ricavare profitto dai click sui post collegati a pubblicità. Frequentemente vengono inseriti nel titolo degli articoli proposti online, in modo da ingaggiare la curiosità del pubblico fin dalla headline e portarlo verso la direzione che si desidera. 

Il concetto alla base della strategia di marketing non è di per sé negativo perché ha come obiettivo quello di attirare più utenti possibili per generare traffico sul sito o aumentare la quantità di conversioni (le azioni sul sito). Il problema è che questo sistema, nel tempo, ha favorito un’informazione di cattiva qualità e soprattutto di scarsa veridicità.

Il risvolto negativo del clickbaiting

I titoli attraenti sono diventati uno scrigno per contenuti di scarso valore. Pur di attrarre il maggior numero possibile di utenti nel web verso le proprie pagine, molti copywriter di contenuti digitali hanno iniziato a dar vita a titoli sensazionali e seducenti, trascurando invece il core (il messaggio centrale) del contenuto stesso.

Il primo effetto negativo è stato certamente quello di far perdere tempo ai lettori. Ma la conseguenza peggiore è quando la tecnica del clickbaiting viene utilizzata per fini disonesti per vere e proprie truffe, o per guidare l’audience verso siti assolutamente privi di essenza solamente per generare ritorni in termini di pubblicità. Da una vera tecnica di scrittura persuasiva, il clickbait si è trasformato in una pratica poco virtuosa.

Infine non va trascurato l’utilizzo del clickbaiting per diffamare le persone online, soprattutto vip, facendo leva su tragici episodi della sfera privata e per acquisire maggiore visibilità.

Perché ci caschiamo?

Sono diverse le ragioni che spingono a un uso smodato di titoli o link clickbait sul web. Una delle principali è che, com’è risaputo, la soglia di attenzione di chi naviga online è sempre più bassa e limitata: chi si trova a navigare nello spazio virtuale presta per la maggior parte del tempo un’attenzione solamente superficiale, e riuscire a intercettare un interesse attivo è diventato una vera guerra, giocata a colpi di tattiche e strategie digitali.

Trovare il contenuto unico ed emozionante capace di emergere diviene sempre più difficile è per questo che molti content creator, nella disperata ricerca di attenzione, applicano tecniche di scrittura non troppo etiche, nascondendo dietro a frasi clamorose contenuti inesistenti.

Il fenomeno, inoltre, è così diffuso anche per il fatto che all’interno del mondo del social network la maggior parte degli utenti sceglie di condividere un contenuto dopo averne letto solamente il titolo. Pigrizia ed emotività giocano di certo un ruolo fondamentale nel perpetuare questo schema comportamentale. Una headline ben studiata può essere l’unico modo per influenzare il comportamento degli utenti in una continua navigazione disinteressata.

L’attrice contro i clickbait

L’attrice Kasia Smutniak, 42 anni, dal 2013 ha la vitiligine. Nel web questa informazione riguardante la sua sfera privata è stata utilizzata svariate volte per creare articoli fake dai titoli accattivanti.

Kasia ha più volte affermato «ho imparato ad amare i miei difetti. Crescere è anche imparare ad accettare tutto quello che la vita ci porta. Ho imparato ad accettare e amarmi per quello che sono. È stato un percorso, mica subito. E solo oggi mi sento di condividere questo pensiero con voi. Ho scoperto sulla mia ‘pelle’, cosa sono i ‘clickbite’» ha raccontato su Instagram pubblicando sui social tutti gli articoli che manipolavano le notizie sulla sua malattia per accumulare like. «Penso a chi sta affrontando un percorso, pieno di dubbi, difficoltà e dolore, che legge un articolo del genere, magari la mattina facendo colazione e scopre qual è stata la vera tragedia nella vita di una certa Smutniak (Sputnik, Smushtac, Muniack, fai tu)». 

A queste persone l’attrice rivolge un appello: «Non mollare, non farti condizionare dalla stupidità degli altri, non ne vale la pena, capisci? La Smutniak sta da Dio! E te lo dice lei di persona. Guarda oltre, scava dentro di te, scoprirai la forza e la bellezza che nessuno potrà mettere più in discussione. ‘Cambia pelle’, sii serpente».

Chi può fermare il fenomeno: Google e Facebook contro il clickbait

Google e Facebook sono al lavoro per tentare di ridurre il fenomeno del clickbait. Sia Facebook che precedentemente Google, hanno messo in atto una strategia anti-clickbaiting che permette agli utenti di imparare a riconoscere le notizie dalla pubblicità.

La prima strategia Facebook è quella di impedire ai siti di fake news l’utilizzo di Facebook Audience Network e Google AdWords. Senza questi strumenti pubblicitari, tali siti web sono privati dei mezzi pubblicitari capaci di generare guadagno. 

Il secondo provvedimento messo in atto è stato quello di proibire la scritta “notizie” a tutti i siti che non fanno informazione. Infine, Google ha deciso di rinominare la sezione “Notizie” con “Top Stories” al fine di limitare la diffusione di notizie fake. Facebook invece ha inasprito i controlli sulle notizie e qualora dovesse rintracciare la diffusione di notizie false si impegna ad avvisare gli utenti prima che visitino il sito.

La difesa degli utenti: prendersi cura della propria informazione

Lucio Lamberti, docente di marketing alla School of Management del Politecnico di Milano afferma che prima di contrastare il fenomeno e cadere nella trappola è necessario comprendere che questo si basa sul cosiddetto “bias” di conferma. «È un atteggiamento, presente nell’essere umano, in forza del quale più che tentare di farsi una propria opinione, ad esempio su di un evento, si tende a cercare la conferma di quanto già sappiamo». 

Lamberti aggiungere: «Crearsi una nuova opinione comporta uno sforzo, un lavoro». Bisogna capire se la fonte è attendibile, perché quella notizia viene diffusa e valutarne anche posizioni avverse valutandone sempre le ulteriori fonti. Tale processo comporta un impegno costante a prendersi cura delle informazioni acquisite. «Istintivamente l’essere umano tende a evitare questo impegno». 

Bisogna dunque tenere sempre in mente che “informare”, significa letteralmente “dare forma alla mente”. Quando ottieni informazioni, quindi, crei delle idee e dai forma a esse nella tua mente pertanto il consiglio migliore per non continuare ad essere vittime dei clickbait è quello di prendersi cura di ciò che dà forma alle tue idee scegliendo con cura dove leggere le notizie online.


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Simona Di Gregorio

Grazie allo sport ho scoperto che l’unione fa davvero la forza. Qual è la frase che mi rappresenta? "Insisti, resisti, raggiungi e conquisti" (Trilussa).