Canada, le proteste dei camionisti del Freedom Convoy

Un’analisi della protesta dei camionisti canadesi, uniti dietro la sigla del Freedom Convoy e contrari alle misure restrittive messe in campo dal governo di Justin Trudeau per arginare la diffusione della pandemia.


Le proteste dei camionisti in Canada hanno subito una prima battuta d’arresto dopo tre settimane caratterizzate da manifestazioni nella capitale Ottawa e dal blocco di alcune delle principali arterie per il trasporto nazionale e internazionale delle merci. 

È di sabato 12 febbraio, infatti, la notizia dell’inizio dello sgombero dell’Ambassador Bridge, il ponte che collega la regione canadese dell’Ontario con il Michigan (USA). Un centinaio di veicoli aveva bloccato per quasi una settimana il traffico sul ponte, causando danni enormi in termini di approvvigionamento, con la sospensione temporanea della produzione nelle fabbriche limitrofe di marchi come Toyota, Ford e Chrysler a partire da mercoledì 9 febbraio.

Dopo giorni di fuoco, tra occupazioni a Ottawa e governatori costretti a dichiarare lo stato di emergenza, la polizia canadese ha concluso le operazioni di sgombero dei mezzi pesanti, in seguito a una decisione della Corte Superiore dell’Ontario che ha ordinato la fine del blocco stradale. Le forze dell’ordine hanno incontrato la resistenza isolata di alcuni conducenti e di piccoli gruppi di manifestanti, prontamente arrestati. 

Tuttavia, la protesta non accenna a placarsi, soprattutto nella capitale, dove fino a sabato 12 febbraio si contavano almeno 4mila manifestanti. Non sono mancate inoltre le contro-proteste, con altrettante migliaia di cittadini di Ottawa a chiedere la fine dell’occupazione. Il premier Justin Trudeau ha invocato lo stato di emergenza a livello federale, un atto che conferisce al governo il potere di adottare misure straordinarie per ristabilire l’ordine pubblico.

Le ragioni della protesta

La protesta è entrata nel vivo a partire dal 23 gennaio, quando un convoglio di camionisti (autoproclamatosi Freedom Convoy) è partito alla volta di Ottawa per contestare le misure restrittive messe in campo dal governo canadese contro la diffusione della pandemia da Covid-19, dalla vaccinazione obbligatoria fino all’uso delle mascherine.

A partire dallo scorso ottobre, il governo guidato da Justin Trudeau ha infatti stabilito l’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori del settore pubblico e per chi viaggia in treno, aereo o in nave e ha un’età superiore ai 12 anni.

Tra le categorie che fino a quel momento erano esenti dall’obbligo c’erano proprio gli autotrasportatori, che sin dall’inizio della pandemia avevano subito un trattamento differenziato per il ruolo chiave nell’approvvigionamento dell’intera economia del Paese. Tuttavia, a partire dal 15 gennaio il governo ha eliminato l’esenzione per tutti gli autotrasportatori diretti in Canada, regola che a partire dalla settimana successiva è stata adottata anche dagli Stati Uniti in seguito a un accordo bilaterale.

Da lì a breve è iniziata la protesta che ha paralizzato il Paese per una settimana. L’aspetto curioso è che secondo i sindacati degli autotrasportatori canadesi circa il 90 percento dei lavoratori del settore è vaccinato, in un Paese in cui più dell’80 percento della popolazione ha completato il ciclo vaccinale e più del 40 percento ha ricevuto la terza dose.

Chi c’è dietro la protesta dei camionisti canadesi

Sembra dunque lecito pensare che dietro questa protesta rumorosa – in tutti i sensi, dal momento che per giorni i camionisti hanno suonato ininterrottamente il clacson nelle strade di Ottawa – non ci sia un’intera categoria professionale contraria all’obbligo vaccinale. Tutt’altro, a giudicare da un identikit delle figure più in vista del movimento.

Partiamo da James Bauder, fondatore di Canada Unity – uno dei gruppi che ha organizzato il Freedom Convoy. Secondo Bauder, non solo l’obbligo vaccinale sarebbe “incostituzionale” e contrario al Codice di Norimberga, ma l’intera pandemia da Covid-19 sarebbe la “più grande truffa della storia” e il virus sarebbe stato creato in laboratorio. Bauder è inoltre un sostenitore della celebre teoria del complotto di QAnon – e non è l’unico simpatizzante di questa teoria della cospirazione ad avere partecipato alle manifestazioni di Ottawa, come dimostra questo video.

Altra figura legata a QAnon è Romana Didulo, auto-proclamata “Regina del Canada”, arrestata nel novembre 2021 dopo avere invitato i suoi seguaci a sparare al personale medico. Successivamente rilasciata, avrebbe partecipato alle manifestazioni ad Ottawa il 3 febbraio.

Tra gli organizzatori della protesta troviamo anche Pat King, un attivista che ha chiesto più volte l’arresto di Trudeau. Attivo tra le fila dei “gilet gialli” canadesi – nato in solidarietà con il movimento francese dei gilet gialli – Pat King è un sostenitore della teoria della “sostituzione etnica”, oltre che un convinto razzista (qui il link a un video condiviso sul suo profilo twitter).

Infine, tra gli altri vale la pena citare Benjamin Dichter, conosciuto anche come BJ Dichter – membro del People’s Party of Canada (partito della destra radicale) e islamofobo convinto – e Tamara Lich, tra le portavoci ufficiali della protesta nonché tra gli organizzatori del fundraising che ha portato nelle casse del movimento quasi 10 milioni di dollari (prima della rimozione del crowdfunding da parte di GoFundMe). Lich è attiva nel Maverick Party, un gruppo che vorrebbe fare del Canada Occidentale uno Stato indipendente.

Le reazioni alla protesta in Canada e nel mondo

La risposta del governo canadese è stata sin dall’inizio segnata dal rifiuto del dialogo. «[La protesta] deve finire», ha detto Trudeau durante un dibattito di emergenza alla Camera dei Comuni lunedì 7 febbraio. «Tutti sono stanchi del COVID, ma queste proteste non sono il modo per superarlo».

Dall’altro lato della barricata i conservatori, che in Parlamento hanno definito le misure del governo “divisive”. L’aspetto più interessante è tuttavia il supporto ottenuto dai manifestanti oltreconfine. Primo fra tutti, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha dichiarato: «Il Freedom Convoy sta protestando pacificamente contro le dure politiche del pazzo di estrema sinistra Justin Trudeau, che ha distrutto il Canada con i suoi folli obblighi contro il Covid».

Trump si è inoltre scagliato contro la piattaforma di crowdfunding GoFundMe per la sua decisione di sospendere il finanziamento del Freedom Convoy. Dello stesso avviso l’imprenditore ultramiliardario Elon Musk, che su Twitter ha prima sostenuto la causa degli autotrasportatori e dopodiché ha affermato: «Se spaventi a sufficienza le persone, loro chiederanno di essere privati della libertà. Questa è la strada per la tirannia». Prevedibile infine il supporto di Tucker Carlson, volto noto di Fox News, molto vicino alle posizioni di Donald Trump.

Per quanto riguarda il resto del mondo, le proteste hanno avuto un’eco in Australia, in Nuova Zelanda e in Europa: a una manifestazione (fallita) in Francia che si è conclusa con scontri nella capitale e 44 arresti, è seguita un’altra manifestazione lunedì 14 febbraio a Bruxelles, dove già nei mesi scorsi ci sono state proteste violente contro le restrizioni. È prevista infine un’altra manifestazione a Roma per il 22 febbraio.

Un tentativo di interpretazione delle proteste

In base alla composizione sociale e alle richieste politiche del movimento, oltre che ai soggetti che lo hanno supportato, sembra ragionevole inserire la protesta dei camionisti canadesi nella fenomenologia variegata dei gruppi no-vax e contrari alle restrizioni messe in campo dai governi di tutto il mondo contro la pandemia. Un movimento transnazionale, la cui visione del mondo intrisa di complottismo è ormai ampiamente riconoscibile in tutte le sue manifestazioni in questi due anni di pandemia.

Una narrazione radicalmente contrapposta alla versione ufficiale dei fatti, rispetto alla quale ormai l’assalto al congresso statunitense del 6 gennaio 2021 ha rappresentato un momento di svolta sia in termini di immaginario che di organizzazione politica. Le similitudini tra quell’evento e le manifestazioni di Ottawa sono evidenti: dall’immagine del Parlamento circondato dai manifestanti (e, nel caso statunitense, assediato) alla presenza della simbologia complottista di QAnon e di altri simboli politici riconducibili all’estrema destra.

Indipendentemente da come la protesta proseguirà, il caso canadese dimostra ancora una volta che questi movimenti, sia per la velocità con cui diffondono le loro idee sia per il loro carattere ormai transnazionale, non possono essere sottovalutati.


Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare.