No Green Pass, la voce intellettuale della protesta

Dal 15 ottobre in poi le proteste contro l’obbligo del Green Pass in diverse città italiane sono aumentate in maniera esponenziale. A sostenerle ci sono numerosi intellettuali e ad oggi più di mille docenti universitari e studenti di tutto il paese. 


Il 15 Ottobre in Italia è diventata obbligatoria l’esibizione del certificato verde per l’accesso oltre che nei bar, ristoranti, cinema e negozi, negli uffici pubblici e privati. Il Green Pass, com’è noto, è al momento ottenibile sia dopo aver completato l’iter vaccinale, sia dopo essere guariti dal Covid, sia dopo aver effettuato un tampone che risulti negativo, il cui Green Pass è però valido soltanto 48 ore.

La polemica che riguarda l’attuale obbligo del Green Pass si è sviluppata su due fronti convergenti: in primis c’è la sua funzione di incentivo, attuata con modalità ritenute da alcuni estremamente surrettizie, sfocianti quindi in un obbligo mascherato di vaccinarsi; in secundis c’è la funzione di “tutela” nella creazione di spazi Covid-free, auspicabile per ambienti chiusi e luoghi di lavoro, la quale tuttavia non può in alcun modo essere dimostrata, dal momento che sono noti numerosi casi di contagio tra i vaccinati, verificatisi soprattutto durante le vacanze estive. 

Su quest’ultimo punto, inoltre, si concentra la stragrande maggioranza del dissenso, anche negli ambienti intellettuali e accademici. Questo perché l’obbligo del Green Pass sta diventando – o è già divenuto – una conditio sine qua non per poter lavorare e studiare, diritti fondamentali e per questo particolarmente tutelati dalla Costituzione. 

Il richiamo istituzionale a una responsabilità a senso unico 

Il Parlamento, dal canto suo, ha già avviato da tempo i lavori per la conversione in legge del decreto che impone – ancora in via eccezionale – l’obbligo di esibire il Green Pass. Al fine di procedere a un dibattito democratico sulla questione, a inizio ottobre la commissione affari esteri del Senato ha ascoltato la relazione del noto filosofo italiano Giorgio Agamben, il quale ha pronunciato parole molto dure definendo il decreto Green Pass «una mostruosità giuridica». 

Agamben afferma: «Voi sapete che il governo con un apposito decreto-legge, detto di “scudo penale”, n. 44 del 2021, ora convertito in legge, si è esentato da ogni responsabilità per i danni prodotti dai vaccini. Quanto gravi possano essere questi danni risulta dal fatto che l’art. 3 del decreto menziona esplicitamente gli art. 589 e 590 del codice penale, che si riferiscono all’omicidio colposo e alle lesioni colpose. Come autorevoli giuristi hanno notato, lo Stato non si sente di assumere la responsabilità per un vaccino che non ha terminato la fase di sperimentazione e tuttavia, al tempo stesso, cerca di costringere con ogni mezzo i cittadini a vaccinarsi, escludendoli altrimenti dalla vita sociale e, ora, con il nuovo decreto che siete chiamati a votare, privandoli persino della possibilità di lavorare».

Chiunque si sottoponga alla vaccinazione deve in effetti compilare una scheda relativa alla propria situazione clinica attuale e passata e ai farmaci in somministrazione, scheda che va firmata non prima di aver spuntato la casella relativa al proprio personale consenso quale previa condizione dell’assunzione volontaria del farmaco. Come riportato dalle primissime righe del nono rapporto AIFA sui vaccini da Covid-19

«Nessun prodotto medicinale può essere mai considerato esente da rischi. Ognuno di noi, quando decide di servirsi di un farmaco o di sottoporsi a una vaccinazione, dovrebbe avere presente che quello che sta facendo è bilanciare i benefici con i rischi. Verificare che i benefici di un vaccino siano superiori ai rischi e ridurre questi al minimo è responsabilità delle autorità sanitarie che regolano l’immissione in commercio dei prodotti medicinali. Servirsi di un farmaco in maniera corretta, ponderata e consapevole è responsabilità di tutti».

Il nodo centrale, sia nell’argomento di Agamben che nelle primissime righe introduttive del rapporto della Agenzia di controllo dei Farmaci, è l’interpretazione della responsabilità in oggetto in materia di rischio e prevenzione.

Posto che nessuno “sceglie” di ammalarsi, assumersi la responsabilità di prevenire il contagio sembra essere una posizione ragionevole laddove le garanzie statali siano corrispondenti all’onere individuale di “correre dei rischi” da lievi (“braccio covid” tipico del vaccino Moderna) a moderati (miocarditi e pericarditi curabili) e in rari casi anche gravi (decesso). 

Lo scetticismo di Agamben di fronte al potente richiamo della responsabilità nei confronti della collettività andrebbe dunque inquadrato nella “nuova” veste delle campagne vaccinali che l’odierna emergenza ci ha posto dinanzi. Per nessun altro vaccino obbligatorio in Italia, dove vige un sistema di sanità pubblica, occorre infatti firmare un consenso alla somministrazione, che è in fin dei conti non solo una veloce valutazione clinica ma uno strumento giuridico che deresponsabilizza lo Stato e le case farmaceutiche da eventuali risarcimenti danni. 

L’unica responsabilità moralmente e civicamente vincolante resta dunque quella sancita dall’AIFA, la quale raccomanda di procedere a un razionale bilancio tra rischi e benefici, con riferimento a età e condizioni cliniche. Da ciò discende a sua volta che un obbligo indiscriminato diretto (Green Pass ottenibile solo post vaccino) o indiretto che sia (Green Pass da tampone a pagamento) penalizza fortemente quella percentuale della popolazione per cui la bilancia della valutazione, saggiamente raccomandata dall’AIFA, tra rischi e benefici penda dal lato dei rischi legati alla vaccinazione. 

Da questo punto di vista l’ingiustizia del Green Pass si mostra in piena evidenza. Ingiustizia non calibrata in alcun modo dai meccanismi di esenzione che consentirebbero il rilascio di un Green Pass valido, dal momento che – con un altro mirabile capitombolo inferenziale – l’esenzione è prevista solo per chi ha la possibilità di poter provare la propria intolleranza a uno dei principi attivi del vaccino nonostante sia la prima volta che un vaccino creato con la tecnologia a RNA messaggero venga somministrato su scala mondiale.

I dubbi legittimi sulle linee guida dell’EMA

Un altro intervento al Senato estremamente interessante è stato mesi fa quello del professor Giovanni Frajese, endocrinologo e docente universitario di endocrinologia presso l’Università di Roma “Foro Italico” svoltosi in data 16 giugno 2021. Il video della relazione del professor Frajese ha fatto in lungo e in largo il giro del web senza essere riportato da nessun media mainstream, tranne che dalla Tv indipendente Byoblu

Frajese sferra dei colpi decisi alla linearità degli step che hanno portato all’approvazione da parte dell’EMA dei vaccini attualmente in somministrazione, come per esempio l’assenza sul sito ufficiale EMA dei papers relativi ai test di “carcinogenicità” (possibilità di sviluppare tumori), di “farmacocinetica” dei principi (movimento del farmaco nell’organismo ricevente) e di “genotossicità” (possibilità di sviluppare anomalie genetiche). 

Il dato più allarmante del discorso di Frajese riguarda i risultati di un test effettuato sui ratti, nei quali si è osservato un accumulo notevole della proteina Spike iniettata col vaccino nelle ovaie, questione per la quale andrebbero poste serissime domande di approfondimento circa la sicurezza del vaccino per le donne in gravidanza e quelle in età fertile. 

Un altro recente intervento del professore Frajese entra più nello specifico del caso delle donne che sono in gravidanza al momento di ricevere il vaccino o pensano a una gravidanza nel periodo immediatamente successivo. Sembra infatti trasparire da un approfondito confronto dei dati rilasciati dalla Pfizer Biontech che durante il trial sperimentale del vaccino di questa azienda sia stato espressamente chiesto alle partecipanti donne di assumere degli efficaci metodi anticoncezionali, dato che quindi non consente alcuna valutazione scientifica degli effetti in gravidanza.

«Human reproductive safety data are not available for BNT162 RNA-based COVID-19 vaccines, but there is no suspicion of human teratogenicity based on the intended mechanism of action of the compound. Therefore, the use of a highly effective method of contraception is required» (I dati sulla sicurezza riproduttiva umana non sono disponibili per i vaccini COVID-19 a base di RNA BNT162, ma non vi è alcun sospetto di teratogenicità umana in base al meccanismo d’azione previsto del composto. È comunque necessario l’uso di un metodo contraccettivo altamente efficace).

Inoltre, dagli studi più recenti, pubblicati sul Journal of Medicine (Preliminary Findings of mRNA Covid-19 Vaccine Safety in Pregnant Persons) condotto dal CDC, l’ente di controllo dei farmaci degli Stati Uniti, risulta che se il rischio complessivo di perdita del bambino è del 13,9 per cento, bisogna declinare la percentuale di rischio a seconda del trimestre di gravidanza in cui ci si trova. È emerso infatti un rischio dell’81,9 per cento di aborto per 127 donne che hanno ricevuto il vaccino nel primo trimestre di gravidanza (104 aborti), percentuale preoccupante che tuttavia diminuisce drasticamente quando si esaminano i casi di coloro che hanno ricevuto il vaccino nel secondo e terzo trimestre. 

Seppure lo stesso professor Frajese inviti a considerare con cautela i dati riportati nello studio, che è stato complessivamente condotto su un campione piuttosto limitato (827 partecipanti totali), esso presenta l’imprescindibile necessità di approfondire gli studi sugli effetti di questi vaccini prima (non dopo o durante) di imporne surrettiziamente col Green Pass o direttamente per legge, la loro obbligatorietà. 

Queste considerazioni aggiungono quindi ai legittimi dubbi giuridici riguardanti l’obbligo del Green Pass, non pochi dubbi di natura bioetica sulla liceità di una somministrazione indiscriminata che rischi di esporre in maniera maggiore la salute riproduttiva delle donne. 

L’appello di 1060 docenti universitari

Continua a crescere, nel frattempo, l’elenco dei sottoscrittori di un appello volto a respingere l’obbligo del Green Pass per poter accedere alle attività accademiche in presenza. Fra di loro ci sono illustri studiosi di fisica, matematica, economia, filosofia, storia, ecc. Docenti di alcune fra le più prestigiose accademie italiane che ogni giorno contribuiscono, come tutti gli accademici, a “fare la scienza” piuttosto che politicizzarla. 

A loro va dunque dato credito non sulla base di una fiducia personale ma perché dimostrano di meritare fiducia i loro lavori e contributi redatti conformemente a precisi standard disciplinari sia nazionali che internazionali e ogni giorno sottoposti oltre che al pubblico dibattito, al vaglio della stessa comunità scientifica. Le loro parole sono quindi degne di ascolto e discussione tanto quanto l’opinione di chi non le condivide. 

Dall’appello dei docenti No Green Pass: «Molti tra noi hanno liberamente scelto di sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid-19, convinti della sua sicurezza ed efficacia. Tutti noi, però, reputiamo ingiusta e illegittima la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”) e con quanto stabilito dal Regolamento UE 953/2021, che chiarisce che “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono state vaccinate” per diversi motivi o “che hanno scelto di non essere vaccinate”. […] In sostanza, la “tessera verde” suddivide infatti la società italiana in cittadini di serie A, che continuano a godere dei propri diritti, e cittadini di serie B, che vedono invece compressi quei diritti fondamentali garantiti loro dalla Costituzione (eguaglianza, libertà personale, lavoro, studio, libertà di associazione, libertà di circolazione, libertà di opinione). Quella del “green pass” è una misura straordinaria, peraltro dai contorni applicativi tutt’altro che chiari, che, come tale, comporta rischi evidenti, soprattutto se dovesse essere prorogata oltre il 31 dicembre, facendo affiorare alla mente altri precedenti storici che mai avremmo voluto ripercorrere».


Veronica Sciacca

Fin dai banchi di scuola, innamorata della scrittura. Mi piace il ritmo e la verve teatrale, mangiare sano e tirare qualche colpo al sacco.

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