Vaccini anti-Covid, il nuovo bene di lusso dei prossimi decenni?

Una volta conclusa l’emergenza sanitaria il prezzo dei vaccini a Rna contro il Covid-19 triplicherà, aumentando il divario tra Nord e Sud del mondo.


Sappiamo bene quanto l’arrivo del virus respiratorio Covid-19 abbia sconvolto, ormai da più di un anno a questa parte, le vite di tutti. La gestione e distribuzione dei vaccini volti a contrastare la diffusione del virus, tuttavia, continua a suscitare scalpore.

Lo scorso 22 settembre, Amnesty International ha pubblicato un rapporto nel quale sostiene che attualmente sia in corso una crisi umanitaria senza precedenti, accusando sei case farmaceutiche di monopolio e negazione dei diritti umani. 

A gennaio, avevamo già parlato di quanto facesse paura la “corsa al vaccino” da parte dei governanti dei Paesi economicamente più ricchi e politicamente più influenti. Nel corso di questi mesi sino a oggi, gli stessi hanno avviato una serie di trattative per l’acquisto dei vaccini dai principali fornitori mondiali, quali Pfizer, BioNTech, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson, Sinovac e Sinopharm. 

La Commissione Europea, congiuntamente alla squadra nazionale congiunta (che rappresenta sette Stati membri – Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi) ha avviato dei negoziati con quelle case farmaceutiche che, in piena pandemia, sono state in grado di sviluppare i primi vaccini a Rna contro il Covid-19.

Le condizioni imposte dai colossi dei vaccini hanno riguardato indubbiamente la questione dei brevetti. Il prezzo, le modalità e i tempi sono condizioni stabilite dai produttori, alle quali i Paesi economicamente avvantaggiati devono sottostare per poter utilizzare la proprietà intellettuale. 

I problemi più gravi sono sorti, però, in tutti quei Paesi che non hanno avuto la capacità di elargire le somme di denaro richieste dalle industrie del farmaco, ritrovandosi di fatto esclusi dalla possibilità di assicurare il diritto alla salute ai propri cittadini.

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha dichiarato che «l’atteggiamento delle industrie farmaceutiche sta facendo ripiombare parti dell’America Latina, Africa e Asia in una nuova crisi, portando allo stremo sistemi sanitari già deboli, con la conseguenza di decine di migliaia di morti evitabili ogni settimana. In molti Stati a basso reddito neanche gli operatori sanitari e le persone a rischio di contagio hanno ricevuto il vaccino».

Le case farmaceutiche, di fatto, hanno approfittato della pandemia per poter incrementare il prezzo dei vaccini proposto ai governi alla stregua di beni di lusso, non assumendosi peraltro tra i rischi quelli relativi all’investimento. I governi, infatti, per accelerare il processo di acquisto dei vaccini sono stati disposti a pagare anticipatamente le dosi attraverso fondi pubblici, accettando i rischi di inefficacia e inefficienza del prodotto acquistato.

Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, ha affermato che ai Paesi ad alto reddito le dosi vengono vendute al prezzo di un pasto negli Usa, ai Paesi a medio reddito vengono proposte alla metà di questo prezzo, mentre a quelli a basso reddito al prezzo di costo. Inoltre, tutte le aziende hanno dichiarato che, quando la pandemia sarà finita, aumenteranno i prezzi dei loro vaccini: Pfizer, ad esempio, ha previsto di portare il prezzo fino a 100-150 dollari a dose rispetto ai 20 dollari per dose attuali.

La professoressa Suerie Moon, direttrice del Global Health Centre di Ginevra, in un’intervista rilasciata ai giornalisti del programma televisivo Presa Diretta, ha dichiarato che Paesi come Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e altri ancora, hanno molte più dosi di quelle che possono usare, in media sufficienti a coprire il doppio della loro popolazione. Come dimostra la stessa inchiesta, infatti, mentre i Paesi ricchi del mondo stanno già avviando la somministrazione della terza dose, nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo non è stato raggiunto neanche l’obiettivo auspicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, cioè quello del 10% di copertura vaccinale entro settembre 2021.

Un gesto che ha fatto ben sperare è stato quello dell’istituzione del Covax, lo strumento di solidarietà delle Nazioni Unite che ha avuto l’obiettivo di facilitare l’accesso alle terapie e ai vaccini contro il Covid-19, in particolar modo nei Paesi a basso reddito, coinvolgendo l’azienda AstraZeneca la quale aveva deciso di cedere alcune licenze. Nonostante questo, però, le discriminazioni create da chi detiene il monopolio sui vaccini non sono cessate, come accade in Uganda, Sudafrica e Bangladesh, Paesi che si sono visti costretti a pagare due o tre volte di più rispetto all’Europa per lo stesso vaccino.

A febbraio di quest’anno era già stato pubblicato l’appello ai governi, da parte di Oxfam, Emergency, Frontline AIDS e Global Justice Now, per sospendere le regole che tutelano la proprietà intellettuale e la tecnologia per la produzione dei vaccini, come principale strumento di tutela dei diritti umani per l’intera popolazione mondiale. 

Le stesse tesi sono sostenute anche dall’europarlamentare belga del gruppo GUE/NGL Marc Botenga, il quale ha affermato che l’aver portato alla luce questo problema sia già stato un primo passo avanti. «Abbiamo acceso i riflettori sulla principale contraddizione che esiste in questo campo: il profitto degli azionisti delle multinazionali del farmaco da una parte e la salute globale dall’altra», ha dichiarato Botenga all’indomani del Summit di Porto, tenutosi lo scorso maggio tra i leader europei, sul pilastro dei diritti sociali. Apripista della lotta per la liberazione dei brevetti in Europa, Botenga ha infatti firmato la proposta di risoluzione, presentata al Parlamento europeo a giugno di quest’anno, sulla trasparenza dell’UE nello sviluppo, acquisto e distribuzione dei vaccini contro il Covid-19, come primo passo verso l’uguaglianza vaccinale. 

La proposta di un “vaccino di Stato”, argomento già discusso tra l’altro in qualche articolo scorso, è stata finora scartata dai maggiori leader politici nell’area europea. A livello nazionale, sappiamo ormai che la piccola azienda biotech Reithera, con sede a Catelromano, avrebbe dovuto garantire autonomia dal contesto delle multinazionali. 

Sebbene sia, difatti, attrezzata di bioreattori e macchinari per poter produrre la materia prima fino alla fase finale, in realtà la sperimentazione di Reithera si è fermata alla soglia della fase 3, cioè la fase di verifica dell’efficacia del vaccino sugli esseri umani. Una delle fasi più costose che un’azienda come Reithera non può permettersi. 

Il MISE, lo scorso anno, con l’allora governo Conte, aveva approvato il contratto di sviluppo che prevedeva un investimento di 81 milioni di euro, di cui 69,3 milioni di euro per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid entro settembre 2021. Ma la Corte dei Conti ha deciso di bloccare tutto, e Reithera non ha mai ricevuto i finanziamenti per il progetto del vaccino tricolore.

In questa stagione di austerità che non cessa di mostrare i suoi demoni, i più vulnerabili continuano a subire ingiustizie e a perdere persino uno dei diritti fondamentali dell’uomo, cioè quello che è sancito dall’articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riguardante la salute e il benessere psicofisico degli individui. Il profitto aziendale, caposaldo del governo neoliberale, surclassa così i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dagli Stati nazionali, prospettando un incremento del divario per i prossimi decenni tra Nord e Sud del mondo.


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