Lucca Comics & (board)games: a tu per tu con l’autore Martino Chiacchiera

L’edizione 2021 del Lucca Comics & Games è stata un vero successo, attirando decine di migliaia di visitatori nonostante il Covid. Alla mostra di fine ottobre erano presenti fumetti, giocattoli, cosplayer ma anche tanti, tantissimi giochi da tavolo la cui realtà in costante espansione ci è stata presentata e descritta da un personaggio d’eccezione.


È proprio vero ciò che si dice in giro: il Lucca Comics & Games di quest’anno, ispirato a Dante e alla Divina Commedia e giunto alla sua 55esima edizione, ha superato ogni aspettativa vincendo così la sfida della pandemia. Con i suoi 100 mila visitatori tra ospiti, organizzatori, espositori e spettatori paganti il “salone del fumetto più famoso d’Europa è riuscito a dare un piccolo grande segnale di speranza e di ripresa a tutto il Paese.

Quattro giorni ricchissimi di eventi si sono susseguiti, lo scorso fine settimana, a Lucca, in una delle città più belle e antiche d’Italia; «Le stelle le abbiamo riviste, eccome se le abbiamo riviste!» – ha dichiarato l’Assessore alla Protezione Civile di Lucca – «le abbiamo riviste nei sorrisi del pubblico, nell’allegria dei lucchesi e nel calore dei nostri fan… è stato, infatti, bellissimo poterci “riabbracciare” tutti in presenza».

Insomma, nonostante i posti limitati, i controlli ferrei all’entrata dei vari padiglioni e lo spostamento delle attività dal centro storico al Polo Fiere, la manifestazione toscana è riuscita a portare a casa un successo inaspettato dopo l’edizione a porte chiuse dello scorso anno, proprio a causa del Covid.

Non solo comics

Non solo fumetti, non solo illustrazioni, giochi di ruolo, cosplayer alla Squid Game, giocattoli, non solo serie tv e cinema d’animazione. Al Lucca Comics, ormai da tempo, trovano spazio infatti anche i giochi da tavolo: campioni per eccellenza di convivialità e intrattenimento i giochi da tavolo proprio negli ultimi anni, complici in minima parte lockdown e restrizioni varie, hanno vissuto nel mercato nazionale e internazionale momenti di crescita esponenziale e di ribalta significativi.

Una rivoluzione che ha investito nel corso dei secoli il mondo del gioco di interi popoli e culture, da Risiko a Monopoli fino ai giochi più moderni; d’altronde, come recita il motto di una delle più grandi case editrici di giochi da tavolo in Italia, la daVinci Editrice srl (con i brand dV Games e Ghenos Games), “tutti vogliono giocare”, un’espressione volta a evidenziare il carattere inclusivo, globale e sociale di ogni gioco da tavolo che si rispetti.

Pertanto nell’intento di approfondire questo mondo ludico abbiamo deciso di intervistare un famoso autore di giochi da tavolo. Ha 28 anni, è italiano e attualmente vive all’estero: stiamo parlando di Martino Chiacchiera, un nome che figura come autore o co-autore di serie come Deckscape e Decktective, oltre che in giochi come Similo, 3 Segreti, Witchstone, l’ultimo arrivato Wonderbook – il primo gioco pop-up interattivo – ed altri.

“Giocare da tavolo”, parliamo con Martino Chiacchiera

A Martino abbiamo fatto alcune domande su di lui e sul suo lavoro che ci è apparso senza dubbio originale, innovativo e molto (ma molto) divertente. Allora, Martino, raccontati un po’, come si diventa autori di giochi da tavolo? «Mah sai credo ci si nasca… Da che ho memoria, ho sempre inventato giochi da tavolo, prima modificando quelli a me noti, poi pian piano creandone di miei. La buona notizia è che TUTTI nascono game designer, perché tutti inventano giochi da bambini. Basta semplicemente non smettere mai, o reimparare a farlo, magari con maggiore consapevolezza, una volta diventati adulti. A questo scopo tornano utili libri come “L’autore di giochi”, di Emiliano Sciarra (Edizioni Unicopli) e la fantastica community di autori di giochi chiamata inventoridigiochi.it».

Quindi in un certo senso vuoi dirci che gli autori di giochi da tavolo anche in Italia riescono a “ricavarci” uno stipendio per poter vivere? «Eh… c’è da precisare che per poterne fare un lavoro a tempo pieno, è necessario godere di una certa stabilità economica, o aver pubblicato uno o più giochi cosiddetti “long seller”, vale a dire giochi che vendono un certo numero di copie all’anno. Maggiori sono le vendite, maggiori saranno gli introiti. Certo, non è una condizione facile da raggiungere, ma la fortuna aiuta gli audaci! Ci vogliono però tanta dedizione, pratica, network, etc… ma sono cose alla portata di tutti, grazie a un’industria, come quella del gioco da tavolo, che è ancora “a misura d’uomo” ed è fatta sì di grandi aziende, ma anche di relativamente poche persone, generalmente molto cordiali e facilmente contattabili».

C’è speranza allora per i futuri aspiranti! È difficile creare un gioco da tavolo? Da dove trai l’ispirazione? «L’ispirazione non ha dove e non ha quando, e il mondo è una continua fonte di stimoli e idee: basta saperle cogliere! Anche qui aiuta molto sforzarsi di cercare e, una volta avuta l’illuminazione, tentare di metterla in pratica il prima possibile. Tuttavia l’idea giusta da sola non basta, bisogna avere anche l’esperienza (e a volte la fortuna) di riuscire a implementarla nel modo migliore».

Tu, quindi, a che età hai cominciato a sviluppare idee relative ai giochi? I tuoi ti hanno sostenuto fin dall’inizio? «All’età di 16 anni ho deciso che questo sarebbe stato “il mio sogno”, “il mio da grande voglio fare”… Da quel momento in poi ho dedicato anima e corpo, notte e giorno a questa passione, incontrando spesso resistenze e scetticismo da parte di chi mi era vicino, cosa comunque comprensibile ad oggi. 

Non tutti si sono opposti però: con il senno del poi, sono convinto che ognuna delle persone che mi circondava sia stata utile nel proprio ruolo, chi perché mi ha aiutato attivamente, e chi invece,  perché con il proprio fare muro, ha dato una spinta in più al sottoscritto, incentivandolo a dimostrargli che con quel muro si sbagliava di grosso!» (afferma ridendo, ndr)

martino chiacchiera

Ascolta, adesso prova a essere il più convincente possibile perché abbiamo diversi lettori da conquistare: perché pensi che giocare a dei giochi da tavolo sia un buon passatempo per giovani e famiglie? E qual è secondo te,  il loro valore aggiunto? «Allora intanto c’è da dire che il gioco da tavolo è anche noto come gioco di società. Questo perché la maggior parte dei giochi da tavolo ci mette in relazione gli uni con gli altri, e, al contrario del videogioco, è un tipo di intrattenimento che tende a dare il meglio di sé proprio in presenza degli altri. È una attività condivisa, di cui gioire insieme. Il valore aggiunto è lo stare assieme per l’appunto, lo scoprirsi e lo scoprire insieme qualcosa in più su di noi e su chi abbiamo di fronte».

In molti si chiedono che differenza c’è tra i giochi da tavolo moderni e quelli classici: «Beh, i giochi da tavolo moderni sono in primis al passo con i tempi. Nuove possibilità produttive, nuove conoscenze di game design, e maggiori dati di mercato, hanno consentito ai professionisti e alle case editrici di produrre giochi qualitativamente più belli, divertenti, coinvolgenti, interessanti, adatti all’odierna vita di tutti i giorni.

I grandi classici rispecchiano il passato, ovviamente, ma hanno comunque sempre il loro fascino, e sono, molto probabilmente, il risultato di una severissima selezione di tutti i giochi che furono inventati all’epoca».

Ultima domanda, forse banale ma doverosa: qual è il tuo gioco da tavolo preferito e nella fattispecie  con cosa suggeriresti di cominciare ad un “neofita”? «Parto dalla fine… dunque, al “neofita” va certamente proposto il gioco giusto. Esiste un gioco giusto per ogni situazione, per ogni gruppo, per ogni persona. Probabilmente più di uno. Conoscendo la persona da coinvolgere e l’occasione, è a mio avviso molto facile offrirle nuove prospettive e incuriosirla riguardo al nostro mondo.

Mentre per quanto riguarda, invece, il mio gioco preferito… la risposta ogni volta che mi viene posta questa domanda è sempre la stessa: il mio gioco preferito è quello a cui sto lavorando adesso. Quello che ancora non esiste, quello che è ancora in sviluppo, quello che avrei voluto ci fosse stato, e allora lo invento!»

In copertina Witchstone, dV Giochi


Maria Irene Phellas

Da buona “sociologa” ho sviluppato, nel tempo, un forte senso di comunità. Mi piace la buona tavola e sono affascinata dalle diverse culturE del mondo; ho un debole per tutto ciò che è scritto e per chi cammina fuori dal seminato, e nel farlo ci mette il cuore.

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