Elezioni in Argentina, nuovi squilibri al potere

Le elezioni di medio termine in Argentina hanno alterato equilibri esistenti dal 1983, anno della fine della dittatura. Quali sono le conseguenze politiche?


La pandemia di Covid-19 ha messo a nudo molte difficoltà dei governi nel mondo e questo ha portato numerose frange della popolazione mondiale a perdere fiducia nelle forze di governo dei propri Stati. Il caso delle elezioni di medio termine in Argentina, avvenute la scorsa settimana, ne è evidenza lampante. 

Lo scopo di queste elezioni era quello di rieleggere metà della Camera bassa e un terzo dei seggi del Senato: le forze di governo della sinistra peronista, che tra alti e bassi hanno avuto la maggioranza nella Camera alta fin dal ritorno alla democrazia nel 1983, sono state clamorosamente sconfitte dalle forze dell’alleanza di destra, capitanata da Juntos por el Cambio (Jxc).

Il risultato non sorprende neppure troppo: già il 12 settembre le primarie, un vero e proprio terreno di prova per il voto – in quanto tutti i partiti che vogliono partecipare alle elezioni sono sostanzialmente costretti alla partecipazione – avevano visto il peronista Frente de Todos (FdT) sotto di ben otto punti percentuali rispetto a Juntos por el Cambio. Con la quasi totalità delle schede scrutinate, FdT è arrivato a circa il 33 per cento dei voti, contro il 41 per cento circa delle opposizioni.

I risultati delle PASO (Primarie Aperte, Simultanee e Obbligatorie) sono stati confermati quasi in toto, nonostante le manovre economiche portate avanti dal partito dell’attuale presidente Alberto Fernández e della sua vice Cristina Fernández de Kirchner, la quale detiene anche la presidenza del Senato. In un tentativo di riprendere consensi, infatti, sono state varate una serie di misure economiche: aumento del salario minimo, maggiori importi per l’assistenza sociale e i crediti, e una modifica fiscale a beneficio delle persone con reddito medio e medio-alto, oltre a un blocco dei prezzi sui prodotti di base.

Tutte queste manovre, tuttavia, hanno permesso alla sinistra peronista di riprendere soltanto due punti percentuali tra le primarie di settembre e le elezioni di novembre. Il presidente ha dovuto aprire alle opposizioni per evitare il rischio di un governo instabile, dopo aver perso anche il governo della capitale, col candidato governativo Santoro che lascia il passo alla candidata di Jxc Maria Eugenia Vidal.

La situazione dell’Argentina non era delle migliori neppure prima della pandemia: la crisi economica che lacerava il Paese era già causa di malcontento generalizzato nonostante fosse, secondo le parole del presidente, «ereditata dal governo precedente». Al presidente ora serve trovare un modo di poter contare su alleanze circostanziali per poter votare le principali riforme previste da Fernández, il cui periodo di governo scade nel 2023. 

Questa nuova instabilità politica potrebbe avere effetti diretti sul negoziato che il ministro dell’Economia, Martin Guzmán, porta avanti con il Fondo Monetario Internazionale, sul pagamento del debito di 44 miliardi di dollari contratto nel 2018 dall’amministrazione Macri. L’accordo dovrà essere raggiunto entro marzo e secondo la legislazione argentina è obbligatoria l’approvazione da parte del Parlamento. Tuttavia, lo stesso presidente non è mai stato particolarmente a favore del FMI, portando avanti un attacco anche abbastanza violento.

Le recenti politiche argentine, inoltre, hanno visto il rigetto di una politica internazionale verso il mondo occidentale, prediligendo accordi con Cina, Iran, Russia e Venezuela e portando di fatto a un aut-aut il cui unico risultato finale non poteva che essere un isolamento politico, seppur non esplicito, da chi rappresenta il Fondo Monetario Internazionale.

L’economia argentina, inoltre, è stata una di quelle che in America Latina ha subito in modo più violento gli effetti della pandemia, con una perdita netta dell’11 per cento del PIL, da sommare al crollo economico iniziato nel 2018 e che vedeva già l’economia argentina vacillare con un calo del 3 per cento del PIL. Un crollo così netto ha spinto la percentuale di persone sotto la soglia di povertà dal 30 al 44 per cento, e il rischio di un governo vacillante come “un’anatra zoppa” potrebbe davvero essere la spinta finale verso un tracollo già iniziato.


Marco Cerniglia

Responsabile "Esteri". Amo i viaggi, la storia, la tecnologia, la letteratura e soprattutto la scrittura, la mia passione di sempre che pratico anche per diletto.

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