Assalto al Congresso USA, le prime testimonianze ufficiali

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Martedì 27 luglio sono iniziati i lavori della commissione d’inchiesta sui fatti del 6 gennaio scorso. Le prime durissime testimonianze sono quelle di quattro poliziotti presenti a Capitol Hill nel giorno dell’assalto.


Come tutti ricordano, il 6 gennaio un folto gruppo di manifestanti pro-Trump ha invaso il Congresso degli Stati Uniti a Capitol Hill, al culmine di una protesta contro l’elezione di Joe Biden. Un’elezione che, nel racconto di Trump e dei suoi sostenitori, sarebbe stata il frutto di brogli – da cui lo slogan “Stop the Steal”. 

Sebbene nei sei mesi successivi non sia stato prodotto uno straccio di prova, Trump e i suoi seguaci dentro e fuori il Partito Repubblicano continuano a sostenere la tesi del “furto”. Fino a pochi giorni fa, Trump ha continuato a definire “amorevole” la folla del 6 gennaio: «Era anche una folla amorevole, tra l’altro. C’era molto amore, l’ho sentito da tutti. Molti, molti mi hanno detto che era una folla amorevole».

Che si sia trattato o meno di una folla traboccante di amore e di buoni sentimenti, il bilancio dei fatti del 6 gennaio è di 5 morti, 530 arresti e 150 poliziotti feriti. 

Dopo vari tentativi di istituire una commissione d’inchiesta bicamerale, andati a vuoto per via dell’opposizione della maggioranza dei repubblicani al Senato, la Camera ha istituito una commissione speciale (select committee) per indagare sui fatti di quei giorni. Non solo per stabilire ufficialmente cosa è accaduto ma anche (e soprattutto) perché è accaduto.

Le testimonianze non sono certo mancate. Tutti i principali media americani hanno raccolto e analizzato resoconti, video e foto. Alcuni, come la CNN, sono andati a fondo e hanno raccontato le storie di diversi personaggi, da membri di gruppi paramilitari (i c.d Oath Keepers) ed estremisti (i Proud Boys) a figure come Amy Kremer, che avrebbe avuto un ruolo di collegamento tra questi movimenti e Donald Trump.

Ciò che manca, tuttavia, è una ricostruzione ufficiale degli eventi da parte delle istituzioni. 

La commissione speciale della Camera, istituita per iniziativa della speaker Nancy Pelosi, si è riunita per la prima volta martedì 27. In quell’occasione, quattro rappresentanti della polizia di Capitol Hill hanno testimoniato di fronte ai membri della commissione, composta quasi esclusivamente da esponenti democratici. 

Accanto ai sette rappresentanti del partito, gli unici repubblicani sono infatti Liz Cheney e Adam Kinzinger, tra i pochi all’interno del partito repubblicano a essersi dissociati apertamente da Donald Trump. Se le altre sedie sono rimaste vuote è per lo scontro tra Pelosi e Kevin Mccarthy, capogruppo repubblicano alla Camera. 

All’invito della speaker a nominare rappresentanti del suo partito, Mccarthy ha infatti risposto proponendo alcuni tra i più ferventi sostenitori di Trump, che avevano votato contro la certificazione delle elezioni presidenziali e avevano difeso i manifestanti. Nancy Pelosi ha rifiutato le nomine e così i repubblicani hanno deciso di disertare i lavori della commissione.

La Speaker della Camera Nancy Pelosi

Il quadro è dunque quello di un Congresso diviso persino sui principi della democrazia, ovvero (più prosaicamente) sulle regole che dovrebbero assicurare la transizione pacifica da un governo a un altro.

Su questo sfondo si stagliano le testimonianze dei quattro poliziotti presenti a Capitol Hill nel giorno dell’assalto. Toni accesi, accuse precise, parole dure: “tentato colpo di stato”, “terrorismo”, “nazionalismo bianco”. 

I quattro agenti – Harry Dunn, il suo collega della polizia del Campidoglio, Aquilino Gonell, e gli agenti della polizia metropolitana, Michael Fanone e Daniel Hodges – hanno fornito un resoconto dettagliato di quello che è successo quel giorno.

“Morirai in ginocchio”, “uccidilo con la sua stessa pistola”, “metti giù la pistola e ti mostreremo che razza di ne*ro sei”: queste sono solo alcune delle minacce e degli insulti rivolti ai poliziotti e riportati nelle loro testimonianze. Aquilino Gonell ha ricordato di avere pensato: «È così che morirò».

Probabilmente, quella di Michael Fanone è la testimonianza che più di tutte resterà impressa nella memoria collettiva. Un atto d’accusa senza mezzi termini nei confronti dei deputati e senatori che hanno minimizzato le violenze. «L’indifferenza mostrata ai miei colleghi è vergognosa!», ha gridato, picchiando sul tavolo.

Fanone ha poi chiesto al comitato di indagare sul raduno pro-Trump e sulla sua “retorica politica violenta”, aggiungendo che «il tempo, il luogo e le circostanze di quel raduno, quella retorica e quegli eventi portano nella direzione del nostro presidente e altri membri” del Congresso». 

Il suo collega Harry Dunn ha chiesto alla commissione di stabilire perché i rivoltosi fossero lì quel giorno, utilizzando una metafora più che efficace: «se un sicario viene assunto e uccide qualcuno, il sicario va in prigione. E non solo il sicario va in prigione ma anche la persona che lo ha assunto. C’è stato un attacco il 6 gennaio e [qualcuno] li ha mandati. Vi chiedo di andare fino in fondo».

Di fronte a queste testimonianze, ai numerosi poliziotti (ben 75) che hanno abbandonato la polizia di Capitol Hill e all’urgenza bipartisan di riformare la Capitol Police per evitare il ripetersi di fatti come quelli del 6 gennaio, sembra quanto meno necessario l’impegno preso da Bennie Thompson, presidente della commissione d’inchiesta, a citare in giudizio chiunque possa essere sospettato di avere avuto un ruolo politico nell’assalto al Congresso. Non resta che aspettare la prossima udienza.


Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare stare.

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