Soweto, la baraccopoli che sconfisse l’apartheid

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Esattamente quarantacinque anni fa, il 16 giugno 1976, ebbe inizio quella che è passata alla storia come la Rivolta di Soweto.


Soweto è un enorme quartiere periferico della città sudafricana di Johannesburg. Costruito al termine della Seconda Guerra Mondiale e abitato quasi esclusivamente da neri e indiani arrivati lì per lavorare nelle miniere, è considerato la più grande baraccopoli (township) di tutto il Sud Africa.

Il quartiere ha avuto un ruolo fondamentale nella lotta al regime di apartheid vigente in quegli anni all’interno dello stato africano.

L’area urbana si trova a una altitudine di 1600 metri sul livello del mare e possiede una superficie di circa 200 chilometri quadrati, con una popolazione di oltre un milione e duecentomila abitanti e una densità abitativa di 6.358 abitanti per chilometro quadrato. 

Gli antefatti della rivolta

Nel giugno del 1976 la popolazione della township si rese protagonista di una serie di proteste nei confronti del National Party, il partito degli afrikaner bianchi nazionalisti e segregazionista salito al potere dopo la Seconda Guerra Mondiale e che in quegli anni governava il Paese. 

Oltre alla segregazione e alle discriminazioni cui la popolazione nera di Soweto (e di tutto il Sud Africa) era costretta a subire giornalmente, alla base delle proteste di quel giugno di quattro decenni e mezzo fa, vi fu un preciso motivo scatenante. 

La goccia che fece traboccare il vaso fu un decreto governativo entrato in vigore l’anno precedente, il quale obbligava l’utilizzo della lingua inglese e afrikaans (un dialetto germanico proveniente dall’olandese) all’interno delle scuole nere sudafricane.

L’afrikaans era definito dalla popolazione nera come “la lingua degli oppressori”. L’allora Ministro dell’Istruzione del Sud Africa Punt Janson dichiarò: «Non ho consultato gli africani sulla questione della lingua e non intendo farlo. Un africano potrebbe trovarsi di fronte a un “capo” che parla afrikaans o che parla inglese. È nel suo interesse conoscere entrambe le lingue». 

16 giugno, il giorno della rivolta

A seguito del decreto furono organizzati numerosi scioperi, i quali sfociarono il 16 giugno in una enorme marcia di oltre 20 mila studenti e giovani provenienti dalle scuole nere di tutta Johannesburg. I manifestanti decisero di adottare una linea pacifica, e le proteste non fecero verificare al proprio interno alcun episodio di violenza nei confronti delle autorità.

Quando però gli studenti si trovarono faccia a faccia con le forze di polizia, in quel momento iniziò una escalation di violenze inaudita. I poliziotti aprirono il fuoco provocando una carneficina e massacrando i manifestanti; ancora oggi non si conosce il numero esatto delle vittime di quel maledetto giorno di quarantacinque anni fa e dei giorni successivi. Numeri non ufficiali parlano di 200 vittime, altre fonti ne citano addirittura il doppio. 

La foto emblema di Sam Nzima

Durante gli scontri con la polizia vennero scattate numerose foto, ma solo una divenne l’emblema della rivolta che contribuirà alla demolizione del regime di apartheid; demolizione del sistema segregazionista che avverrà però solamente quindici anni più tardi, nel 1991, grazie al mai dimenticato Nelson Mandela, chiamato accanto a sé dall’allora primo ministro boero Frederik Willem de Klerk. 

La foto in questione ritrae il corpo senza vita di Hector Pieterson, un bambino di soli 12 anni ucciso dalla polizia sudafricana, portato in braccio dallo studente Umbiswa Makhubo, e scattata da Sam Nzima, un fotoreporter di 42 anni che lavorava per The World, “un giornale fatto da neri per i neri”. Come già accennato pocanzi, la fotografia contribuì ad accrescere il sentimento internazionale anti-apartheid. Ad Hector venne anche dedicata una stele oggi visitabile presso il Museo dell’apartheid di Johannesburg, costruito nel 2002. 

Nzima scattò altre sei fotografie e riuscì a nascondere il rullino all’interno di una calza. Intanto gli studenti avevano cominciato a reagire alle proteste; presero un poliziotto, lo buttarono a terra e “lo macellarono come una capra”. Diedero fuoco al suo corpo, ricorda il fotografo il quale riuscì a immortalare anche quel terribile momento. Altri agenti di polizia costrinsero il reporter a distruggere il rullino, riuscendo però a salvare quello nascosto precedentemente e contenente la foto del corpo esanime del piccolo Hector.

Nelle ore successive, all’interno della redazione di The World ci fu una grande discussione sul pubblicare o meno le immagini immortalate dalla fotocamera di Nzima. Alcuni sostenevano che rilasciando le fotografie si sarebbe scatenata una guerra civile in Sud Africa, mentre altri spingevano per la condivisione delle immagini dichiarando che “non c’è miglior esempio per dire quello che è successo a Soweto. I bambini sono stati uccisi dalla polizia dell’apartheid”. 

Vinse la seconda linea di pensiero, e nella tarda serata il quotidiano pubblicò le scioccanti fotografie scattate da Nzima durante le proteste. In seguito il reporter fu vittima di numerose minacce. Costretto a licenziarsi, scappò da Soweto, venendo poi rintracciato e costretto agli arresti domiciliari. The World venne definitivamente chiuso dal Governo sudafricano.

Le violenze e la durissima repressione da parte dalle forze dell’ordine perdurarono fino all’aprile del 1977. Una Commissione di Inchiesta in seguito accertò che tra le 575 persone uccise, 451 vennero assassinate dalle forze di polizia

Da quel giorno, ogni anno in Sud Africa il 16 giugno si festeggia la Giornata del bambino africano; in ricordo di Hector e di tutti i giovani sudafricani che con il loro coraggio contribuirono alla distruzione del regime di apartheid, sacrificando la propria vita. 


Mattia Marino

Da sempre dalla parte dei più deboli, in difesa dei diritti umani, parte fondamentale ed integrante dei miei studi. Amo lo sport, il cinema indipendente e la musica.

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