Sacrifici e determinazione: l’integrazione degli emigrati siciliani in Australia

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Sanremo, Capri, Sorrento: sono solo alcuni dei nomi che evocano alla mente celebri località balneari in Italia. Località che vantano dei loro omonimi anche agli antipodi, in Australia precisamente, dove di certo non manca un sole altrettanto splendente così come una terra della cui bellezza non si discute. 


Sanremo, Capri, Sorrento: perché certi nomi di località italiane in questa vastissima isola? Dalla parte opposta del globo, i nostri connazionali hanno da sempre giocato un ruolo di primissimo piano. Al giorno d’oggi, infatti, si stima che quasi un milione di australiani vede scorrere nelle proprie vene sangue di origine italiano. Una comunità solida, ben radicata sul suolo australiano, che gioca un ruolo non indifferente nel tessuto sociale di questa nazione. 

Per decenni, gli italiani hanno infatti rappresentato il gruppo etnico non anglofono più numeroso, superato solo di recente da alcune comunità asiatiche, e vantano anche casi di immancabile successo nei più svariati ambiti socio-culturali e non solo. Tra gli italo-australiani più famosi, solo per citarne alcuni, figurano i politici Frank Sartor e Giorgio Paciullo, le popstar internazionali Natalie Imbruglia e Gabriella Cilmi, i calciatori Mark Bresciano (ex giocatore del Palermo) e Vincenzo Grella.

Anche Giuseppe Garibaldi mise piede in Australia quando, nel 1853, sbarcò lungo le coste del Victoria al comando della nave Carmen. Fatta eccezione per i primi pionieri, come il missionario Padre Vittorio Riccio e l’esploratore Giacomo Maria Matra, approdati nella “terra australis” ai tempi del colonialismo britannico di fine Seicento capitanato da James Cook, i principali flussi migratori hanno luogo all’inizio del secolo scorso.

La prima ondata di rilievo si registra nei primissimi anni del Novecento. Grazie alla White Australia Policy, una campagna di stampo razzista da parte del governo per estromettere i braccianti di colore e gli indigeni, un numero considerevole di italiani giunse nel Queensland per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero; tra questi una consistente porzione erano siciliani.

Proprio i siciliani, all’interno della comunità italiana dei migranti, hanno da sempre giocato un ruolo preponderante. Il precursore fu Giovanni Tusa, al servizio della flotta britannica di stanza a Palermo, espatriato nel 1798 con l’Editto Convitti dopo aver disubbidito ai regolamenti della Royal Navy.

Si stima che tutt’oggi circa il 15 per cento degli italiani in Australia sia di origine siciliana, un’emigrazione che sin dal principio ha seguito schemi ben consolidati. Inizialmente era il padre, ovvero il capofamiglia, ad andare in avanscoperta da solo. Una volta sondato il terreno e appurata la bontà delle prospettive future offerte da questo Paese, richiamava al suo seguito il resto della famiglia.

Intorno agli anni Venti un centinaio di eoliani hanno lasciato il proprio arcipelago per salpare alla volta dell’Australia su uno dei numerosi piroscafi in partenza da Messina. Si trattava perlopiù di contadini, nello specifico viticoltori specializzati nella produzione della Malvasia, stremati dalla scoppiettante attività sismica dei loro vulcani e dalla phylloxera, un parassita dell’uva: in Australia hanno portato non solo la loro forza lavoro ma, soprattutto, il loro know-how nella produzione dei vini dolci. A loro favore, oltre all’esperienza, hanno giocato anche le condizioni climatiche in grado di garantire un elevato livello zuccherino dell’uva, proprio come in Sicilia. Il loro discreto successo ha indotto varie case vinicole provenienti dal resto dello penisola a trasferirsi nel nuovo mondo e, dopo circa un secolo, tra le etichette australiane più rinomate e consumate in giro per il pianeta figurano nomi come De Bortoli e D’Aquino. In quegli anni corpose onde migratorie si sono registrate anche dalle aree della circumetnea e dal trapanese. 

L’emigrazione siciliana in Australia ha vissuto una brusca accelerazione nel secondo dopoguerra grazie al Populate or Perish Program, promosso sempre dal governo di Canberra e frutto di accordi bilaterali con l’Italia. L’Australia, in quegli anni, aveva bisogno di popolare una nazione in forte crescita che contava solo cinque milioni di abitanti su un territorio vasto quanto l’Europa. 

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La scarsità di manodopera ha dato la spinta alla creazione di questo programma, grazie al quale veniva finanziata la ricollocazione di persone provenienti da specifiche zone depresse dell’Europa meridionale e dall’Asia. Il governo si impegnava a pagare il trasferimento di interi nuclei familiari (inclusi alcuni beni mobili e di arredamento domestico), a trovar loro una sistemazione, un impiego, l’istruzione per i figli e, soprattutto, a garantirgli un nuovo passaporto in poche settimane. 

A beneficiarne furono molte famiglie siciliane e del Mezzogiorno, così come greci, irlandesi e vietnamiti, che hanno lasciato la loro terra natia per sposare questo progetto spinti principalmente dalla povertà. Inizialmente trovavano lavoro nelle zone vinicole di Mildura e della Barossa Valley, successivamente hanno iniziato a popolare le periferie delle principali città come Sydney e Melbourne dove impazzava il boom edilizio e delle grandi opere.

La tendenza dei siciliani non è stata quella di ghettizzarsi in specifiche aree urbane e la loro presenza è da sempre stata ben amalgamata con quella degli altri connazionali. Ad oggi, infatti, in Australia gli italiani tendono a rimarcare la loro origine nazionale rispetto a quella regionale. Innanzitutto si è italiani, prima ancora che siciliani, veneti, calabresi o friulani.

Non esistono discriminazioni interregionali e spesso ci si supporta l’uno con l’altro. Inoltre hanno sempre goduto di buone relazioni con le altre comunità straniere e con gli australiani stessi; in poche parole hanno ben incarnato lo spirito di questa nazione libera e proiettata al futuro. Lo testimoniano anche alcuni luoghi simbolo, come Piazza Italia di fronte al Royal Exhibition Hall di Melbourne o il Forum Italiano a Sydney.

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 I circa centomila siciliani giunti in Australia a partire dagli anni Cinquanta, prima di ridistribuirsi con il passare dei decenni verso zone residenziali di nuova costituzione, si sono installati principalmente nei sobborghi di Coburg, Carlton e Collingwood a Melbourne e di Concord, Leichhardt e Five Docks a Sydney. In questi quartieri tutt’oggi, mentre si passeggia tra gli ampi viali e le villette a schiera, non è raro ammirare piante mediterranee, percepire voci in lingua italiana provenienti dai giardini, la televisione che trasmette nella nostra lingua, anziane signore che inveiscono in dialetto verso i loro mariti o nipoti. 

Non mancano nemmeno i classici assembramenti di vecchietti davanti all’ufficio postale, nelle piazze e nei parchi pubblici o i circoli culturali e sportivi. Numerosi anche le attività commerciali al dettaglio, le gelaterie, i bar e i ristoranti aperti da siciliani che fungono ancora da luogo di ritrovo dove scambiare due chiacchiere, dare un’occhiata ai quotidiani italiani o magari seguire le partite della Serie A. 

Naturalmente non mancano anche i casi di successo, specialmente in ambito gastronomico, primo tra tutti quello dei fratelli Cantarella nell’importazione di prodotti tipici italiani. Gelato Messina, dapprima fondato ad Adelaide dalla famiglia Palumbo e poi trasferitosi a Sydney, è uno dei brand più riconosciuti in tutto il paese. Restando a Sydney una certa fama dovuta ai suoi cannoli l’ha raggiunta anche la famiglia Mezzapica di Lipari, con la sua pasticceria di Leichhardt, così come il Bar Trinacria della famiglia Calcagno a Norton Street e il ristorante La Rustica della famiglia Giannetti ad Haberfield. Giungendo al famoso Sydney Fish Market, tra le principali imprese ittiche, campeggiano le insegne delle famiglie Pusateri, Bagnato e Aiello, proprietari di numerosi pescherecci ormeggiati a Iron Cove. Discorso simile nei mercati di Melbourne e nella rinomata Lygon Street.

La comunità siciliana, così come quella italiana nel suo complesso, pur avendo un background di gente poco istruita e scarsamente specializzata, nel corso dei decenni si è fatta valere mostrando una crescita importante. Grazie al sudore (e talvolta al sangue) di questa gente semplice e volenterosa, giunta dalle borgate popolari di Palermo, Messina e Catania, nonché da piccoli paesi dell’entroterra siculo, le generazioni successive hanno avuto la possibilità di studiare, formarsi e ritagliarsi il loro spazio in vari ambiti della società civile australiana.

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Un emigrazione, quella siciliana, che non è mai sfociata nell’emarginazione e nella discriminazione, come accaduto in altri Paesi. Il carattere volenteroso, il desiderio di migliorare il proprio tenore di vita e lo spirito d’iniziativa hanno portato molti corregionali a creare le proprie imprese commerciali e, pertanto, a non prestarsi alla subordinazione dei datori di lavoro o al proletariato di stampo industriale.

A partire dagli anni Ottanta, in seguito al raggiungimento del livello di benessere socio-demografico perseguito dal governo australiano, si è arrestata quasi del tutto anche l’immigrazione. Anzi, negli ultimi trent’anni, si è registrata una lieve inflessione che vede circa settemila persone all’anno tornare in patria dopo una vita di lavoro e sacrifici lontano da casa. Al giorno d’oggi, il trasferimento di siciliani in Australia è principalmente frutto dei programmi di permanenza temporanea, come il Working Holiday Visa: un’emigrazione di natura completamente differente, sospinta da rinnovate motivazioni e imperniata su un orizzonte a breve termine.

Di Silvano Taormina


Redazione

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