Triangoli rosa: memoria di uno sterminio invisibile

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Nel progetto di purificazione della razza ariana, ultimi tra i dannati, gli omosessuali. Con dei triangoli rosa cuciti sul petto, oppressi senza voce e senza giustizia, quello dei “Rosa Winkel” fu uno sterminio invisibile.


Ieri, la Giornata della Memoria. 76 anni da quando i cancelli di Auschwitz – Birkenau furono abbattuti, e alla storia furono consegnati i fotogrammi dell’allucinante realtà del progetto di purificazione della razza ariana. Due terzi degli ebrei europei vittime della “soluzione finale” a segnare la memoria collettiva; con loro, al par di loro, perseguitati e brutalizzati, milioni di altri. Ultimi tra i dannati, nel vortice degli orrori del Terzo Reich, gli omosessuali: deportati, uccisi, e dimenticati. Per decenni, su quanti portarono cucito sul petto il triangolo rosa, un silenzio assordante, un “Omocausto” che fu uno sterminio invisibile.

«Nel 1941 non avevo neanche 18 anni: fui arrestato, picchiato, torturato». Pierre Seel, deportato francese nel campo di Schirmeck, ha taciuto per 30 anni. «Lo sa perché? I nazisti mi hanno torturato con un pezzo di legno di 25 centimetri. Jo (il suo compagno) fu condannato a morire sbranato dai cani, davanti a me. Pensa che io riesca a parlarne, che mi faccia bene? Per me è troppo. Mi vergogno dell’umanità. Vergogna.». La sua è la verità di ognuno di quelli che il regime andò a prendere a casa, in un giorno qualunque, e di cui la storia ha perso la coscienza e il ricordo. Troppo a lungo.  

Tra il 1933 e il 1945, furono 100 mila gli uomini arrestati per omosessualità; oltre la metà dei “deviati” furono condannati e imprigionati. È sconosciuto il numero degli internati negli ospedali psichiatrici. A migliaia – tra i 10 e 15 mila, secondo le stime più attendibili – varcarono le soglie di un campo di concentramento: il 60 per cento di loro non sopravvisse, il tasso di mortalità più alto tra i prigionieri non ebrei. 

Il Paragrafo 175, un articolo del codice penale tedesco, fu l’inizio di tutto. Criminalizzava “la fornicazione contro natura” già dal 1871, ma rimase di fatto lettera morta fino all’avvento del nazismo, quando gli omosessuali furono dichiarati “nemici dello Stato” con l’accusa di sabotare la crescita della nazione tedesca e di inquinare la purezza della razza intaccandone la “sana mascolinità” e la capacità riproduttiva.

Con l’ascesa al potere di Hitler, il principio di una persecuzione spietata: la repressione di quella che il fuhrer definiva la “congiura omosessuale che minava la concezione normale di una nazione sana”, cominciò a farsi sistematica realtà. Prima, l’interdizione della stampa e la messa al bando delle associazioni omosessuali. Poi, l’istituzione dell’Ufficio Centrale del Reich per la Lotta contro l’Omosessualità, a consacrare il legame tra la politica nazionalsocialista, il programma di eugenetica del regime, e l’omofobia. Quindi, le “Liste rosa”, e l’epurazione dei vertici omosessuali delle SS nella “Notte dei lunghi coltelli”. 

Nel 1935, la svolta. Fu l’anno del “175 modificato”: ogni segno che evocasse un legame o un rapporto omosessuale divenne perseguibile, persino abbracci fra uomini e “fantasie omosessuali”. E allora furono retate e deportazioni di massa contro quelli di cui “dobbiamo sterminare radice e rami” – per usare le parole attribuite a Heinrich Himmler, l’architetto del terrore. Quella che colpì gli omosessuali, fu la prima caccia legalizzata. 

L’internamento nei campi – Sachsenhausen e Buchenwald le destinazioni principali – e la politica della “rieducazione attraverso il lavoro”, a marcare il passo successivo. Sfiniti nelle cave estrattive, adibiti alle mansioni più estenuanti, fino alla morte: «L’effetto di quel lavoro, che avrebbe dovuto servire a riportarli alla “normalità”, era differente a seconda delle diverse categorie di omosessuali […] Quelli che intendevano realmente guarire […] sopportavano anche i lavori più duri, gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno», così scrive nel suo memoriale, con la freddezza di un burocrate, Rudolf Hoess, comandante per due anni del lager di Auschwitz e poi di quello di Sachsenhausen. 

Nel devastante universo dei campi, la persecuzione divenne strage. Sui “degenerati” si consumarono gli abusi più crudeli: «Quanto più spesso e più forte (le SS) ci picchiavano, tanto più aumentava la considerazione per loro. […] Eravamo considerati una razza infame ed essi potevano fare di noi tutto ciò che volevano» ricorda Heinz Dörmer.  

Servirono da cavie per gli aberranti esperimenti medici di riconversione della sessualità del dottor Carl Vaernet – mai processato come criminale di guerra – che a Buchenwald impiantò “ghiandole sessuali artificiali” sulle sue vittime perché “guarissero” dalla loro anomalia: l’80 per cento dei suoi “pazienti” morì entro poche settimane. Vissero isolati, perché non “contaminassero” i reclusi “sani”; dovettero sopportare atroci torture e umiliazioni.

La castrazione “a scopo terapeutico”, dalla cui accettazione passava la via per la sopravvivenza, e che si fece sistematica soluzione medica al “problema omosessuale” da quando, nel 1939, Himmler ne ordinò il ricorso forzoso sui prigionieri omosessuali. L’obbligo di frequentare prigioniere di bordello (e di essere osservati per verificarne i “progressi”). Per gli “irrecuperabili”, le camere a gas. 

Per gli scampati, nessuna pace alla fine della guerra. Divelti i cancelli dei lager nazisti, si aprirono quelli delle prigioni tedesche, in forza di un Paragrafo 175 che non fu abolito fino al 1994, cinque anni dopo la riunificazione delle due Germanie. «Il numero degli omosessuali arrestati e condannati fu quasi come quello della Germania nazista. […] Per un tempo lunghissimo, né gli Alleati né il governo tedesco percepirono la persecuzione nazista degli omosessuali come un’ingiustizia» – così, Klaus Müller, ricercatore per l’Holocaust Memorial Museum di Washington e co-autore di Paragraph 175, il documentario che ha raccolto le testimonianze – mai abbastanza – di alcuni dei superstiti di quello scempio ignorato. 

I rimasti dei marchiati con quel triangolo di tre centimetri più grande degli altri perché fossero distinti anche da lontano nel loro stigma, per timore o vergogna, scelsero di tacere e finirono dimenticati. Violenze indicibili, fame, malattie, lavori forzati. Morte. Per i “Rosa Winkel”, le stesse condizioni inumane di tutti gli altri. Eppure, i loro lutti sono rimasti troppo a lungo fuori dai libri di storia, oppressi senza voce e senza giustizia. Non furono riconosciuti come vittime della persecuzione nazista per decenni: per loro, nessun sostegno né consolazione.

La loro, una pagina strappata. I sopravvissuti, meno di dieci quelli noti all’epoca, dovettero attendere il 2000 perché il governo tedesco rivolgesse loro pubbliche scuse per quanto subito: un silenzio, che è un’onta di fuoco sul cuore dell’Europa, lungo 55 anni. 

Rudolf Brazda, a Buchenwald, era il triangolo rosa numero 7952: «Se finalmente parlo, è perché la gente sappia cosa noi, omosessuali, abbiamo dovuto sopportare ai tempi di Hitler… che non accada di nuovo». Era l’ultimo tra i sopravvissuti all’Omocausto, è morto nel 2011. Del suo dramma, e di quello di migliaia di altri, per troppi anni non si seppe più nulla. Scartati. Sepolti dall’oblio. Le loro sono state identità negate, memorie nascoste, vite dimenticate.

Se il 27 gennaio è la data simbolo del “mai più”, che il dolore di nessuna delle vite imprigionate e interrotte tra il filo spinato dei lager nazisti vada perduto; che su nessuno degli esseri umani travolti dal delirio della selezione razziale cada mai il silenzio. “Mai più”.


Immagine in copertina di Bundesarchiv

Clara Geraci

Quella per i diritti umani è una battaglia culturale, prima ancora che politica e legale. “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente” (Angela Davis).

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