Le radici culturali della Shoah

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Il lavoro dello storico francese George Bensoussan sulle radici culturali della Shoah dimostra che lo sterminio degli ebrei non è stato un accidente della storia.


«La memoria istituzionalizzata è ben diversa dalla memoria viva, che è ribellione e messa in guardia dai poteri costituiti e dai comportamenti gregari». Sono queste le parole pronunciate da Georges Bensoussan, storico francese e tra i massimi esperti di antisemitismo e di Shoah, ne L’eredità di Auschwitz

Nella Giornata della memoria, la storia e la memoria di quegli eventi è spesso raccontata in modo rituale. Come se, in una sorta di esorcismo collettivo, il mondo civilizzato potesse guardare al proprio passato come uno spettatore in un museo. Come se la prospettiva contemporanea fosse ormai distante anni luce da quella della prima metà del Novecento. Come se, infine, la serie di eventi che oggi chiamiamo “Olocausto” fosse una delle tante pagine oscure di un passato che ci siamo ormai lasciati alle spalle. La memoria viva è ben altra cosa. 

George Bensoussan ha dedicato la sua carriera accademica allo studio del sionismo, dell’antisemitismo e dell’Olocausto. Tra le opere di più ampio respiro di Bensoussan, Genocidio, Una passione europea è quella che, meglio di altre, delinea in modo inquietante la continuità storica dell’antisemitismo nella cultura occidentale. Così, la Shoah viene inserita nel contesto di un odio plurisecolare e cangiante nei confronti degli ebrei, come culmine di un percorso e non come improvviso deragliamento di una civiltà e di un tempo storico intrinsecamente progressivi.

Il punto di partenza del ragionamento dell’autore è il seguente: lo sterminio degli ebrei non fu il prodotto di decisioni prese dai luogotenenti del nazismo, né fu dettata da ragioni economiche. In base alla più cruda razionalità economica, infatti, il lavoro nei campi di concentramento era più conveniente dello sterminio. Piuttosto, il genocidio fu programmato dall’alto in base a ragioni ideologiche. 

Sono queste ragioni l’oggetto dell’indagine di Bensoussan, in una prospettiva storica di lungo periodo che si trascina anche oltre il secondo conflitto mondiale per mostrare la sopravvivenza di certe credenze. Basti riprendere le parole di uno storico spagnolo citato dallo stesso Bensoussan, che nel 1948 afferma: «Oggi, possiamo affermare che il fattore determinante che contribuì alla caduta della casa d’Austria spagnola fu l’influenza israelita esercitata dagli emigrati spagnoli e dai loro discendenti. Assetati di denaro, gli ebrei, anche se cacciati, hanno saputo rovinare questo disgraziato paese, vittima innocente della finanza internazionale manipolata dal popolo deicida».

Le radici dell’antisemitismo, come dimostra l’utilizzo dell’aggettivo “deicida”, sembrano dunque da ricercare nell’antigiudaismo, la cui storia è tanto antica quanto quella del cristianesimo. Così, possiamo rintracciare un filo rosso che dal Medioevo arriva fino alle elucubrazioni sui Protocolli dei Savi di Sion: come spiegava Norman Cohn, «la credenza che gli ebrei (tutti gli ebrei, in ogni luogo) siano parte integrante di un complotto finalizzato a rovinare, e in seguito dominare il resto dell’umanità (…) è solo una versione moderna e laicizzata delle rappresentazioni popolari medievali, in base alle quali gli ebrei erano una schiera di stregoni al servizio di Satana».

Come racconta Bensoussan, «alla fine del XII secolo, nel momento in cui si delinea l’esclusione degli omosessuali e dei lebbrosi, dal cuore dell’Europa cristiana si alzano via via voci che chiedono la separazione fisica dagli ebrei. Si tratta, dicono, di non contaminare i cristiani e di proteggerli, in particolare dalla magia nera nella quale gli ebrei eccellono». Ed è a partire dai Concili del XII secolo che vengono introdotti l’obbligo per gli ebrei di indossare abiti distinti e la loro esclusione dalle funzioni pubbliche.

A partire da allora, le speculazioni del mondo ecclesiastico si fanno spazio nella cultura popolare. E si ripetono in ogni secolo, attraversando le pestilenze, la caccia alle streghe e l’avvento della società industriale, fino alla tragedia dell’Olocausto. 

Basti pensare che «negli anni venti dell’Ottocento, papa Leone XII (1823-29) nominò a capo dell’ordine dei domenicani Ferdinand Jabalot, autore di un libello antisemita intitolato Des Juifs et de leurs rapports avec les nations chrétiennes». Nello stesso periodo, Giuseppe Oreglia, sulle pagine della Civiltà Cattolica, scrive: «Gli ebrei, bimbi eternamente testardi, sporchi, ladri, bugiardi, oscurantisti, peste e flagello di chiunque stia loro vicino o lontano […] si sono appropriati di tutto, [incitando alla persecuzione] non appena si osi alzare la voce contro questa invasione barbarica di una razza nemica, ostile al cristianesimo e alla società».

A distanza di alcuni decenni, il padre gesuita Ballerini scriverà sulla stessa rivista: «L’ebreo persevera sempre e ovunque nel voler restare ebreo, senza mai mutare, poiché la sua nazionalità non risiede nel suolo in cui è nato, ma nella lingua che parla, che è nella semenza, nel lignaggio, in quel miscuglio di bibbia, talmud e religione (sic) che per lui è la propria storia e la propria religione».

Ovviamente, l’antigiudaismo cristiano è solo un pezzo del puzzle. In effetti, il passaggio succitato è emblematico di un fenomeno relativamente moderno, ovvero il passaggio dall’antigiudaismo religioso all’antisemitismo razziale: i costumi dell’ebreo diventano la sua essenza. E qui tocchiamo un altro dei problemi con cui la civiltà europea non ha ancora fatto del tutto i conti: il razzismo, anch’esso una storia europea e moderna.

Come racconta George Fredrickson in Breve storia del razzismo, quest’ultimo nasce proprio dall’esigenza di rifondare la disuguaglianza politica nel momento stesso in cui la modernità annuncia l’uguaglianza degli uomini. Se gli uomini sono tutti uguali, la sola disuguaglianza politica legittima è quella fondata sulla differenza tra umano e non-umano, ovvero meno-che-umano. Che si tratti di schiavi neri originari dell’Africa, pellerossa o ebrei, la logica di fondo è la stessa. 

Basti leggere le parole che Thomas Jefferson (1743-1826), presidente degli Stati Uniti d’America dal 1801 al 1809, dedica agli indiani d’America: «Se siamo costretti ad alzare la scure contro una tribù, non dovremmo riporla fino a che questa tribù non sia sterminata oppure respinta al di là del Mississippi. In guerra, essi potrebbero uccidere alcuni dei nostri. Noi dobbiamo ucciderli tutti».

Probabilmente, come afferma Aimé Césaire nel suo Discorso sul colonialismo, il vero scandalo della Shoah è che le pratiche che le potenze europee avevano adottato per secoli al di fuori della metropoli siano state adottate nel cuore dell’Europa. «Bisogna considerare gli indigeni come dei pellerossa» dichiarava Hitler nel 1941 parlando dei russi. E così il commissario del Reich per l’Ucraina, Erich Roch, il quale descriveva le sue gesta in questi termini: «una guerra coloniale “come con i negri”», aggiungendo che gli ucraini erano dei “negri bianchi”.

Sappiamo tutti che i campi di concentramento precedono quel momento storico e che le differenze tra le diverse pratiche di internamento non sono trascurabili: i campi costruiti dagli inglesi in Sudafrica durante la guerra anglo-boera non sono i gulag e nessuno dei due è paragonabile ai campi di sterminio nazisti. Piuttosto, le peculiarità dello sterminio nazista vanno ricondotte alle pratiche genocide del colonialismo, che lo stesso Bensoussan definisce il “laboratorio dell’orrore”.

A partire dal 1904, in quella che oggi si chiama Namibia, i colonizzatori tedeschi realizzarono infatti il primo esperimento di eliminazione totale di un popolo: quello degli herero, sottoposti a una violenza sistematica e a un internamento di massa nei campi di lavoro. E in quei campi, in base alle testimonianze raccolte e citate da Bensoussan, il lavoro forzato è stato solo una strategia di eliminazione.

radici culturali della Shoah
Herero sopravvissuti ai soldati tedeschi nel 1904

Le elezioni del parlamento del 1907 (ancora oggi ricordate come le “elezioni ottentotte”) furono le uniche a ruotare attorno al tema della politica coloniale. Dai risultati usciti fuori dalle urne, si può dire che quest’ultima incontrò l’approvazione della maggioranza dei tedeschi. E ovviamente nessuna tra le tante nazioni civilizzate dell’Europa osò urlare allo scandalo, dal momento che i costi umani del colonialismo erano condivisi dall’intero continente.

Indissolubilmente legato al tema del colonialismo (e qui il richiamo ad Arendt è d’obbligo) è il tema della burocrazia: attraverso la parcellizzazione dei compiti, un’impresa terribile come uno sterminio si trasforma in una serie di compiti separati gli uni dagli altri, in un processo di deresponsabilizzazione collettiva capace di occultare la globalità e la violenza del processo stesso.

Potremmo citare, come fa Bensoussan, altri elementi sedimentati nella cultura europea della prima metà del Novecento: il darwinismo sociale (Charles Darwin preconizzava una “guerra tra le razze”), la biologizzazione del nemico in quanto appartenente a una “razza”, l’esperienza della guerra e la sua esaltazione. Il più importante probabilmente sarebbe l’eugenetica, condivisa dal mondo occidentale e persino dalle correnti di pensiero progressiste e non casualmente oggetto di rimozione nella memoria contemporanea.

Basti ricordare che «la legge eugenetica promulgata in Germania il 14 luglio 1933, lungi dall’essere una creatura sui generis del nazismo, si ispirava al modello californiano, che già era stato esportato in Svizzera, Danimarca e Canada». 

Si potrebbe persino, sulla scia di Agamben, ricondurre la Shoah alla biopolitica: pensarla cioè non come strumento di una politica (l’espansione della Germania), ma come politica in sé e per sé. Tuttavia, niente di tutto questo permette di cogliere né di spiegare la tragedia dell’Olocausto

Allo stesso modo, alla luce di queste brevi considerazioni, la Shoah non può essere concepita come una parentesi. Probabilmente non smetteremo mai di interrogarci di fronte all’orrore. Dal momento che però l’antisemitismo è tutt’altro che morto, ciò che non possiamo permetterci è ridurre il senso della storia a un rassicurante “mai più”.


Francesco Puleo

Caporedattore, responsabile Esteri. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare stare.

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