La corsa al vaccino anti Covid-19 riflette le disuguaglianze nel mondo

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L’ottenimento del vaccino anti Covid-19 e la sua distribuzione fanno emergere le profonde disuguaglianze nell’accesso alla salute della popolazione mondiale.


Nell’epoca coloniale il termine ‘‘scramble’’ venne usato durante la Conferenza di Berlino del 1885 quando le potenze europee decisero il destino del gigante africano, il quale veniva fatto ‘‘a pezzettini’’ dai governi più influenti, che sgomitavano per dividersi parti dell’Africa da colonizzare. La possibilità di aggiudicarsi le zone più prospere del continente africano avrebbe significato una grande vittoria, soprattutto dal punto di vista economico, data la ricchezza di materie prime e metalli più o meno preziosi presenti nel continente.

Nel XXI secolo l’ombra della colonizzazione, sebbene assopitasi, è ancora presente e la storia sembra ripetere il suo corso in un modo che solo apparentemente può sembrare diverso. Il vaccino anti Covid-19 sembra essere il nuovo metallo prezioso che tutti vogliono e in grande quantità, il nuovo territorio da governare, la nuova meta da raggiungere ed egemonizzare, di conseguenza, il famoso “Scramble for Africa” dell’era coloniale è diventato, oggi, lo scramble per il vaccino”

I paesi occidentali stanno acquistando vaccini in eccesso

Paesi economicamente più ricchi e politicamente più influenti, in Europa e nel Nord America in particolare, stanno sgomitando per ottenere diverse dosi di vaccino per contrastare il virus e curare la propria popolazione nazionale. Nulla di male fin qui, se non fosse che questi Paesi stanno acquistando delle quantità di vaccini in eccesso, che potrebbero coprire per tre volte la loro stessa popolazione. Così, la capacità di accaparrarsi quante più dosi di vaccino possibile diventa un nuovo indicatore per misurare la forza economica di un Paese e l’incidenza di quest’ultimo negli equilibri politici internazionali.

Se, inizialmente infatti, gli indicatori del cosiddetto welfare di una nazione potevano essere ricondotti alla quantità di materie prime presenti sul territorio e alla capacità di esportazione dei beni prodotti, al tasso di istruzione e occupazione della popolazione o, ancora, alla qualità del sistema sanitario, con l’avvento della pandemia e il successivo arrivo del vaccino, il benessere di una nazione viene calcolato in base al suo potere d’acquisto di dosi vaccinali contro il virus. Di conseguenza, la corsa all’ottenimento e acquisto di vaccini determina una crescita considerevole delle diseguaglianze economiche fra Paesi in stato di povertà, in via di sviluppo e fra quelli economicamente più avanzati. 

Una campagna globale disomogenea

La campagna di vaccinazione globale, avviata lo scorso mese  per promuovere il vaccino contro il Covid-19 ha, inoltre, evidenziato come la somministrazione di quest’ultimo stia risultando disomogenea, nonostante il vaccino Pfizer-BioNTech sia stato autorizzato per l’uso e le campagne di vaccinazione siano iniziate in almeno 51 Paesi. 

Sebbene al 18 gennaio le dosi somministrate a livello mondiale siano state 41,39 milioni,si sono verificate disuguaglianze importanti nella loro distribuzione. Questa generale condizione di disomogeneità e ineguaglianza è il risultato di una corsa ai vaccini, in cui gli attuali vincitori sono sicuramente le economie del mondo più sviluppate, mentre i Paesi in via di sviluppo sono i player attualmente in panchina.

Alcuni dati, aggiornati al 27 gennaio, mostrano che il  tasso di somministrazione del vaccino a livello globale è stato (in media) di circa 3,57 milioni di dosi al giorno; tuttavia in determinati Paesi le dosi di vaccino somministrate sono state effettivamente superiori rispetto ad altri Paesi: in Israele sono stati somministrati 4.043.333 vaccini con quasi 44,67 vaccini distribuiti per 100 persone; negli Stati Uniti il numero di vaccini distribuiti è stato pari a 24.483.819, con quasi 20 vaccini somministrati per 100 persone, mentre l’Unione Europea conta, attualmente, un numero pari a 9.726.605 dosi di vaccini somministrati, con un tasso pari al 2,19 per 100 persone.

La situazione in Guinea, Albania, e nei territori occupati da Israele

I numeri più bassi sono stati registrati in Guinea con 55 dosi di vaccino somministrate, seguita dall’Albania con 602, in molti altri Stati, invece, non ci sono ancora sufficienti dati che possano mostrare una generale panoramica interna in merito alla faccenda e ciò può essere ricondotto tanto ai ritardi nella somministrazione dei vaccini quanto alla totale assenza di quest’ultimi in determinate aree del mondo.

Oltre a queste marcate differenze si aggiunge un’altra situazione preoccupante, che ha fatto emergere anche i timori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in merito a evidenti discriminazioni e ineguaglianze nella somministrazione del vaccino nei territori occupati da Israele. Secondo quanto affermato da Human Rights Watch, Israele non sembra volersi impegnare, almeno finora, a vaccinare i palestinesi presenti nei territori occupati nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Sebbene in Israele la campagna di vaccinazione prosegua, in Palestina almeno 4.5 milioni di persone non godono di tale privilegio nonostante il tasso di mortalità causato dal virus Covid-19 sia pari al 1.1 per cento comparato allo 0.7 per cento registrato in Israele. L’attuale posizione di Israele risulta essere una mancanza di responsabilità importante e una violazione di obblighi internazionali in materia di diritto internazionale umanitario, derivanti dalla ratifica delle quattro Convenzioni di Ginevra, a cui Israele ha aderito, tramite ratifica, nel 1951.

Una vaccinazione globale è nell’interesse di tutti

Allo stato dell’arte, ciò che emerge è la mancanza di una coscienza internazionale, esacerbata da un egoistico individualismo di cui siamo, forse, troppo intrisi e che ci ha resi incapaci di pensare in modo più comunitario, soprattutto alla luce delle vulnerabilità messe in evidenza dalla situazione pandemica, che detta ancora le regole tra vite da tutelare e non.

Nessuna lezione è stata, quindi, appresa dall’esperienza negativa segnata dalla pandemia da Coronavirus, perché il vaccino, quale grande traguardo raggiunto in campo medico e scientifico, deve essere riconosciuto come bene di interesse pubblico, inevitabilmente incluso in una prospettiva internazionale. Egoismi nazionalistici dovrebbero essere tagliati fuori da ogni sana logica che dovrebbe puntare, invece, alla realizzazione di un risultato unico: la salute globale.


Immagine in copertina di U.S. Secretary of Defense

Federica Gargano

Completati gli studi di International Relations, scrivo sui diritti umani e sulle violazioni di questi nel mondo, perché “un diritto violato in un punto della terra è avvertito in tutti i punti” (Kant).

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