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Non togliamoci il Natale

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Per Natale l’ultima “grande” lezione del 2020: come ribaltare la prospettiva delle festività in zona rossa.


Eccoci ci siamo, è di nuovo Natale. Sapevamo sarebbe arrivato anche quest’anno, lo sapevamo da Ferragosto ma in realtà lo sapevamo anche da Pasqua, quando speravamo sarebbe stato diverso, quando pregavamo che il virus potesse finire a Maggio o con il caldo estivo, senza una seconda ondata. Ci speravamo davvero, ma non è accaduto.

Allora c’è da chiedersi: come le rispettiamo quest’anno le tradizioni? Cosa ci inventiamo oltre alle videochiamate per stare vicini? Per sentirci vicini gli uni agli altri, non potendoci spostare. E ancora: quanto si arricchirà Amazon a spese dei piccoli esercizi commerciali? Quanta fatica faremo a scambiarci i regali rispettando le distanze? Ce li scambieremo alla fine?

Il 2020, da Marzo in poi, è stato l’anno delle grandi domande, esistenziali e non. Un anno in cui abbiamo dovuto fare il punto, per forza di cose, in cui abbiamo imparato a fare tante cose e forse a guardare il mondo da un’altra prospettiva, più umana e meno materiale.

Il Natale anche ai tempi della pandemia ci ricorda questo: siamo tutti interconnessi e non solo per via della globalizzazione, ma perché «Io sono in quanto Noi siamo» («Ubuntu!» direbbero gli africani delle tribù Xhosa) perché, da Nord a Sud, la mia fragilità è anche la tua e i sentimenti sono davvero democratici, non conoscono diversità loro.

Nel Decameron Boccaccio – che la peste del ‘300 l’ha vissuta davvero, non come Manzoni che la racconta da lontano – ci invita a esorcizzare la paura, il panico generale, a resistere «all’imbarbarimento del vivere civile», e ci esorta a pensarci uniti dalla stessa sorte senza ostilità alcuna.

In fondo, allora come adesso, lo scrittore di Certaldo aveva ragione e Natale vuol dire proprio questo: vuol dire una buona coscienza e amore in azione. «Ogni volta che amiamo – sostiene Dale Evans Rogers – ogni volta che doniamo, è Natale».

Ma a noi questo poco importa. La verità è che siamo momentaneamente troppo arrabbiati per pensarla così. Siamo furiosi perché ci stanno togliendo la libertà, a molti di noi hanno tolto il pane sulla tavola, siamo arrabbiati perché abbiamo il terrore addosso e la nostra salute non è più così al sicuro. Siamo arrabbiati perché non crediamo più che finirà, quindi che senso ha tutto questo?! Siamo arrabbiati perché ci stanno portando via anche il Natale, e il Natale, da che mondo è mondo, “non si tocca”.

Ciò che ci sfugge e che dovremmo avere imparato, invece, è che andrà tutto bene solo se la rabbia la lasciamo da parte, solo se saremo davvero in grado di progettare, lavorare e coltivare questo bene a partire dalle nostre case, dai nostri quartieri, dalle nostre città, al di là di ogni divieto e Dpcm.

Abbiamo bisogno di credere a questa realtà e che la crisi in atto (sanitaria, economica o politica) sia un’opportunità da cogliere, un’occasione da sfruttare per uscire dal guscio e andare oltre il nostro “orto”, ripensando i rapporti familiari e sociali, canalizzando risorse che siano durevoli nel tempo e di ampio respiro per l’intero pianeta.

Qualcuno ha paragonato il 2020 al 1944: fortunatamente molti di noi non hanno nemmeno lontanamente idea di come si stesse nel 1944. Possiamo solo ricordare che da quella guerra ne siamo usciti insieme, e insieme abbiamo ricostruito l’identità di un Paese in macerie. Oggi è l’umanità a essere in macerie, senza esclusioni di colpi; per la prima volta dal Secondo dopoguerra questo male ci riguarda tutti e non possiamo più ignorarlo, vorremmo ma non possiamo.

Oggi non ci è richiesto di resistere, ma di essere resilienti e dare vita a una nuova normalità che sia sostenibile e ricca di sfaccettature; una normalità fatta di luci e di speranza, proprio come quelle che vediamo e viviamo nel periodo natalizio, per le strade e sui balconi e nei nostri cuori. Non sappiamo se questo 2020 ci ha reso delle persone migliori, più altruiste e attente alle problematiche della gente; non sappiamo se ci siamo evoluti o se siamo pronti a cambiare davvero. 

Sappiamo però che se vogliamo possiamo fare la differenza sempre, nel piccolo come nel grande. Gli Stati Uniti hanno inaspettatamente eletto Biden e questo significa molto; Londra ha cominciato a vaccinare le fasce più deboli della popolazione e anche questo significa molto, dopo quanto dichiarato all’indomani della pandemia da Boris Johnson non ci avremmo scommesso d’altronde.

Passeremo il Natale con i nostri cari, nell’intimità delle mura domestiche, e guardandoci indietro, questa, è forse la cosa più bella che potesse succedere in questo 2020. Lasciamo, dunque, da parte le cattiverie, il peso dell’isolamento, il dolore, il rancore per tutto ciò che non è andato: per i Cinesi, i pipistrelli, le zuppe, il paziente zero di Codogno e i governi che avrebbero potuto agire in maniera più accorta ed efficace. Lasciamo da parte le lacrime e per un momento, quel momento che dura un giorno e che chiamiamo 25 dicembre vogliamoci bene da remoto, sì, ma vogliamoci bene lo stesso: come prima, come se fosse meglio di prima. Auguri.


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Maria Irene Phellas

Da buona “sociologa” ho sviluppato, nel tempo, un forte senso di comunità. Mi piace la buona tavola e sono affascinata dalle diverse culturE del mondo; ho un debole per tutto ciò che è scritto e per chi cammina fuori dal seminato, e nel farlo ci mette il cuore.

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